Donnine di neve

Neve a San Pietroburgo

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati…

UMBERTO SABA

Inizio dell’anno, inverno, tempo di neve anche se immaginaria. E di creature che dalla neve prendono forma, diventano omini e donnine, compagni buffi che provengono dal cielo, ma hanno un naso di carota e occhi di carbone, rami secchi al posto delle braccia. Storie bellissime e struggenti sono state dedicate ai pupazzi di neve. Si animano,  talvolta volano, desiderano il calore del fuoco che spiano dal giardino oltre i vetri della finestra, come il protagonista della fiaba di Andersen che langue per la fiamma, perché è stato costruito dai bambini proprio attorno a un raschiatoio della stufa. Oppure hanno a loro disposizione una sola notte, la notte incantata di Natale o di Capodanno, per muoversi tra i paesi e le città, incontrarsi, perfino innamorarsi. Questo era il tema di una storia della buonanotte che leggevo da piccola, L’omino e la donnina di neve. Tutta la notte si cercano e si mancano – solo all’alba finalmente si trovano per sciogliersi in due rivoli d’acqua e raggiungere lo stesso stagno.

Raymond Briggs, The Snowman

Proprio il primo dell’anno ho letto una nuova novella su queste creature, La voce della neve, di Barbara Pumhösel. Protagonista una bambina, Filomela, che ha per grande passione le sculture di neve. Il fulcro dell’avventura è semplice: le creature di neve non durano e Filo, una volta realizzata la sua donnina di neve contastorie, che ha il nome della tata di Puskin, deve scoprire il modo per sottrarla all’arrivo del vento caldo, il vento mangianeve. Ma è ciò che l’autrice costruisce attorno a rendere questo piccolo libro prezioso: attraverso l’amore per la neve, eterna come l’acqua di cui è fatta eppure fragile come ogni vita vegetale o animale, incontriamo i libri amati da Filo – tra i testi citati Pippi Calzelunghe, Winnie Puh, le fiabe in poesia di Puskin illustrate dal grande Ivan Bilibin – e, soprattutto, entriamo nei segreti di una mente bambina, nel suo modo di vedere il mondo ridisegnandone i confini a seconda delle amicizie, degli affetti e delle meraviglie. Dopotutto la neve è forse la migliore metafora per l’infanzia: effimera e duratura in noi, continua a parlarci quando da lungo tempo sembra essersi addormentata, filtrata nella terra. Nel suo biancore si annidano spettri gelidi e rifugi sicuri, tutte le parole che uniscono invece che dividere, che tessono le storie perché

“da sempre le storie sono di tutti. Le stesse storie esistono anche nei paesi in guerra. Le storie sono senza confini, e quando incontrano frontiere le annullano. O ci passano sopra come gli uccelli. Le storie sono lo spazio sicuro in cui incontrarsi”. 

Nel buio, prima di dormire, la bambina ascolta la voce della donnina di neve che le porta storie del passato e dell’incanto, che le suggerisce che non è sempre l’età adulta a conferirci carisma, autorevolezza, potere, ma lo sono i nostri sogni e la capacità che abbiamo di coltivarli e condividerli.

Omaggio alla neve, ai bambini-educatori e alla tanta letteratura che ci ha accompagnato nei pomeriggi infantili, il libro onora infine i poeti, i cui versi compongono gli esergo dei capitoli, come ad esempio questi di Rilke, tratti da Parole per addormentarti,

Vorrei essere nella casa l’unico
a saperlo: che fredda è la notte.
E vorrei tendermi in ascolto dentro e fuori,
in te, nel mondo, nel bosco.

 

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Prepararsi all’inverno: fiabe nella neve

