Boschi, pan di zenzero e anatre bianche. C’erano una volta Hänsel e Gretel

di Francesca Matteoni

Entriamo nel racconto di Hänsel e Gretel e della strega che li rapisce.

La casetta nel mezzo del bosco

È un pomeriggio della fine degli anni Settanta. Non ricordo la stagione, so solo che sono al tavolo della cucina a disegnare, mentre in tv c’è uno strano film su due fratelli che non fanno altro che scrivere: uno libri di grammatica, l’altro fiabe che compra dalla fioraia del paese. Quest’ultimo scopre un giorno la residenza di una strana donna, Anna la strega, guarda un po’!, nel folto del bosco. La capanna della signora è la meta preferita dei bambini, appuntamento fisso del venerdì, per ascoltare storie. Storie avventurose, storie comiche, storie popolate da draghi, principesse, bambini alti un pollice. La donna ha occhi sgranati da cui escono la paura o la sorpresa dei personaggi, che attraverso la sua voce si vanno materializzando. Anche l’uomo, che nella traduzione italiana si chiama Guglielmo, vorrebbe partecipare, ma Anna lo caccia: lei racconta “solo per i bambini”, e ricompensa lo scherno degli adulti del paese per questa sua attività privandoli del suo mondo meraviglioso. L’uomo è tuttavia ostinato: nonostante la pioggia, si siede sotto la finestra ad acchiappare e trascrivere la fiaba del giorno.

la strega Anna in Avventura nella fantasia from orsopolare on Vimeo.

Quando i bambini se ne vanno Anna, trovandolo fradicio e congelato, lo lascia infine entrare: molto malata, gli consegna tutte le fiabe che altrimenti andrebbero perdute con la sua morte. Altra scena: Guglielmo, già di natura cagionevole, è a letto in preda alla febbre, dopo l’acquata che si è rimediato fuori dalla casa della “strega”. I personaggi della fiabe si presentano nella sua stanza, scivolando per la finestra socchiusa, grazie all’aiuto di un gigante. Immaginate la sorpresa dipinta sul volto di una quattrenne quale ero, nel vedere, sì, proprio loro! Pollicino, Biancaneve, il folletto scorbutico Rumpelstiltskin e Cappuccetto Rosso, in carne ed ossa nella mia televisione, che chiedono all’uomo di esistere, avere un nome. Dalla capanna, si libera la magia sognante che salta di bocca in bocca e sulle pagine lette da milioni di individui di ogni età.

Guglielmo altri non era che Wilhelm, fratello di Jacob Grimm, autori insieme delle famose fiabe, date alle stampe per la prima volta nel 1812. Il film, una versione romanzata della loro vita, Avventura nella fantasia (The Wonderful World of the Brothers Grimm) del 1962, diretto da Henry Levin e George Pal, curatore degli effetti speciali per le parti fiabesche, storie dentro la storia. Sull’unico libro dei fratelli Grimm allora in mio possesso, ereditato direttamente dalla biblioteca infantile di mia madre, c’è in copertina una casetta fatta di pane e dolci, dimora di una vecchietta bitorzoluta, affacciata alla porta nel tentativo di mettere a fuoco Hänsel e Gretel. Come Anna anche questa anziana signora abita da sola nel bosco, ma da lei non nascono avventure fantastiche: la strega è strega malefica, che attrae con zucchero e zenzero, cattura, cucina e divora. In un’altra illustrazione, che l’artista danese Kay Nielsen realizzò per questa fiaba, i due bambini scalzi sono di spalle, davanti alla casa commestibile, immersa in una radura di alberi e cespugli che stanno come in un nido, dentro l’infittirsi di tronchi e chiome scure su uno sfondo nero. È un’immagine che funziona come una matrioska al contrario: si parte dal contenuto più piccolo, la casa, per ritrovarsi in un grande ventre buio e ignoto. Il luogo domestico si ribalta nelle difficoltà del mondo esterno, dello sconosciuto che porta il pericolo, della vecchia che annusa fin da lontano il muoversi dell’infanzia. Hänsel e Gretel sono fermi sulla soglia di questo mistero. Come loro lo spettatore esita. Se spezzano e addentano una tegola, se leccano il muro, saranno condannati a conseguenze estreme – come per chi mangia il cibo delle fate il ritorno diventerà un’impresa ardua, perfino impossibile. Se continuano a vagare nella vegetazione di solo legno, arbusti e rare bacche, moriranno di fame. Se nessuno si muove la storia non ha inizio. Se la storia inizia potrebbe distruggerci. Ma forse c’è qualcosa, dall’altra parte, che non è questa stagnante indecisione. Vale sempre la pena rischiare.

