Cenerentola: lo sguardo di Satana

di Marco Simonelli

Cenerentola: ce la ricordiamo tutti vestita con un abito scintillante mentre corre giù dallo scalone del castello lasciandosi dietro la scarpetta di cristallo, ansiosa di tornare alla carrozza che allo scadere della mezzanotte tornerà inevitabilmente zucca. Dopotutto la Fata Madrina era stata chiara nell’imporle il coprifuoco. Cenerentola, da brava signorina costumata, non desidera che il suo principe la veda scarmigliata, coperta di cenci, in ciabatte, con la ricrescita. Cenerentola ha una dignità, nonostante a casa tenda a trasformarsi in uno zerbino umano, ad annullare la propria autostima fino a rendersi ridicola. L’umiltà con cui accetta le terribili angherie della premiata ditta Matrigna e Sorellastre dà sui nervi: possibile, mia cara, che tu non riesca a rispondere a tono? Un po’ d’autostima non guasterebbe! Ma è inutile criticare le protagoniste delle fiabe: sappiamo benissimo in cuor nostro che sono destinate ad affermarsi, a raggiungere i loro obbiettivi superando le prove più ardue, a coronare i loro sogni/desideri per poi dirigersi verso quell’eden immoto chiamato happy end, un terreno immacolato in cui la felicità è uno stato spirituale permanente che solo la morte può interrompere. Ecco quindi la nostra Cenerentola che alla fine della storia accede al gaudio perpetuo, garantito anche dalla totale assenza di problemi coniugali: vivranno felici e contenti per tutta la vita.

La versione orale corrente di questa fiaba, sarà opportuno riconoscerlo, è essenzialmente ricalcata dal film disneyano del 1950 che fissa indelebilmente gli elementi minimi e indispensabili del racconto a una dimensione didascalica in cui lo spirito di sopportazione e la resistenza alle umiliazioni sono virtù ricompensate dall’aiuto paranormale della fata madrina prima e dal coronamento del sogno sentimental-principesco-coniugale poi.
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Per affrontare la lettura della Cenerentola redatta dai Grimm dobbiamo purtroppo eliminare dalla nostra immaginazione il fulgore disneyano per addentrarci in una tetra palude della tristezza cercando, se possibile, di non finire come il cavallo di Atreiu. Sarà quindi necessario separare il concetto di fiaba da quello di entertainment: ogni dettaglio della storia congiura per provocare nel lettore un disturbante senso di ansia e preoccupazione. Qui la fiaba non è fatta per conciliare il sonno (la favola della buonanotte) bensì per rendere più acuto lo stato di veglia.
Indagheremo il testo dei Grimm per avvicinarci al plot e ai protagonisti di una Cenerentola che, nonostante molti tentativi (purtroppo falliti) di rimozione, edulcorazione e censura è tragicamente sopravvissuta fino ad oggi per molestare la nostra concezione zuccherosa di racconto per l’infanzia riattivandone gli originali ordigni di terrore.

