Linfa

di Franca Mancinelli

Appoggiato al muro della soffitta, avvolto nel nylon, il piccolo abete sembrava il grosso baco di un insetto dormiente. Liberato dall’involucro rimaneva con i rami tesi e richiusi. Dovevamo ricollocarli uno per uno fino a che, riconquistato il suo aspetto, ritto nel piedistallo di finto legno, poteva finalmente respirare. Era come avessimo liberato dai lacci le ali di un grande uccello impagliato che rimaneva a fissarci grato e insieme con una contrazione di tristezza, quasi fosse rimasto imprigionato proprio nel momento in cui avrebbe potuto spiccare il volo. Ora che questo momento si era procrastinato fino a diventare impossibile, quella posizione si era fatta dolorosa. La stessa cosa doveva accadere agli animali imbalsamati, alle volpi bloccate per sempre con una zampa avanti e il viso voltato, come avvertendo un odore, un fruscio, così ai piccoli roditori levati nell’istante in cui, soddisfatti, stringono una pigna. Quella fissità incancrenita finisce per cancellare del tutto la realtà di una vita che è pulsata e trascorsa tra le fibre. Il piccolo abete era ciò che restava di un abete vivo ridotto allo stato di mummia, ricoperto di una patina che si era indurita e volta nella rigidità della plastica e di altri materiali sintetici.

Questo era quanto io e mio fratello avevamo appurato stringendolo e tastandolo dalla base del tronco alla punta dei rami. Quella sera, dopo averlo liberato, decidemmo di lasciarlo spoglio per la notte e di rivestirlo con le palline e i nastri il mattino seguente. Mancavano ancora alcuni giorni al Natale e il piccolo abete, con i suoi rami ritti nel tepore emanato dai termosifoni, sembrava averci chiesto proprio questo: «una notte, lasciatemi almeno questa notte per ricordare la vita libera da lacci e nodi». Più lo guardavamo più sembrava continuare, nella mestizia di quella sua posa costretta, in un’invocazione lamentosa che prendeva il tono secco e dimesso degli aghi uno per uno: «non resisto più a questa pagliacciata, non potreste finalmente finirla con queste vostre cosine colorate?». «Ma come, non ti piace essere adornato dalle nostre mani?» Pensavamo a quel brulichio sottile che ci affiorava sulla testa quando, in piedi alle nostre spalle, alto di fronte allo specchio, un grande ci pettinava i capelli. Ma il messaggio dell’abete era stato chiaro e continuava ad esserlo, mentre lo guardavamo restare teso, senza alcun cenno di flessione nei rami. Gli scatoloni pieni di addobbi che avevamo trascinato nel pomeriggio dalla soffitta, avrebbero aspettato in un angolo della sala, chiusi dal nastro adesivo.

Lennart Helje
Lennart Helje

La mattina, appena svegli, scendemmo subito a vedere l’abete. Accoccolato attorno al suo tronco disegnato con rughe e nodi, dormiva il nostro gatto tigrato, Spaghetti. Intuì i nostri visi sporti sulla soglia e aprì gli occhi in uno scatto, il muso teso a registrare le minime vibrazioni. Il piccolo abete aveva qualcosa di diverso, ma non avremmo saputo dire che cosa. Sembrava reggere i rami in modo più convinto, anche se gli restava addosso una rigidità da spaventapasseri. Quando aprimmo gli scatoloni e ci avvicinammo per iniziare ad adornarlo quell’inconfondibile odore che penetra immediatamente nelle narici e sembra incollarsi alla pelle ci avvolse: Spaghetti lo aveva marcato, riconoscendolo cippo miliare, segna-confine del suo territorio. Era un impero vasto il suo, conquistato e difeso con battaglie da cui era sempre tornato incolume, a volte con un graffio sottile che ostentava, strusciandosi con il muso sulle nostre ginocchia, medicandosi nel nostro calore e insieme giustificando quelle lunghe assenze durante le quali lo immaginavamo percorrere i muretti di cinta, inoltrarsi nel folto delle siepi, sorvegliando i limiti estremi, riconfermando quanto gli apparteneva. Ora che la sua traccia si era asciugata, condensando la sua forza e irradiandola attorno nel suo raggio d’azione, nessuna caparbia azione di strofinaccio avrebbe potuto del tutto eliminarla: quella zona apparteneva al suo impero. Consapevoli di questo, inginocchiati sulle piastrelle fredde della sala, iniziammo ad addobbarlo. Insieme alle palline che costituivano la maggior parte delle decorazioni, c’erano sempre state piccole candele, angioletti, degli uccellini, qualche minuscolo pacco regalo. Ci piaceva ritrovarli nella carta di giornale che li aveva protetti negli anni, riconoscerli tra le nostre mani, tornare indietro nei Natali fino a quando eravamo piccolissimi e le loro forme si confondevano con i bagliori che venivano dal camino, si allungavano e si muovevano insieme al respiro del fuoco. Ogni anno qualcuno degli addobbi che aspettavamo riapparire dal fondo dello scatolone era scomparso: rotto o semplicemente sostituito con un altro che splendeva eccessivo, con riflessi estranei, freddi, come quelli delle vetrine dei grandi magazzini.
Abbandonato a se stesso, completamente passivo, il piccolo abete si prestava anche quell’anno all’ennesimo travestimento. A volte dovevamo stringere un fiocco, altre volte semplicemente infilare dalla punta dei rami un nastro sottile; «abbiamo quasi fatto, resisti» gli dicevamo. Poi venne il momento dei nastri dorati e argentati che devono avvolgerlo tutto, scendendo dall’alto, come scie di luce morente.