La strega

nielsen_hanselHänsel e Gretel hanno fame. Arrivano dentro la fiaba da una realtà dove indigenza, abbandono dei minori e alto tasso di mortalità infantile sono la regola più che l’eccezione. Accolti ignari nella casa della strega banchettano a base di latte, frittelle, mele e noci. Niente carne: cibo che, sebbene in una declinazione più che mai macabra, è destinato alla vecchia cannibalessa Niente carne: cibo che, sebbene in una declinazione più che mai macabra, è destinato alla vecchia cannibalessa, ma i bambini si stupiscono davanti alla quantità mai vista di cibi, dolci, innocui, prelibati. E nella fiaba lo stupore va di pari passo con le aspettative dei fanciulli: l’insolito non è mai il totalmente nuovo, ma qualcosa che si rivela nel quotidiano. Così la strega mangiabambini sembra in tutto e per tutto una nonna, una vecchia indifesa. Questa è del resto la descrizione che meglio si avvicina allo stereotipo stregonesco, consolidatosi durante la caccia che per oltre due secoli ha fatto innalzare forche e accendere roghi nelle terre europee, già sconvolte dal conflitto civile e religioso tra protestanti e cattolici, come ad esempio proprio la Germania. La strega, secondo i trattati, aveva da esser donna, anziana, deforme, niente affatto affabile e soprattutto invidiosa dei beni altrui, di ciò che è giovane e in rigoglio, come i bambini. Il dottor Johannes Weyer, scettico sull’effettività delle pratiche malefiche, raccontava nel suo De praestigis daemonum, come si credesse che le streghe soffocassero in segreto bambini, scegliendo tra essi quelli ancora non battezzati, e dopo ne esumassero nella notte i cadaveri, per cucinarli in un calderone, separando così la carne dalle ossa, le quali venivano sciolte a formare una sostanza simile alla cera1. Volavano al sabba (parola presa e distorta dalla lingua ebraica), spesso in forma animale, dove copulavano e complottavano con Messere Caprone, il diavolo in carne, sangue e zoccoli, programmando grandi sciagure, carestie e furiose tempeste. Almeno così assicuravano i demonologi dell’epoca. Nel concreto le cose erano un po’ differenti, la prospettiva dei coinvolti assai più ristretta alla comune sopravvivenza: un cavallo che finiva azzoppato, una mucca che non dava più latte, una malattia irrimediabile che colpiva i più piccoli della casa, questi erano gli eventi ripetuti che alimentavano il sospetto e poi l’accusa. E ovviamente la strega poteva essere chiunque, perfino un uomo, un paesano benestante, una donna giovane, una bambina. Dal punto di vista teologico contavano solo il patto satanico e la devianza religiosa; da quello popolare il maleficio, ossia l’atto magico ai danni dell’altro e della comunità. Le dicerie facevano il resto, nutrendo la reputazione di strega del malcapitato di turno. E allora perchè lo stereotipo? Come si adattavano i perseguitati alle sue caratteristiche? Come può la vecchina claudicante di Hänsel e Gretel essere letale a due ragazzini più svelti e vitali di lei? Che cos’è il terrore che così bene sopravvive nella fiaba? La strega è un’antimadre: guasta, dove la figura materna accudisce; sbrana, dove l’altra nutre. Sta nella fiaba in una relazione a distanza con la madre/matrigna – chi porta alla vita, ha consuetudine anche con ciò che ne è escluso. L’odorato fine della donna ci suggerisce che un predatore è in agguato. Dagli occhi offuscati e semiciechi, le iridi arrossate, esce il vapore infestante del malocchio, che si attacca alla pelle dei bambini, li incanta e li consuma prima ancora che siano cotti e divorati. Il corpo della strega è infatti il vero nemico: la vecchiaia che lo abita con gli umori putrefatti e le ossa scricchiolanti, mostra la fondamentale fragilità del vivente. La debolezza è invertita in una forza ultramondana, l’individuo si fa grottesco perché si adegua al profilo della morte, un mostro, un accidente, cui l’umanità deve arrendersi. Vita est per humiditatem, mors per siccitatem, scriveva Marsilio Ficino. Da una parte la figura disseccata, adunca della strega, dall’altra i bambini carichi di sangue da spendere nel futuro. Ma l’opposizione allegorica non si riduce semplicemente a questo, c’è qualcosa di inquietante anche nei due bambini. Dopotutto siamo in una fiaba, non nel contesto moderno delle accuse. Non c’è un villaggio ed una comunità dove il sospetto si diffonde, dove il disprezzo si può attaccare ad un membro qualunque, spesso il più economicamente svantaggiato – una vedova, una zitella, una donna povera e dalla lingua svelta. No, qui la strega è potente, anche se nascosta dal sembiante della vecchiaia. Un bosco la divide dal mondo abitato, indicandola esplicitamente come l’estranea temibile, ma segnando anche lo spazio dell’esperienza, che da esteriore si fa interiore, che occorre percorrere per trovarsi davvero davanti a se stessi, riconoscendo le cose del mondo nell’intimità della nostra persona. Il tratto della fame accomuna i bambini al loro avversario:  arrivano nel bosco dal buio della nascita, sono la nemesi della strega e Gretel quasi le assomiglia quando, una volta imprigionato e messo ad ingrassare Hänsel, lavora come serva nella casetta. Le è così tanto prossima che è lei a spingerla nel forno: ricaccia indietro la morte, perché la conosce, sa che prima di incontrarla definitivamente è necessario passarle attraverso, mangiare alla sua mensa, dormire nella sua trappola. Ciò che temete è ciò che sarete, insegna la strega. Lontano dalla protezione dei genitori, i due bambini devono bastare a se stessi, costruirsi la loro casa, smontando pezzo per pezzo quella ultima della morte, disarmandola, così che sia infine solo un passaggio come tanti – il più umano di tutti.