Cenerentola non è orfana di entrambi i genitori: all’inizio della storia la vediamo al capezzale della madre che, un attimo prima di morire, le raccomanda di essere “docile e buona” onde assicurarsi i favori della divina provvidenza. Dopo un breve periodo di lutto il padre si risposa con una donna le cui figlie di primo letto sono “belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore”. Non ci viene fornito una spiegazione coerente per l’odio che le due ragazze nutrono nei confronti della parente acquisita. “Quella stupida oca dovrebbe stare in salotto con noi? Chi mangia il pane deve guadagnarselo: fuori, sguattera!” Sebbene manchino gli elementi per giudicare il quoziente intellettivo di Cenerentola, dalla sua incapacità di reazione è lecito supporre che la poverina non abbia mai dato l’impressione d’essere molto sveglia. L’accusa mossale dalle sorellastre è in definitiva quella di essere una parente impresentabile e una parassita. A questo punto il sadismo cresce: Cenerentola, succube inerme, viene relegata in cucina, brutalmente schiavizzata e continuamente vessata. Senza dire una parola. Così, come se si trattasse della cosa più naturale del mondo. La sventurata non ha la forza di rispondere né di reagire. Mentre Cenerentola viene sistematicamente privata di ogni diritto umano, il padre (che per qualche strana ragione non si chiede come mai sua figlia giri per casa coperta di cenere) deve recarsi “alla fiera” e chiede alle figlie quale regalo gradirebbero ricevere. Qui apprendiamo che le due sorellastre, oltre a soffrire di paranoia e sadismo, sono più avide e superficiali di due concorrenti di un reality show: la prima chiede vestiti, la seconda gioielli. Ciò che sconcerta però è la risposta di Cenerentola. Nulla le vieterebbe di rispondere al padre qualcosa come: “Perdirindindina, papi, ma ci sei o ci fai? Pronto? Sei connesso? Io sono una pezza da piedi imbrattata di loia e tu mi chiedi cosa voglio? Voglio un po’ di dignità, cazzo!” No, Cenerentola si chiude a riccio e risponde: “Portatemi il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno”. C’è forse una velata ironia in questa richiesta? Quando allude a un ramo in collisione con la scatola cranica del padre Cenerentola sta forse suggerendo che il genitore stia soffrendo di demenza senile? Dopotutto si tratta di un uomo incapace di stabilire un rapporto con la realtà se è vero che nemmeno si accorge delle condizioni in cui versa la figlia. Al dunque: è Alzheimer.
Il rametto sarà la genesi dei poteri magici di cui Cenerentola beneficerà successivamente: piantato sulla tomba della madre e annaffiato di lacrime, questo vegetale transgenico donerà ai volatili che vi si poseranno sopra sia la capacità di percepire i desideri di Cenerentola sia la possibilità di realizzarli. Lo stormo hitchcockiano che ne deriva salva la protagonista dalle impossibili prove a cui viene sottoposta dalla matrigna decisa ad impedirle di andare al famoso ballo. Sarà interessante notare che ogni prova coinvolge lenticchie: si tratta forse di un implicito riferimento biblico a Esaù che vende la primogenitura per un piatto di legumi? Dopotutto si tratta anche in questo caso di rivalità fra consanguinei…
Dopo un roboante cinguettare e tubare, la nostra è finalmente pronta per recarsi al ballo con un “abito d’oro e d’argento e scarpette trapunte d’argento e di seta” (che sollievo queste calzature! Più comode e sicure del frangibile cristallo!) La seduzione del principe avviene come da copione. Evidentemente l’effetto magico del restyling non ha, nella versione Grimm, una scadenza precisa. Cenerentola balla col principe senza limiti di orario finché decide sua sponte di tornare a casa. La legittima curiosità del principe circa le origini della partner viene sistematicamente elusa con la fuga. Non ci sono scaloni sanremesi né carrozze cucurbitacee: forse contagiata dal ceppo mutante e occulto dell’influenza aviaria trasmessa dai complici pennuti la poverina “balza nella colombaia” probabilmente muovendo i gomiti in alto e in basso.

A questo punto compare nella storia il padre del principe: l’anziano signore viene a sapere che la sconosciuta con cui il figlio si è intrattenuto tutta la sera si trova, in quel preciso momento, nella colombaia. Per niente colpito dalla stravaganza dell’ospite si domanda: “Che sia Cenerentola?” Dal momento che non ci vengono fornite testimonianze di una relazione di conoscenza diretta fra la protagonista e il (chiamiamolo pure) Re, ipotizziamo che quest’ultimo ne conosca almeno in parte le vicende: chi altri, se non la sfigata del villaggio, una out cast con famiglia disfunzionale, vittima di violenze domestiche prima e dell’omertà di popolo e istituzioni poi, può avere un comportamento così inappropriato ad un ricevimento in cui sarebbe richiesta ben altra etichetta? Il Re, glielo riconosciamo, tenta perlomeno di stabilire un contatto con Cenerentola: si arma infatti di accetta e piccone “per buttar giù la colombaia”, non sappiamo bene se con l’intenzione di abbattere anche l’ospite molesta oppure nell’estremo tentativo di recuperarla socialmente.

Dopo la fuga Cenerentola si reca sulla tomba della madre per restituire il proprio completo scintillante ai complici pennuti e riprende il consueto aspetto stendendosi nella cenere del camino.

A quanto pare i festeggiamenti a palazzo reale non si concludono con una serata: gli ospiti tornano alle loro case per riposarsi e rinfrescarsi onde riprendere i bagordi il giorno dopo. Dopo un’altra serata di danze e rocambolesche fughe, il principe escogita uno stratagemma per impedire a Cenerentola di svignarsela senza nemmeno salutare: come un ragno che tesse la tela per assicurarsi la presenza di una mosca succulenta, cosparge le scale di pece.

Eccolo qui, il famoso scalone: noi avremmo desiderato un tappeto rosso, una balaustra in marmo, colonne corinzie; invece ci troviamo davanti una vischiosa distesa di catrame. Che desolazione. La piccola principessina che alberga nel nostro animo bamboccescamente romantico non riesce a capacitarsi di questa deprimente caduta di stile.

Rinvenuta la scarpa hanno inizio le indagini: il principe ormai la vuole. Matrigna e Sorellastre tuttavia sono disposte a tutto pur di imparentarsi con la casa regnante. A tutto. Compresa l’automutilazione. “Quando sei regina non hai bisogno di andare a piedi”, dice la matrigna passando un coltello alle proprie figlie e suggerendo loro l’amputazione – rispettivamente – di alluce e calcagno. Chissà come commenterebbe Manolo Blahnik.

Il trucco sembra funzionare, tant’è che il principe se ne parte dall’abitazione convinto di aver ritrovato la misteriosa ballerina. Trucco che per ben due volte viene scoperto grazie all’inevitabile emorragia che nessuno ha pensato a cauterizzare.