E infine la stella, di cartone ritagliato con le nostre forbici spuntate; ben colorata di giallo, brillava ai margini di una polvere dorata. Per metterla dovetti salire in piedi su una sedia arrivando così all’altezza della cima. «Si tratta solo di pochi giorni» gli sussurrai. Il piccolo abete rispose con un silenzio contratto, come per un nodo alla gola. L’ultimo tassello era andato al suo posto richiudendo l’albero in un’inerzia totale, quasi fosse iniziata la sua stagione di pietra.

Eravamo in giardino, seduti sotto la gabbia dei cocoriti, quando riapparve Spaghetti. Avanzava verso di noi lentamente, come nascondendo qualcosa. Una volta vicino tornò subito a strusciarsi alle nostre ginocchia e tendere il dorso alle nostre carezze. Un battito sottile sopra le nostre teste ci richiamò: con i becchi contro le sbarre i cocoriti chiedevano che fosse loro riempita di nuovo la vaschetta dei semi. Ci dedicammo a quell’operazione, cambiando anche l’acqua e lasciando appese due foglie di insalata e due fette di mela. Quando rientrammo nella sala Spaghetti era intento a dare piccoli colpi con le zampe alle palline più basse dell’abete. Sembrava un boxeur in allenamento accanito di fronte al suo bersaglio. Era già riuscito, in questo modo, a farne cadere e rompere due. Appena si accorse della nostra presenza si rifugiò difilato sotto al divano. Inutile richiamarlo, provare ad attirarlo facendo rotolare una pallina verso di lui, allungandogli le crocchette. Ci rassegnammo ad andarcene ma, proprio mentre eravamo sulla soglia ci venne l’idea di nasconderci dietro la porta per spiare che cosa avrebbe fatto. Dopo pochi minuti tornava a dirigersi verso l’alberello e a colpire con le zampe le palline rimaste in basso. Stavamo per uscire dal nostro nascondiglio ma qualcosa ci trattenne. Con una soddisfazione che gli usciva dalla punta della coda Spaghetti passava lentamente accanto ai rami sfiorandoli appena, lasciandosi accarezzare. Poi, in un attimo, prese lo slancio per compiere un salto che lo portò a raggiungere il centro dell’albero. Stette per un poco così, come cercando un incavo tra il tronco e un ramo; infine riuscì a sbilanciare il piedistallo e a fare cadere l’abete sul pavimento. A quel punto accorremmo, per soccorrere l’albero. Sul freddo delle piastrelle il piccolo abete luceva di un verde intenso che non gli avevamo mai visto. Lo tirammo su e lo tenemmo tra le braccia: un forte odore di resina ci raggiunse. I suoi aghi, ora tesi a cercare il nutrimento dell’aria, ci piccavano le guance e il palmo delle mani. Spaghetti ci seguiva a pochi passi mentre io e mio fratello portavamo il piccolo abete fuori. Lo sistemammo accanto al vecchio tiglio e al pino, dove avrebbe trovato uno spazio di luce sufficiente per crescere. Presto avrebbe allungato i suoi rami, avrebbe sentito nascere le prime pigne. Si era rotto l’incantesimo che lo imprigionava di nastri e lo chiudeva in soffitta. La sua linfa sarebbe tornata a scorrere come prima.

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Autore: Franca Mancinelli

È nata a Fano nel 1981. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”). È inclusa nell’antologia Nodo sottile 4 (Crocetti, Milano 2004), Nodo sottile 5 (Le lettere, Firenze 2008) entrambe a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, ne Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, Novara 2009) e ne La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi editore, Borgomanero, 2011). Sue poesie sono state tradotte in spagnolo (in Emilio Coco, Jardines secretos. Antologìa de la joven poesìa italiana, Sial, Madrid 2009). Nel 2010 ha vinto con una silloge inedita il premio “Castelfiorentino”. Suoi testi sono usciti su varie riviste cartacee e online, tra cui «Poesia», «l’immaginazione», «Versodove», «Nazione Indiana», «Ali». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.

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