Fratello e sorella

Via dalla capanna della strega, con le mani piene della sua ricchezza, fratello e sorella vogliono tornare dal babbo, anche se lui è stato vile e pavido. Incontrano un’anatra bianca, forse la loro anima rivelata, che li aiuta ad attraversare il fiume, sulla strada verso casa. Io credo che l’anima di Hänsel e Gretel, il motivo per cui questa storia andrebbe raccontata ai bambini, rifuggendo per una volta quei pudori del tutto contemporanei per cui un bambino non deve confrontarsi con il pauroso, sia la loro cura reciproca. I bambini fiabeschi stanno nel mondo dove si diventa grandi rafforzandosi l’un l’altro, non abbandonandosi se uno diventa più debole, se uno è più sciocco o se addirittura, come in Fratellino e Sorellina, viene trasformato in un piccolo capriolo. Nelle fiabe si dipinge un universo tremendo, costellato di genitori manchevoli o presi da se stessi, e dei peggiori vizi della storia umana, dallo specismo alla xenofobia. Poi arriva l’amore e non è mai facile, ma ha in sè tutta una serie di cose complesse e preziose, quali l’accettazione, il coraggio, la pazienza, il perdono. So di essere stata Gretel un giorno e di aver conosciuto streghe che nella società adulta non volevano stare, fossero esse gattare folli e sporche sopra i monti, o nonne per sempre e solo innamorate dei bambini. So di aver amato mio fratello Hänsel, anche quando cambiava volto, quando era morto ed ero sola ad attraversare l’acqua. La piccola anatra mi ricordava che c’era, che le sue briciole avevano riempito stomaci di passeri e storni tutt’ora canterini, che i suoi sassi erano ben lucenti su di un sentiero. Che è vero che si muore, ma non così si finisce, anche se fa male, si starà in qualcos’altro che è molto privato come ad ognuno visibile, qualcosa che non teme nemmeno la fame, l’orlo del bosco, la sua propria dissoluzione.

1 Johann Weyer, [De praestigis daemonum] (1583). Witches, Devils and Doctors in the Renaissance. Trans.by John Shea, (New York, 1991), pp. 172-173.

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Autore: Francesca Matteoni

Francesca Matteoni scrive libri di poesia, saggi sul fantastico e ha pubblicato un romanzo. Vive con i suoi gatti sulle colline.

2 pensieri riguardo “Boschi, pan di zenzero e anatre bianche. C’erano una volta Hänsel e Gretel”

  1. ciao rablù! hai ragione, specialmente sull'anatra. Una cosa strana, per quanto possa essere strano ciò che capita nel fiabesco, in molte storie del folklore slavo che hanno per protagonista la Baba Jaga, in veste di mangiabambini, il ragazzino riesce a scappare proprio cavalcando un'anatra o un'oca. O uno stormo intero!

  2. Lo "spaventoso" di Haensel e Gretel è ciò che facendoci paura ci attrae, l'ignoto pericoloso, la sostanza atomica viva e mutevole che si cela nella morte. La strega è il memento mori, i due fratellini sono ciò che la precede e la continua, tutti e tre punti in un perfetto circolo. La presenza del simbolo -l'anatra in questo caso- aperto a molteplici interpretazioni ma non esplicabile del tutto,fondamento della fiaba e della buona poesia -secondo me. Grazie per l'articolo, Francesca.

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