Era la notte dell’ultimo dell’anno

di Francesca Matteoni

Freddo, buio e come molti ricordano, una bambina scalza, in giro per le strade della città. Nel gelo e nella paura di tornare a casa dove l’attende un padre violento, tenta di riscaldarsi al piccolo fuoco dei suoi fiammiferi invenduti, cadendo in uno stato allucinatorio, preludio della morte per ipotermia. La bambina dei fiammiferi, fiaba tra le più note di Hans Christian Andersen, ci accompagna verso la chiusa dell’anno vecchio, nel periodo della foschia, delle giornate brevi e degli alberi spogli, spioventi sulle strade. Fiaba, prima di tutto, sui poveri – un piccolo dramma sociale, in un’epoca in cui era illegale l’elemosina. Ma la povertà raccontata da Andersen rivela connessioni e caratteristiche che da un lato mettono la fiaba a dialogo con l’universo di storie dell’autore, dall’altro compiono la magia per cui è a una parte di loro stessi che alcuni guardano quando incontrano la famosa bambina.

Janet & Anne Grahame Johnstone
Janet & Anne Grahame Johnstone

Cominciamo dalle scarpe. Lo scrittore, figlio di un modesto calzolaio, lasciò in moltissime delle sue storie una traccia della professione del padre, rendendo le calzature protagoniste di frammenti o di intere fiabe.
Scarpette rosse, Le soprascarpe della felicità, La regina della neve, dove Gerda si ritrova per due volte scalza ad affrontare il mondo ed il gelo del nord, proprio come la bambina dei fiammiferi. Desiderio, perdizione, sogni, salvezza implicano tutti una strada da percorrere e le scarpe, indossate o tolte, la incarnano. Gerda e la bambina vanno a piedi nudi sulla terra gelata, abbandonano le vie sicure – per sacrificio e amore la prima, per indigenza la seconda. Gerda perde le sue calzature; alla bambina è la società circostante, a partire dal nucleo familiare fino al ragazzo che si impossessa di una delle sue ciabatte, a sottrarle. Scalza compie il suo destino, percorre una via invisibile, che il corpo non conosce, ma lo spirito abita sovente. Quando la fine arriva porta con sé quattro fantastiche visioni: per ogni fiammifero acceso e consumato appaiono una calda stufa, un’oca arrosto, un albero di Natale tutto decorato e infine la nonna, l’unica che abbia mai amato la bambina. Passa nell’oscurità una stella cadente
“Quando una stella cade c’è un’anima che sale in cielo”.

La protagonista accende veloce i fiammiferi uno dopo l’altro per tenere la nonna con sé e se ne va con lei, lasciando la sua persona indietro, per i passanti che ne scopriranno il cadavere il primo giorno dell’anno. Tuttavia nessuno di questi può sapere il segreto della bambina, che non è affatto lì, che è altrove tra le braccia della nonna. La morte, come accade anche per La sirenetta, non le ha distrutto la vita, ma le ha guardato l’anima. Per alcuni non c’è amore sulla terra e tuttavia l’amore li cerca, anche con un abbraccio fatale.

Incontrai La bambina dei fiammiferi che ero molto piccola, andavo senz’altro ancora all’asilo, e non la lessi, ma la vidi in un cartone animato alla televisione. Dopo interrogai mia madre, che mi disse che sì, era una fiaba famosa e che l’aveva scritta Andersen – il primo nome umano che io abbia associato alla parola fiaba.  Come mi sarebbe accaduto di frequente in seguito leggendolo, nutrivo sentimenti contrastanti. Ero triste perché la gente aveva lasciato morire la bambina, l’aveva affidata alla magia insufficiente dei suoi fiammiferi, alla solitudine nel periodo più bello dell’anno – quello dei doni, delle luci, dei campanelli, delle stufe accese. Perché il mondo non aveva accolto la bambina? Non trovavo risposta. Eppure ero anche piena di commozione, davanti al volto della nonna e al sorriso che più dell’albero splendente aveva illuminato gli occhi della protagonista. La cara, vecchia nonna che non avrebbe mai abbandonato la nipotina, nemmeno se c’era la morte a dividerle. Il ricordo si era fuso alla fede, non in qualche misconosciuto essere divino, ma in coloro che amiamo e che ci amano. Nella nonna io riconoscevo le mie – la bisnonna, da poco morta, davanti alla cui casa sistemavo ancora mazzetti di menta per la salute in estate, la bisnonna che io sapevo mettermi ogni sera uno scialle invisibile attorno, come una protezione. E sua figlia, la nonna, viva, presente, piena di aghi da cucito, pezze di stoffa, uova da rammendo e ditali, che tirava fuori dal suo grembiule fazzoletti e antiche filastrocche toscane. Una figura amata senza conflitto.

La mia tristezza diveniva allora una fonte di calore, un pensiero in cui indugiare come una quinta visione allo sfrigolio di uno zolfanello.

Anne Anderson
Anne Anderson

C’è sempre qualcosa d’altro nelle storie, di non immediatamente riconoscibile – qui Andersen mette insieme due figure ricorrenti nel suo immaginario, una bambina e una nonna, l’infanzia e la vecchiaia, che se ne stanno ai margini della società frenetica, la società di coloro che decidono, che sanno esattamente dove bambini e vecchi devono stare e non hanno tempo per il tempo più bello: quello inutile, tutto avvolto in una fiamma di sogno. I margini chiudono e aprono l’anno, come chiudono e aprono una vita. La povera infanzia si seppellisce nel viavai adulto, finché l’età del ricordo non venga a consolarla.

Qualche volta noi ci accendiamo e intravediamo il bambino nel vecchio e noi in loro, come se non fosse passato un giorno da quando tutto ci sembrava possibile, anche se tremavamo per il diffondersi dei ghiacci.

Il mondo dello spirito strofina i nostri corpi fino a farli guizzare, imprevedibili, li addormenta ai piedi dell’albero luccicante di un Natale, prima che venga il nuovo anno, ci sprofondi, in ciò che siamo ancora pronti a dimenticare.

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Autore: Francesca Matteoni

Francesca Matteoni scrive libri di poesia, saggi sul fantastico e ha pubblicato un romanzo. Vive con i suoi gatti sulle colline.

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