Dicembre è alla porte e con lui tutta la magia delle cose che finiscono, che si fanno quiete prima di brillare un’ultima volta, far spazio alla luce solare che lentamente riprende minuti e ore alla notte. Arriva la stagione del Natale, delle case che accolgono, dei luoghi interiori, di antichi libri di fiabe da recuperare, vecchi film natalizi, tradizioni condivise o personali che si riaffacciano con le decorazioni per l’albero e per gli angoli preferiti delle nostre dimore. Ecco allora un piccolo disordinato e non esaustivo contributo alle letture, le visioni, le esplorazioni nella stagione fredda per la rete. Qui e qui, su Nazione Indiana, trovate un mio pezzo di qualche anno fa, Inverni straordinari, dove vago per nevi letterarie, parlando della Regina della Neve di Hans Christian Andersen, portando come spirito guida un libro di Tove Jansson, Magia d’inverno, costruendo un pupazzo di neve con Wallace Stevens e Raymond Briggs. L’intero PDF si trova su La dimora del tempo sospeso, qui. Restando vicino a Andersen, sempre su Nazione Indiana si può vedere il film animato La Regina delle Nevi di Lev Atamanov, del 1957, presentato da Cristina Babino. Nella pagina in inglese di SurLaLuneFairyTales dedicata si possono trovare illustrazioni, versioni moderne, curiosità e rimandi fiabici di varia natura. Ancora restando nell’ambito dell’inverno che più mi appassiona, questo è un pezzo che ho scritto per l’orso polare della fiaba norvegese: A est del sole, a ovest della luna. Mentre avvicinandosi al Natale, sempre su Nazione Indiana parlo di folletti anderseniani e nordici, qui e consiglio Fiabe Lapponi e libri natalizi di Selma Lagerlöf  qui.

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Anne Clark, East of the Sun and West of the Moon

A questo link, sul sito, trovate i post riguardo Le Fiabe della Fine dell’Anno – storie e divagazioni di vari autori. qui tutti i post sotto il tag “Natale” di Lettura Candita, un blog che amo molto e seguo per ispirazioni sui miei acquisti illustrati e sui libri per i più piccoli.

Tra altri libri da leggere in questo mese, per chi non lo avesse ancora fatto Il canto di Natale di Charles Dickens, La notte dei desideri di Michael Ende, le Poesie di Ghiaccio di Vivian Lamarque e Le lettere a Babbo Natale di J.R.R. Tolkien, con le illustrazioni dell’autore.  Mentre per chi volesse saperne di più delle due figure mitiche di Babbo Natale e della Befana consiglio il libro di Claudio Corvino e Erberto Petoia, Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana.

Fa così freddo
dov’è un camino?
dov’è un fuoco?
dov’è la vita?
Era qui adesso
dov’è finita?

da “Poesie di ghiaccio” (Einaudi)

E infine i film: qualcuno si ricorda forse Il flauto a sei puffi, esordio dei puffi di Peyo nella nostra televisione? Era uno dei film di Natale della mia infanzia negli anni Ottanta ed è anche la prima avventura nel fumetto di John e Solfamì dove appaiono gli omini blu. Tra le innumerevoli versioni cinematografiche del Canto di Natale, di sicuro consiglio Festa in casa Muppet del 1992, con i tutti i Muppet e Michael Caine nella parte di Scrooge.  C’è poi naturalmente Il Grinch ispirato all’opera del Dr. Seuss, e, tornando sul già citato Raymond Briggs, The Bear, L’orso, versione animata della sua commovente storia illustrata.

the-bear-briggsDi sicuro c’è molto altro che mi sono dimenticata o che non conosco… ma l’inverno è lungo! Prendete la coperta di lana, la vostra cioccolata calda e sprofondate nei mondi immaginari.

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Abracadabra: la poesia come formula magica

Le poesie che seguono sono state scritte e poi dette ai bambini sabato 24 settembre 2016 da cinque poeti pistoiesi per la manifestazione Infanzia e Città, che ha per quest’anno tema la Fiaba (la foto dell’evento in anteprima è di Guido Mencari). L’iniziativa è stata ideata e curata dall’Associazione SassiScritti che così spiega nel comunicato stampa:

