Appunti per le bambine di neve

di Francesca Matteoni

Snegurochka, la fanciulla di neve, è una figura del folklore russo che annuncia con la sua vicenda terrena l’arrivo della primavera. Nella fiaba la bambina nasce dal desiderio di un’anziana coppia senza figli, che durante una notte invernale costruisce un pupazzo di neve. Il pupazzo si anima e diventa la figlia allegra che i due vecchi non hanno mai avuto. Ma il finale non è mai dei migliori: nella prima versione che lessi, in inglese, all’interno di The Pink Fairy Book di Andrew Lang, lei svanisce all’arrivo dell’estate, saltando per gioco insieme agli altri ragazzi oltre il fuoco di un rito augurale; in un’altra storia decide di tornarsene da dove è venuta, nei cieli freddi, perché i genitori non la amano abbastanza da ricompensare come merita la volpe che l’ha aiutata a ritrovare la strada di casa attraverso il bosco; e ancora l’amore per un umano le scalda il cuore fino a scioglierla. La bellezza della neve, del resto, è nel suo miracolo effimero, stagionale. E i desideri, perché restino tali, non devono avverarsi oppure avverarsi per pochi istanti e poi sparire nuovamente. La bambina non c’è più, ma la neve continua a cadere quando il cielo si raggela: rinascerà altrove? Sarà ancora una figlia tanto attesa? Prenderà in sé i sogni di una madre, che madre non è stata di nessuno? la bambina riappare nella neve remota dell’Alaska degli anni Venti. Mabel e Jack hanno deciso di trasferirsi dalla mitezza del New England in questa terra spietata per ritrovare una loro dimensione di individui e di coppia, dopo il trauma dell’unico figlio nato morto. Incontreranno tuttavia qualcosa che non avevano previsto: una solitudine che proprio perché li mette a contatto con la loro parte più profonda, pesa come un isolamento senza appigli dalla possibilità di essere nuovamente sereni. La natura indomita diventa dunque l’ostilità di un contesto senza comprensione, difficile da arare, guardinga e imprendibile nell’alce, preda ambita che può permettere la sopravvivenza attraverso l’inverno; soprattutto muta – le uniche parole che riecheggiano nella mente di Mabel sono quelle che compongono il suo passato. Il sentimento che aleggia in apertura della storia è la colpa, che imprigiona l’uomo e la donna in un’assenza di comunicazione. Finché la fiaba non prende il sopravvento e in una notte carica di fiocchi di neve i due escono per giocare e modellano una bambina, adornata con sciarpa e guanti.

L’universo interiore di Jack e Mabel si proietta nel paesaggio, la casa torna lentamente viva grazie a quanto accade fuori. Nella mattina infatti appare una bambina biondissima, che sembra proprio nata dal gioco notturno nella neve. Della fiaba il libro mantiene il mistero – di Pruina (questo il suo nome nella versione italiana, che corrisponde al Faina dell’inglese), sappiamo poco e ciò che scopriamo rende ancora più enigmatica la sua provenienza. Nemmeno la bambina sa dire davvero di se stessa. In questo è come ogni elemento o animale della natura che di se stesso non sa la ragione – sta visibile o si nasconde per il tempo che gli è concesso, corre imprendibile, teme, non può essere davvero descritto. Pruina si accompagna ad una volpe rossa; caccia e scuoia le sue prede; forse ha una casa nella roccia delle montagne, dove ha vissuto con un padre, ora sepolto, proveniente da un paese straniero. Che Pruina sia una bambina morta a sua volta e rinata dal sogno dei due vecchi? Una fata immemore della neve? Un’illusione dovuta al “mal d’inverno”, che coglie gli individui in questi luoghi desolati? È immaginaria, è reale? Il maggior pregio del romanzo sta proprio nel non rispondere mai a nessuna di queste domande, nel non spiegare quindi l’incantesimo. Piuttosto diventa un’ode alla terra selvaggia in cui si svolge,  ed è proprio nel rapporto tra questa e i protagonisti , incarnato da Pruina e dal suo riapparire ogni inverno, che emerge uno dei significati dell’essere madre, come dell’essere figlia: l’amore che crea e lega è anche il pegno di un riconoscersi infine necessariamente disgiunti – vi è una perdita nel suo ritmo profondo per cui infine le cose andranno sempre come detta la fiaba, emissaria del destino.

Edvard Munch, Neve nuova
Edvard Munch, Neve nuova

Pruina si scioglie per amore, come accade nella versione drammatizzata da Alexander Nikolayevich Ostrovskye messa in musica nell’opera di Nikolai Rimsky-Korsakov. Di questa vi è un splendido film d’animazione russo, del 1952. Snegurochka, figlia del Gelo e della Primavera, vuole sinceramente far parte del paese umano. Ma il suo cuore, nonostante la bontà della ragazza, è incapace di amare. Quando sua madre acconsentirà a risvegliarlo, Snegurochka vivrà per pochi istanti la gioia dell’innamoramento, per poi brillare e dileguarsi sotto i raggi del dio sole, Yarilo. Del cartone animato restano impressi  gli scenari che virano come su una tela da boschi innevati a acque e fiori; la rispondenza dell’ultima neve nelle cortecce delle betulle; il fauno barbuto e arboreo che rifugge gli abitanti del paese e le loro canzoni;  gli animali che corrono senza paura attorno alla ragazza, fata benevola che non ha bisogno di cacciarli e nutrirsene come la bambina selvatica dell’Alaska. Avvince in particolar modo la distanza restituita dai disegni delicati, che mirano non alla tridimensionalità dei personaggi, al loro uscire dallo schermo per essere quasi più reali del reale (così avviene in un certo cinema animato contemporaneo), ma proprio alla finzione e ai suoi tratti onirici, ricamando quel mondo allegorico e fiabesco che si trova da nessuna parte eppure dentro l’umano. Che sia dunque nella geografia di un’Alaska di inizio Novecento, regione aspra dove la vita si dipana in movimenti essenziali, o nei colori sfumati dei contadini russi, delle loro isbe dipinte, le loro danze che celebrano il cambio della stagione, la storia della bambina di neve – figlia, fata, apparizione – è il volo bianco della nostalgia, sublimazione del desiderio. Quando scende la neve il cielo impallidisce, scompare e tutto si fa presente. Cosa incanta noi umani in quel paesaggio? Quale sospiro antico esce dalle labbra di tutti, indipendentemente da quanti anni e quanta esperienza abbiamo accumulato? Dietro le finestre, avvolti in una coperta e con le mani al riparo, guardiamo il panorama noto mentre viene sommerso, fatto senza macchia e da inventare. Scaldiamo il sembiante dei nostri sogni perduti, la loro ricchezza inesplosa di figli selvatici. Sembrano quasi risponderci come un breve ritorno che gela e arrossa le guance, un intenso dolore primaverile.

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Autore: Francesca Matteoni

Francesca Matteoni (1975) cura laboratori di poesia e fiabe e insegna storia rinascimentale e delle religioni presso alcuni istituti americani di Firenze. Ha pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014).È redattrice di Nazione Indiana. È presente in antologie di poesia per l’infanzia. Ha all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il suo primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ha curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici. Questo è il suo ripostiglio: http://orso-polare.blogspot.com

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