L’uovo di legno: una storia di Natale

di Giovanni De Feo

Erano quattro, due fratelli e due sorelle. Da tempo immemorabile festeggiavano il Natale a casa della nonna, una casa dai terrazzi folti, ché la nonna era una contadina, aveva ancora l’orto coi pomodori e d’autunno aggiustava le calze di lana davanti al camino. Uovo4Infatti la nonna – che chiameremo Isma – regalava loro ogni anno le stesse cose: un paio di calzini di lana. All’inizio nonna Isma gliene regalava uno all’anno perché i ragazzi crescevano alla svelta, e non c’era verso indossassero gli stessi l’anno dopo. Ma poi, quando furono cresciuti, i fratelli ricevevano ugualmente gli stessi calzini di lana. Sempre quelli, o così sembrava.

Perché a ben guardarli non è che fossero proprio uguali a quelli dell’anno prima, la nonna ci ricamava sempre un disegno diverso. A volte era una casa, a volte un cane, o un libro, o magari un albero. Finché, negli anni i fratelli cominciarono a notare che quanto era ricamato sulle calze in qualche modo accadeva.

Per esempio, poteva essere che sulla lana ci fosse ricamato un cucciolo di pastore abbruzzese: e quella primavera il maggiore si prendeva un bel pastore, uno proprio come nel disegno. E poteva darsi che sul calzino destro della sorella maggiore ci fosse un albero di pino e due che si baciavano; e sotto un albero di pino la maggiore avrebbe baciato il suo primo amore. E magari la nonna davvero vedeva quello che sarebbe accaduto loro. Oppure erano loro stessi che vedendo il disegno lo tramutavano in realtà.

Finché una vigilia di Natale la nonna li riunì a casa sua e disse che quell’anno non gli avrebbe fatto il solito regalo. Disse che stavolta ne voleva lei uno. E i nipoti si aspettavano che la nonna chiedesse una macchina per cucire, o un bollitore da tè, o una caldaia elettrica, che ormai era vecchia e accendere il camino le costava sempre più fatica. Ma la nonna disse che voleva un uovo. Pensarono alle strane voglie dell’età, ma la nonna scosse il capo e disse che l’uovo che voleva non lo facevano le galline, bensì i pini. Disse anche che da quell’uovo non nascevano pulcini ma calzini. Non un uovo qualsiasi voleva ma l’uovo-mondo dal quale si schiude l’accadere di ogni cosa. I quattro si guardarono. Cosa potevano fare? Mettersi la vigilia di Natale a cercare un albero di pino che faceva le uova? O un uovo che figliava calzini? Così se ne andarono, un po’ incagniti per non avere avuto il solito calzino profetico, mugugnando sulle pazzie dell’età.

Uovo2Sicché quando quattro mesi dopo – ad Aprile – seppero che la nonna era morta non ne furono poi così sorpresi. In seguito cercarono di farsene una ragione dicendosi che in fondo era vecchia. Ma in realtà non si davano pace di non averle esaudito quell’ultimo desiderio.

Passarono anni, fin quando non si trovarono per caso a casa del maggiore. Subito cominciarono a promettersi di rivedersi presto. Dicembre era vicino: perchè non a Natale? Pesava però su di loro un penoso imbarazzo. Da quando era morta la nonna non s’erano più visti a Natale né fatti un regalo. Come avrebbero potuto infatti competere con i suoi doni? Allora la minore ebbe un’idea.

Si sarebbero fatti i peggiori regali possibili: i più brutti e inutili al mondo. Così nessuno si sarebbe sentito in difetto con i doni di una volta. L’idea piacque, decisero anzi che per l’occasione si sarebbero visti proprio in casa della nonna, vuota da anni.

Ma poi, a un passo dalla vigilia, le buone intenzioni si persero. È che a scovare un regalo davvero brutto ci voleva più determinazione che a trovarne uno mediocre. Sicché, quando venne il giorno, il minore non aveva ancora trovato un dono per i suoi fratelli. Si disse che avrebbe improvvisato qualcosa in casa della nonna. E infatti, frugando nell’armadio di lei, il più piccolo dei fratelli trovò un uovo di legno, lo stesso che la nonna usava per rammendare i calzini di maglia.

Il minore si era dimenticato dell’ultima richiesta della nonna, sicché pensò di aver trovato un ottimo ‘brutto’ regalo, almeno per uno di loro. Quando gli altri si fecero vivi il più piccolo li accolse con calore. Bevvero vino, si raccontarono aneddoti. Dopo un po’ ridevano tutti, solo il maggiore sembrava come spento. Gliene chiesero la ragione. Blitz, il suo cane –disse lui– era morto quella mattina. Era lo stesso cucciolo ricamato sui calzini della nonna. Brindarono a Blitz: ma in realtà era alla nonna che tutti e quattro pensavano.

Vedendo il maggiore così mogio il fratello più piccolo disse che aveva trovato un regalo per lui. Queste parole li arrossirono tutti. Era che – confessarono – nessuno di loro aveva un regalo. Nemmeno uno brutto, niente di niente. Non ne avevano avuto il tempo, dissero. Una scossa dolorosa li trapassò: e seppero con assoluta certezza che, a meno di un miracolo, quello sarebbe stato l’ultimo Natale insieme. Finché il minore disse che lui qualcosa aveva trovato. Pescò da una tasca l’uovo di legno e lo posò sul tavolo. E tanto era assurdo –lì tra i bicchieri sporchi di vino– che ne risero tutti, anche il più grande. Ma poi, guardandolo bene, la sorella minore trasalì: l’uovo-mondo!

Ma non capivano? – s’accese lei. Era quello l’uovo che cresceva dagli alberi, l’uovo che figliava calzini, l’ultimo dono di Isma: non a se stessa, come gli aveva detto, ma a loro, sempre a loro.
UOVO1Da quell’anno è diventata tradizione tra loro scambiarsi l’uovo di legno, in questo modo: quello che lo ha ricevuto l’anno prima lo dà in dono a quello dei tre che ne ha più bisogno, quello che è più triste. Appena lo riceve ­– cioè dal giorno di Natale – costui o costei si mette a lavoro sui calzini rotti dei suoi familiari, dei suoi figli. E chissà, con un po’ di fortuna, anche loro un giorno erediteranno l’uovo di legno, l’uovo-mondo dal quale si schiude l’accadere di ogni cosa. Almeno finché, insieme all’uovo, si tramanderanno questa storia.

L’uovo è di Angela Castellano.

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