“L’Associazione Culturale SassiScritti propone all’interno di ‘Infanzia e città 2016’ una passeggiata poetico-fiabesca all’interno del centro cittadino. L’idea si sviluppa a partire dalla richiesta di ATP di lavorare sulla fiaba, tema conduttore della rassegna per questa edizione. In questo modo è nata una passeggiata, prevista il 24 settembre, che coniuga fiaba, poesia e estetica del paesaggio minuto in un percorso che non è un evento ma una piccola ‘crociata dei bambini’ in cui le famiglie saranno al centro di un’avventura fatta di parole, sguardi, immaginazione. Il momento conclusivo del percorso si incrocia poi con quello di avvio del festival: la passeggiata infatti si concluderà all’inaugurazione della mostra “Fabianfiaba. Cento illustrazioni per fiabe di Fabian Negrin – fulcro attorno al quale si sviluppano tutti gli appuntamenti della rassegna.
I poeti coinvolti sono i pistoiesi Martino Baldi, Luca Buonaguidi, Roberto Carifi, Francesca Matteoni e Giacomo Trinci, che rielaboreranno per noi cinque fiabe le cui illustrazioni sono presenti nella mostra che dà il tema e l’avvio al festival: Pelditopo, Dattero bel dattero, La Sfortuna, I vestiti nuovi dell’imperatore e Colapesce. Cinque favole diversissime tra loro, per origine, autore, scrittura, immaginario, che saranno congiunte dal filo rosso di poter aprire delle porte speciali dentro la città. Visiteremo insieme infatti alcuni luoghi davvero speciali e suggestivi, che ci verranno aperti per scoprire il lato magico e nascosto che ciascuna città nasconde. Ci fermeremo allora al bellissimo Chiostro di via della Crocetta, visiteremo i sotterranei, faremo tappa al Chiostro di San Lorenzo e scopriremo tutte le meraviglie del Teatrino Anatomico”.

Libri: torna Cola Pesce a 100 anni da morte Pitrè***

DATTERO BEL DATTERO

In un paese lontano o vicino
nella notte del tempi o forse ieri
vivevano col padre tre sorelle;
una voleva crescere coraggiosa
le altre sognavan d’esser belle.

C’era da immaginare fosse strega
una fanciulla che scende in fondo a un pozzo
per trovare la porta di un giardino
che altro non è che il varco più nascosto
per entrare nel cuore a un Re bambino.

E infatti più che fiori e frutti e cose belle
raccolti di nascosto nel bell’orto
Ninetta fa al Reuccio una fattura
gli trafuga la pace, il senno e il sonno
e lo lascia malato, e senza cura.

Ci vogliono consulti tra i più saggi
e le premure del Re, padre solerte,
per preparare una trappola alla bella
nel frattempo dal dattero incantato
fatta elegante al pari di una stella.

Magia è quella che ogni cosa aggiusta.
Padre, sorelle, Re ed ogni gente
festeggian quindi le nozze del Reuccio
con la fanciulla maga onnipotente.

Per molti e molti anni
(qualcuno dice venti volte venti)
vissero tutti felici e arcicontenti.
E noi siam sempre qui, a sfregarci i denti.

Martino Baldi

(Giuseppe Pitré, Dattero bel dattero)

***

COLAPESCE

Splash!…Ora l’ignoto mi aspetta

Mi sono tuffato dalla barchetta
non una non due  ma tre volte
ora è questione di vita o di morte
ma che bella l’acqua sulla pelle
anche se nuoto verso il fuoco
respirando poco a poco
nel mare mio destino
fin da quando ero bambino,
da quando sono grande
non mi faccio più domande
ma una sola mi attanaglia:
se non riemergo dalla faglia?

Se resterò in fondo al mare
mi dovrò abituare al sale
ma ho amici a non finire
tra i pesci e le meduse
e fai le mie scuse
al Re e alla sua corte
se ho seguito la mia sorte
e più non tornerò tra mare
e stelle, chiedi ad ogni pesce
la leggenda di Colapesce
metà uomo metà pesce

E ascolta le mie ultime parole
che il fuoco si sta per avvicinare:
non c’è suono ad aspettarmi
in fondo al mare, c’è un silenzio
più forte di ogni incendio
e un buio come di notte
ma non m’inghiotte tra le grotte
e con me ho un po’ di scorte
per arrivare alla fine della storia
quando sarò felice e contento…

…Ma ora torna al vento
e conta fino a cento,
io qualcosa mi invento!

Luca Buonaguidi

(Giuseppe Pitré, Colapesce)

***
IL PRINCIPE

Un principe era fissato con l’eleganza
panciotti, cravatte, foulard
e chi più ne ha più ne metta.
Poi un giorno andò dal sarto
e gli chiese un bel vestito.
Ma il sarto, vedendo il soggetto,
assolutamente invaghito
dal suo bel vestito,
non gli fece niente.
Tanto il bel vestito ce l’aveva già
era la sua nudità.
Tragico e comico
uscì dalla casa del sarto
e impazzì.
Pazzo e nudo
se ne andò per la città
e cantando tutti i bambini
si misero a ballare
con la loro ombra.