Ci avviamo verso la conclusione: abbiamo già accennato all’inevitabilità dell’happy end e la Cenerentola Grimm non fa eccezione. Solo che la realizzazione del progetto matrimoniale principesco non conclude realmente la storia. Ricordate le tortore e le colombe senzienti evocate dal rametto piantato sulla tomba materna? È possibile che le radiazioni soprannaturali da cui sono state investite siano scaturite da una collisione medianica che ha coinvolto i sentimenti più repressi di Cenerentola: il suo desiderio di riscatto, la frustrazione dell’isolamento, la rabbia nei confronti di una famiglia che le ha reso impossibile una decente qualità della vita. È come se le colombe avessero assorbito questa carica negativa e si preparassero a restituirla. Le colombe porteranno all’espiazione fatale delle colpe: eccole infatti volteggiare, più avvoltoi che colombe, presso la chiesa in cui le nozze stanno per essere celebrate quando vediamo arrivare le claudicanti sorellastre, giunte per “ingraziarsi” Cenerentola, illuse forse di recuperare un rapporto con la fortunata congiunta. Ed ecco le candide colombe che planano amabilmente verso di loro in giri voluttuosi per inserire il dolce becco fra palpebra e bulbo oculare ed accecarle (si badi bene: non una ma ben due volte per un totale di quattro occhi e di due sorellastre orbe.

Candidi piumaggi sporchi di sangue, le colombe finali che al posto del rametto di ulivo stringono nel becco due occhi freschi con tanto di nervo ancora attaccato sono la materializzazione di una vendetta che Cenerentola da sola non sarebbe mai stata in grado di compiere ma che – immaginiamo – abbia ampiamente desiderato.

Nell’immagine di copertina: Emile Bertrand, Jules Massenet, locandina di Cendrillon all’Opéra, particolare

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Autore: Marco Simonelli

Marco Simonelli (Firenze, 1979) ha pubblicato Sesto Sebastian - Trittico per scampata peste (Lietocolle, Como, 2004), Palinsesti - Canzoniere catodico (Zona, Arezzo, 2008), Will - 24 sonetti (d'If, Napoli, 2008), L'estate sta finendo (Leconte, Roma, 2011), Poesie d'amore splatter (Sartoria Utopia, Milano, 2015), Il pianto dell'aragosta (d'If, Napoli, 2015). Suoi testi sono in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano (Marcos y Marcos, Milano, 2012). Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente (Old Europa Cafe 2015).

11 pensieri riguardo “Cenerentola: lo sguardo di Satana”

  1. davvero notevole. In alcuni momenti tipo "forse contagiata dal ceppo mutante e occulto dell’influenza aviaria trasmessa dai complici pennuti la poverina “balza nella colombaia” probabilmente muovendo i gomiti in alto e in basso." credevo di morire dal ridere!

  2. Comunque la mia Cenerentola preferita, e qui svelo il mio sentimentalismo, è quella interpretata da Leslie Caron, in un vecchissimo musical, La scarpetta di vetro. L'ho visto tante volte da piccola, la fata madrina, un po' ladresca un po' poeta (si innamora delle parole per come suonano), che arriva con un sacco di juta come borsa, era il mio personaggio preferito. Ditemi che non sono l'unica ad aver visto quel film! La Caron, nei panni di una Cenerentola scontrosa e scorbutica era fenomenale.

  3. ho letto i racconti di A Bloody Chamber, ma non ricordavo che ci fosse pure Cenerentola, andrò a cercarla, thanx

    cielo, ma ci rendiamo conto di quante fiabe abbiano la fissa dei piedi!?!

  4. @Renata, la gatta Zezolla spiega tante cose, perfino la sorte infelice della ragazzina. Hai letto la versione della Carter? Sono certa ti piacerebbe moltissimo.
    Grazie a tutti voi e a Marco! Io ricordo ancora quando in un bar di Via San Gallo (vedi che memoria!), a Firenze, Marco mi disse di essere stato terrorizzato a morte da bimbo, dall'immagine della matrigna di Biancaneve costretta a danzare fino alla morte nelle scarpe di ferro rovente. E questo ha risvegliato il mio sadismo, spingendomi a perseguitarlo finchè non avesse scritto la sua sulle fiabe. Prossimo giovedì, piccola anticipazione, una Cappuccetto Rosso via Renata Morresi, che è tutta una sorpresa.

  5. notevole happy end, non si fa mancare nulla questa Cenerentola dei Grimm, a spasso fra i generi… ma sì, è così che si dovrebbe cucinare: fiaba a sfondo sociale, condita con quadretti grotteschi alla Burton e squarcetti "horror" alla Hitchcock/De Palma, speziando qua e là con un po' di archetipicità alla Pinkola Estes e qualche rituale psicotombale alla Jodorowski…. 😉

  6. (però dal racconto di basile mi risulta che cenerentola avesse ammazzato – DECAPITATO! – una prima matrigna…eheh, non così passiva dopotutto)

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