Roberto Carifi

(Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore)

***

PEL DI TOPO

Sapete chi ero e perché non ho simili cui fare ritorno
il mio nome, la stirpe ho rimosso
divengo pian piano l’ombra che indosso?
L’anima emerge per dove si scende
niente affatto odorosa e pulita
abbandona la casa
è una cosa vivissima e morde perché ha paura.

Me ne andai nella terra di sotto
nel buio stretto di tutte le tane
di prede bestiali e umane.
Da una crepa guardava la luna –
cucii pelli di topo una a una
mi coprii con un sacco
un cappuccio di code di ratto
spinsi contro il palato un sasso
perché più non volevo parlare.
Dal mio corpo sortiva un muso
sgradito a mio padre, schiacciato
dal suo verbo chiuso.

La violenza si nutre di sé fino a morire.
Ignora le zampe minute che estraggono
dal dolore il sale.
Volevo salvarmi dal male.

Francesca Matteoni

(Fratelli Grimm, Principessa Pel di Topo)

***

LA FIGLIA DELLE STORIE

c’era una volta il sonno di tre figlie;
con le mani che sorreggono la testa,
la più piccola tiene la sventura,
la pena, la pietà, la meraviglia;

cammina e poi cammina, col dolore
nel cuore: vede il buio, la foresta,
la cantina maledetta; e poi mattine,
ancora buio e magazzini e palazzi.

la ventura partorisce sventura
e viceversa, notte e giorni attraversa,
così la storia è incinta d’altre storie,

e re, uccelli che cantano e che parlano…
c’era una volta un cumulo di storie,
di re regine e figlie, e meraviglie.

Giacomo Trinci

(Giuseppe Pitré, La sfortuna)

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Sorgenti che sanno. Acque, specchi e incantesimi in Anteprima all’Elba Book Festival!

Grazie alla Biblioteca dei Libri Perduti il libro acquatico a cura di Francesca Matteoni e Cristina Babino sta per concretizzarsi fra le mani dei lettori!

Per saperne di più potete leggere il post sul sito dell’editore, oppure venire all’Elba Book Festival il 29 luglio, dove alle 18.30 presenteremo l’antologia presso il bar Cipolla a Piazza del Popolo di Rio nell’Elba.

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Gli autori coinvolti: Giovanni Agnoloni, Mariasole Ariot, Cristina Babino, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Azzurra D’Agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Francesca Matteoni, Caterina Morgantini, Viviana Scarinci, Francesca Scotti eEleonora Tamburrini.

Copertina di: Alfonso Cucinelli.

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Laboratorio di fiaba e poesia:
La Strega

Da qualche tempo conduco nella mia casa in collina laboratori di fiaba e poesia. Si è formato un piccolo gruppo di esploratori di diverse età, che ogni tanto varia: leggiamo fiabe e poesie, frammenti di folklore, guardiamo illustrazioni, parliamo e beviamo molti tè e tisane quando fuori fa freddo e accanto a noi scoppietta il fuoco del camino. Nell’autunno del 2015 uno dei temi presi in considerazione è stata la figura della strega. Abbiamo fatto una piccola passeggiata nel paese immaginando di scoprire la dimora della strega e poi riportarla nelle poesie, decidendo se entrare, restare sulla soglia o essere addirittura la padrona di casa; abbiamo osservato le illustrazioni di Brian Froud su alcune spaventose streghe mangia-bambini e quelle della Dautremer per il suo libro su Babayaga. Ci siamo trasformati nelle nostre parole, nei denti, nel fuoco, nella paura, nella solitudine, negli alberi e forse abbiamo anche lanciato qualche incantesimo!

Poesie di Cinzia Corsini

La strega

Nella piazza del mercato
foglie rosse e
fascine e
volute di fumo.
dal ventre di cantina
la vedo
minima e inerte,
perduta, come un chicco di riso
anima intima di uno spirito peloso.

Strega Sambuco

Ci sei,
ci sei sempre stata.
lontana, nascosta
ma immediatamente vicina.
Quando i nostri occhi
Si incontrano
Sei parole, pensieri,
il tuo aspetto nodoso,
i capelli cadenti
non fanno paura
e quando rientri nei rami
un nastro s’è sciolto

Vita da strega

Bassa, grassa,
con gli occhiali,
segni particolari:
grosso naso e grosse scarpe.
Mi trovi lassù
Nel mio rifugio al terzo piano
Dove niente è al suo posto
Non suonare il campanello,
Toy mi dirà che arrivi.
Non cercare il mio nome
Io so che mi cerchi.
Mi troverai
Come una maledizione ti farò entrare,
se non mi piaci con la mia sedia magica
volerò via,
non cercarmi,
quando ne ho voglia
ti troverò.

Contro-magia

Ormai tu l’hai detto
ho scoperto il misfatto.
Mi giro, ti gioco
ti agguanto
ti metto nel sacco
ti brucio, ti spargo
E poi me la godo.
Dall’alto poi guardo
non c’è fine al malvagio
e volo nel vuoto a cercare conforto.

La casa della strega

Odore di legno e di terra
nell’aia acciottolata;
la porta socchiusa mi dice di entrare
e il cuore che batte
conta i miei passi.
Polvere, muffa,vecchio,vuoto
e in fondo si vede un bagliore.

*

Come un vecchio rovo
aspetto l’arrivo di lei
so che verrà
già sento l’odore del fumo
e il vento nero.
Non si smentisce
dal brutto del suo aspetto
mi fa toccare posti inquietanti e scomodi
e più avanti ancora peggio
come non ci fosse una fine.
Ma quando i suoi occhi profondi
girano su di me
vedo riflessa una luce
e lì mi butto
e continuo il cammino.

*

Babayaga

Rimbalzava goffa
da un punto all’altro della stanza
agguantava croste
e bucce d’ogni tipo.
nella bocca
un dente solo sporgente
sgranava
e poi ingoiava
con fame profonda.

*

Una gabbia gigante
un cervo imbalsamato
e un falcetto attaccato.
Uccelli appesi
come panni al sole,
una luce scura
e puzzo di vecchio:
vieni carina
vieni a prendere un tè da me   tiè

***

Poesie di Greta Donadello

La casa della Baba Yaga

La casa di carne e di ossa
spalanca la porta, la bocca
e i suoi occhi di vetro mi fissano

Sento il respiro dei morti
sul collo se mi avvicino
ma intanto cammino
su un terreno vuoto:
ogni passo è un rimbombo.
Ho davanti l’inizio
e la fine di un mondo.

Ma ecco, mi fermo.
La strega è nascosta là dentro.
Entro o non entro?

Il corpo della strega

Il corpo di bambola scompare
sotto uno strano mantello.
È pesante e scuro,
tutt’uno con la pelle.
Spero che la luce non riesca
a penetrare la mia corazza:
vedrei con certezza
il veleno malevolo
dell’anima
farsi strada anche
tra la giovane carne.

La Strega Sambuco

Forse mi sbaglio,
sono gli occhi che ingannano
ma nel centro del bosco c’è un albero
che ha i rami d’ossa,
le bacche son cuori vermigli
e io riesco a sentirli
battere
tra le mie dita.

Scorgo un volto legnoso
in questa pianta malevola;
ma è troppo tardi
ormai.
Dovevo saperlo
che gli occhi non mentono.

La casa stregata

La porta è aperta
il fuoco appena spento.
Tracce di vita frenetica
stonano
in questo silenzio.
La casa è di pietra
senza padroni,
chissà quali segreti nasconde
dentro ai cassetti!

Apro ogni anta
e la stanza
si spoglia
davanti ai miei occhi.
Sento uno strano incantesimo
che smuove la carne
e il cuore fa battere forte.

Ma eccoli, sono tornati
vedo i volti stregati
nei quadri appesi
a queste pareti.

Dentro la casa della strega

La vecchia sta ferma sull’uscio
non vuole aiutarmi e so che può farlo.
Digrigna i denti senza sorriso
come un lupo impaurito.

Ma io sono Ivan, ho la chiave con me
e sbuffando la strega mi accoglie
nella casa animata
dalla morte più tetra.

Ai mobili e ai muri non piaccio
il legno marcio scricchiola al mio passaggio
qualche porta si apre e si chiude con astio
ma io resto, non esco.

Ma ecco, la strega mi prende
affonda le unghie nella mia carne
vedo il fuoco già pronto e lei grida

NEL FORNO, NEL FORNO!

Un dente solo

Parte dal cuore putrido
un’anima nera
e che trapassa la pelle e giunge
fino a sotto le unghie.

Non ha colori addosso,
soltanto polvere e stracci.
Di cosa ha bisogno colei
che mastica tenere carni?

L’ingorda strega mi ha mangiato,
il mio corpo è dentro il suo
e di me è rimasto
un dente solo
gettato in un angolo buio.

***

Poesie di Sandro Landucci

La strega

Vecchiaia grida la maledizione
che avvinghia e strozza quel che arriva a tiro
della megera.
E quell’infame tumulo di stracci
spalanca il cieco buco della bocca
in cui la lingua nera si consuma.
La lingua fiamma parla
e così muove
pietre e roveti
alberi e torrenti
che fanno e sfanno dietro a quel che dice.
Sgànghera il mondo con le sue parole.

Palustre

Radente l’acqua fauce spalancata
gravido rospo alghe di capelli
pietra semisommersa semivita
tagliola aperta gorgogliante attesa.

***

Poesie di Anna Mascino

La trasformazione della strega in insetto

La parabola in quell’epoca fu
il mio corpo sospeso sul filo d’un pensiero inumidito,
condensato in quella lacuna; lacuna che poi
indietreggiò nel tempo e seccò, mi confuse fino
a polverizzarsi in cerchi ardenti,
inanellati, uno nell’altro, roteanti,
attorno a un gorgo solo, un fondo
canalare
e vuoto.

La campana infranta
suoni ed altri universi
vergini mi ruppero
incomprensibili, senza tetto.

Qui il mio caldo raggelando
in nuovo tegumento muta in linfa;
compie volute tempie, fredde; e rosicchiando
mandibole ritrovo, con saliva e grinta.

(Ora scompaio tra questa pula
ora torno al fieno
ora farò ritorno
al mondo terreno).

Del mio corpo fui una campana,
quel bagliore minimale
su soliloqui ineccepibili
che spassionato esso m’offriva,
lo comprendevo appena.

Alba

Nell’uovo in cui abito, ripongo
un uovo senza guscio aperto al centro.
Ha un tuorlo molliccio, giallo è un sole
saporito, la mia fonte
del più delizioso nutrimento.
L’Altro è là che lo pregusto,
là, lo invento,
è là che mi si avvera.
L’incontro con qualcuno è dentro
la sua sfera. Quando ahimé ne sono stanca
uso uno spillo: buco quel guscio
di appartamento; e al suo interno resto marginale
al mio regno. Attendo
che un vento mi succhi via con sé.

Da fuori

Vedrai una porta mezza piena e mezza vuota
non per grazia di qualcuno,
così fu abbandonata;

in molti v’hanno sbirciato dentro, infilando
il collo in quel suo buco aperto.
Vi trovarono in rosso, s’un bianco radiante:
“Pericolo di caduta pietre”.

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Fiabe Online (1)

Di fiabe e folklore in rete si parla diffusamente – molti sono i siti che raccolgono storie, classiche e nuove, così come tramite google si possono incontrare ottimi articoli sull’argomento, specialmente in lingua inglese.

Di seguito un breve elenco ragionato di siti interessanti, dove leggere fiabe, trovare bibliografie e filmografie o fare la conoscenza di specifici autori.

Su Parole d’Autore si trovano per intero varie fiabe, sia dalla tradizione letteraria italiana ed europea, che da quella popolare del mondo.

Tutte le storie dei Grimm, in diverse lingue, sono qui.

Per chi legge l’inglese si aprono tutte le porte incantate grazie a SurLaLuneFairyTales dove si trovano fiabe annotate, illustrazioni, informazioni bibliografiche riguardo libri di critica, fiabe classiche e adattamenti moderni, filmografie e link a un negozio ispirato alle fiabe e ai libri antologici curati da Heidi Anne Heiner, bibliotecaria e madre di questo spazio.

Ancora in inglese si trova The Journal of Mythic Arts (Endicott Studio). Articoli, saggi, autori contemporanei del mondo angolsassone e americano che lavorano sulla fiaba, hanno contribuito alla crescita di questo sito, che è ora un importante archivio corredato di splendide illustrazioni.

Altro sito in inglese dedicato interamente a Hans Christian Andersen, qui mentre tutte le sue storie in italiano si leggono qui.

A cadenza irregolare seguiranno altri post di segnalazione di siti e blog interessanti, rigorosamente fiabeschi. Quindi: non smarrite il sentiero!

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Acque incantate

Nell’acqua, è noto, tutte le forme si generano e scompaiono. In questo spazio qualche tempo fa abbiamo raccolto interventi sull’acqua nelle fiabe e nel folklore: acque abitate da spiriti inquieti, laghi e mari che nascondono segreti e angosce infantili, acque che rispecchiano la nostra più intima identità, ondine, selkie, naiadi, melusine, anguane, cigni e anatroccoli, mondi simbolici dove si viaggia per mare per ricongiungersi a un passato perduto. Nei prossimi giorni i vari post saranno oscurati perché stiamo finalmente lavorando al nostro libro acquatico, aggiornato, rivisto e con aggiunte inedite.

Ci aspetta dunque un’estate di immersione e di corpi cangianti – restiamo in attesa di quali meraviglie ci porteranno mari, fiumi e perfino rigagnoli di antiche città!

 

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La bambina stregata

di Francesca Matteoni

La fiaba la conosci, ma è diversa
non sono in pericolo e non mi sono persa
sola e segreta, se mi addormento
sono io stessa a gettare l’incanto.

Là nel tuo mondo annuso il male
e mi proteggo come fa un animale
tana o rudere abbandonato
tutto il paese si fa roveto
si cuce stretto al cielo spinato
e non c’è alcuna porticina
nel mio mondo di strega bambina.

I miei capelli son tutti nodi
le dita chiodi
non ti devi allungare
non mi puoi mai toccare.

Piegati sotto il bosco, tagliati, arranca
in me c’è qualcosa che ti manca
io non temo, se parli più non credo
non chiedo di uscire, non ti aspetto
serro il mio fuso come un’arma sul petto
non mi devi salvare
se vuoi entrare devi sanguinare –
Svegliati se mi vuoi svegliare.

Immagine di copertina dal libro di Maria Loretta Giraldo, La bambina che ascoltava gli alberi. Incisioni di Cristina Pieropan. Edizione corsare, 2011.

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Appunti per le bambine di neve

di Francesca Matteoni

sneglaccaSnegurochka, la fanciulla di neve, è una figura del folklore russo che annuncia con la sua vicenda terrena l’arrivo della primavera. Nella fiaba la bambina nasce dal desiderio di un’anziana coppia senza figli, che durante una notte invernale costruisce un pupazzo di neve. Il pupazzo si anima e diventa la figlia allegra che i due vecchi non hanno mai avuto. Ma il finale non è mai dei migliori: nella prima versione che lessi, in inglese, all’interno di The Pink Fairy Book di Andrew Lang, lei svanisce all’arrivo dell’estate, saltando per gioco insieme agli altri ragazzi oltre il fuoco di un rito augurale; in un’altra storia decide di tornarsene da dove è venuta, nei cieli freddi, perché i genitori non la amano abbastanza da ricompensare come merita la volpe che l’ha aiutata a ritrovare la strada di casa attraverso il bosco; e ancora l’amore per un umano le scalda il cuore fino a scioglierla. La bellezza della neve, del resto, è nel suo miracolo effimero, stagionale. E i desideri, perché restino tali, non devono avverarsi oppure avverarsi per pochi istanti e poi sparire nuovamente. La bambina non c’è più, ma la neve continua a cadere quando il cielo si raggela: rinascerà altrove? Sarà ancora una figlia tanto attesa? Prenderà in sé i sogni di una madre, che madre non è stata di nessuno? la bambina riappare nella neve remota dell’Alaska degli anni Venti. Mabel e Jack hanno deciso di trasferirsi dalla mitezza del New England in questa terra spietata per ritrovare una loro dimensione di individui e di coppia, dopo il trauma dell’unico figlio nato morto. Incontreranno tuttavia qualcosa che non avevano previsto: una solitudine che proprio perché li mette a contatto con la loro parte più profonda, pesa come un isolamento senza appigli dalla possibilità di essere nuovamente sereni. La natura indomita diventa dunque l’ostilità di un contesto senza comprensione, difficile da arare, guardinga e imprendibile nell’alce, preda ambita che può permettere la sopravvivenza attraverso l’inverno; soprattutto muta – le uniche parole che riecheggiano nella mente di Mabel sono quelle che compongono il suo passato. Il sentimento che aleggia in apertura della storia è la colpa, che imprigiona l’uomo e la donna in un’assenza di comunicazione. Finché la fiaba non prende il sopravvento e in una notte carica di fiocchi di neve i due escono per giocare e modellano una bambina, adornata con sciarpa e guanti.

L’universo interiore di Jack e Mabel si proietta nel paesaggio, la casa torna lentamente viva grazie a quanto accade fuori. Nella mattina infatti appare una bambina biondissima, che sembra proprio nata dal gioco notturno nella neve. Della fiaba il libro mantiene il mistero – di Pruina (questo il suo nome nella versione italiana, che corrisponde al Faina dell’inglese), sappiamo poco e ciò che scopriamo rende ancora più enigmatica la sua provenienza. Nemmeno la bambina sa dire davvero di se stessa. In questo è come ogni elemento o animale della natura che di se stesso non sa la ragione – sta visibile o si nasconde per il tempo che gli è concesso, corre imprendibile, teme, non può essere davvero descritto. Pruina si accompagna ad una volpe rossa; caccia e scuoia le sue prede; forse ha una casa nella roccia delle montagne, dove ha vissuto con un padre, ora sepolto, proveniente da un paese straniero. Che Pruina sia una bambina morta a sua volta e rinata dal sogno dei due vecchi? Una fata immemore della neve? Un’illusione dovuta al “mal d’inverno”, che coglie gli individui in questi luoghi desolati? È immaginaria, è reale? Il maggior pregio del romanzo sta proprio nel non rispondere mai a nessuna di queste domande, nel non spiegare quindi l’incantesimo. Piuttosto diventa un’ode alla terra selvaggia in cui si svolge,  ed è proprio nel rapporto tra questa e i protagonisti , incarnato da Pruina e dal suo riapparire ogni inverno, che emerge uno dei significati dell’essere madre, come dell’essere figlia: l’amore che crea e lega è anche il pegno di un riconoscersi infine necessariamente disgiunti – vi è una perdita nel suo ritmo profondo per cui infine le cose andranno sempre come detta la fiaba, emissaria del destino.

Edvard Munch, Neve nuova
Edvard Munch, Neve nuova

Pruina si scioglie per amore, come accade nella versione drammatizzata da Alexander Nikolayevich Ostrovskye messa in musica nell’opera di Nikolai Rimsky-Korsakov. Di questa vi è un splendido film d’animazione russo, del 1952. Snegurochka, figlia del Gelo e della Primavera, vuole sinceramente far parte del paese umano. Ma il suo cuore, nonostante la bontà della ragazza, è incapace di amare. Quando sua madre acconsentirà a risvegliarlo, Snegurochka vivrà per pochi istanti la gioia dell’innamoramento, per poi brillare e dileguarsi sotto i raggi del dio sole, Yarilo. Del cartone animato restano impressi  gli scenari che virano come su una tela da boschi innevati a acque e fiori; la rispondenza dell’ultima neve nelle cortecce delle betulle; il fauno barbuto e arboreo che rifugge gli abitanti del paese e le loro canzoni;  gli animali che corrono senza paura attorno alla ragazza, fata benevola che non ha bisogno di cacciarli e nutrirsene come la bambina selvatica dell’Alaska. Avvince in particolar modo la distanza restituita dai disegni delicati, che mirano non alla tridimensionalità dei personaggi, al loro uscire dallo schermo per essere quasi più reali del reale (così avviene in un certo cinema animato contemporaneo), ma proprio alla finzione e ai suoi tratti onirici, ricamando quel mondo allegorico e fiabesco che si trova da nessuna parte eppure dentro l’umano. Che sia dunque nella geografia di un’Alaska di inizio Novecento, regione aspra dove la vita si dipana in movimenti essenziali, o nei colori sfumati dei contadini russi, delle loro isbe dipinte, le loro danze che celebrano il cambio della stagione, la storia della bambina di neve – figlia, fata, apparizione – è il volo bianco della nostalgia, sublimazione del desiderio. Quando scende la neve il cielo impallidisce, scompare e tutto si fa presente. Cosa incanta noi umani in quel paesaggio? Quale sospiro antico esce dalle labbra di tutti, indipendentemente da quanti anni e quanta esperienza abbiamo accumulato? Dietro le finestre, avvolti in una coperta e con le mani al riparo, guardiamo il panorama noto mentre viene sommerso, fatto senza macchia e da inventare. Scaldiamo il sembiante dei nostri sogni perduti, la loro ricchezza inesplosa di figli selvatici. Sembrano quasi risponderci come un breve ritorno che gela e arrossa le guance, un intenso dolore primaverile.

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