Il gatto con gli stivali

di Vincenzo Bagnoli

Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno valgono più d’ogni altra fortuna ereditata. Da questo lato, la storia del gatto del signor marchese di Carabà è molto istruttiva, segnatamente per i gatti e per i marchesi di Carabà.

Carlo Lorenzini

dore_boots1Sì, è vero: da piccolo, fin da piccolo, mi sarebbe piaciuto fare il vagabondo. Saranno stati i racconti della Lindgren (a 5 anni ero innamorato perso della Pippi televisiva), oppure le comiche di Charlot; sarà stato London oppure il romanticismo, se volete melenso, con cui si parlava in quegli anni di chi stava fuori, contro… O forse, più semplicemente, ero proprio un vagabondo nell’animo, nel senso con cui si usa la parola nell’industrioso nord: non avevo voglia di lavorare. Un lazzarone? No, andiamoci piano. E vediamo: a quali condizioni «lavorare»? Già la routine della scuola, dopo pochi mesi, m’era sembrata sospetta: ridurmi a un funzionare, consumando l’esistenza a girare in cerchio come un docile asino alla macina del mulino non m’andava proprio (era un presagio?).
Forse l’escapismo dei Seventies mi aveva permeato: quello spirito delrunaway che vedevo a tratti prendere anche mio padre, con le sue vacanze in campeggio e l’acquisto di generi alimentari dal contadino, operazione che di solito si traduceva nel trascorrere giornate inopinatamente lunghe in campagna, dove per altro, fra crusca, cruschello e conigli, non posso dire che mi trovassi davvero a mio agio.

Malgrado amassi molto London, la wilderness vera e propria restava ben al di là dei miei orizzonti metropolitani e l’esperienza che potevo averne si limitava al solito documentario sui castori che precedeva i cartoni animati e le spiacevoli esperienze agricolo-olfattive della spesa alimentare alternativa. È vero anche che d’estate amavo infilarmi, sempre con mio padre, nei boschi alla ricerca d’improbabili funghi, sfidando la minaccia di altrettanto improbabili rettili: ma quello restava un mondo altro, alieno. Era il luogo del mistero, più che dell’avventura. Ricordo ancora una casa sull’Appennino in cui trascorrevo le vacanze, la stessa in cui avrei sentito per la prima volta la storia del Gatto con gli stivali; il cielo al tramonto lì aveva lo stesso colore di quello rosa-arancione di un quadro in salotto, dove c’era una donna su un carro. Un giorno, mentre stavo giocando con i soldatini, non i soliti indiani e cowboy, ma guerrieri medievali, arriva mio nonno, per passare con noi le ferie: vede i soldatini e mi racconta la storia di Orlando, recitando qualche ottava a memoria. Mi spiega poi che la donna del quadro è la dea dell’aurora, e anche il paese prende il nome da Giunone. Mentre lo ascoltavo, avevo la certezza che antichi cavalieri e dèi abitassero ancora proprio nei boschi lì intorno.

Quello che sentivo nel bosco era la parte oscura del mio cuore, il suo fondo destinato ancora all’ombra, nell’infanzia: era la paura di me stesso. Per fare emergere quel lato e per capirlo avrei dovuto affrontare la mia linea d’ombra e sarebbero stati necessari, molto più avanti, nell’adolescenza, autori come Conrad e Tolkien (e Golding): allora avrei capito quella terra di passaggio, fra la vita e la morte, fra barbarie e ragione, che si percorre solo a un certo punto, per diventare uomini (civili).

Le fantasie infantili di avventura invece, con tutto il loro essere comunque torbide, sono sempre gioco da cortile e non hanno bisogno ancora di sacrifici cruenti; le mie non chiedevano quello, in ogni caso, ma di restare aggrappato alla vita prima dei territori sconfinati della notte, di darmi una via e un mezzo sicuri per attraversarli, anzi una scorciatoia abbastanza luminosa, un sentiero magari lastricato di mattoni d’oro (ero anche un maoista in erba, forse: o forse era colpa del Mago di Oz se preferivo il facilis descensus malgrado gli ammonimenti delle suore?). Quindi il mio fantasticare sugli outlands non andava molto più in là delle strade della città, della mia città, in cui di notte, dalla finestra della camera dei miei genitori, mentre spavaldamente aspettavo in divisa da Little Nemo che i miei fratelli più piccoli si addormentassero per poter raggiungere il letto, m’immaginavo a vagare. Quella era la mia wilderness, la mia «terra d’avventura»: mattoni, cemento e asfalto. Da percorrere possibilmente in motocicletta. Di nuovo, che potevo sapere di Easy Rider? Probabilmente nulla… Di fatto, però, quando sedicenne lo vidi fu per la prima volta, sperimentai una sorta di riconoscimento.

cruikshankpussbootsMi chiamavano, quelle strade silenziose e buie e deserte (relativamente buie: certo più buie e deserte di adesso, per via dell’austerity): uguali a quelle che percorrevo di giorno, quindi un po’ familiari, eppure sostanzialmente diverse. La loro notte addomesticata, tuttavia, sembrava così simile alla penombra della mia stanza, da farmela sentire come una sorta di prosecuzione della notte privata della camera di un bambino. E pensavo che sarebbe stato facile, in questa vita randagia immaginata, stare senza casa e, per dormire, sgusciare dietro i portoni di certi magnifici palazzi, i cui ingressi sarebbero stati ripari accoglienti: quelli antichi e oscuri del centro, simili ad antichi castelli misteriosi, o anche quelli moderni e scintillanti dei palazzoni che mi circondavano e che avevano il profumo plastico e metallico delle astronavi.

Cresciuto un po’, e scoperta la poesia del ragazzo dalle suole di vento, avrei cercato di realizzare in piccolo queste fantasie, indulgendo a certe digressioni a notte fonda rispetto ai miei percorsi, per giocare a perdere la strada, a esplorare l’altra faccia di quel che era noto. E anche per cominciare a cercare l’altro me stesso, quello oscuro. Ma questa è tutt’altra storia… Allora, a sette anni, fantasticavo sulle possibilità di autonomia, di vivere senza casa. Non ero il figlio cadetto, tutt’altro: ero il primogenito. Ma quando me ne stavo quell’oretta tutto solo, bandito dalla mia camera, ad aspettare che i fratellini si fossero addormentati, guardavo fuori dalla finestra ed ero fermamente convinto che era lì che avrei dovuto essere, a girare per le strade notturne. E sapevo già di non avere voglia di restare a lavorare al mulino (in tutti i sensi): se mi fosse stato lasciato in eredità, come nella favola, lo avrei lasciato volentieri ai minori, così come avevo volentieri ceduto loro il privilegio di andare a letto per primi.

Ma, se sembrava possibile fare senza casa, avrei saputo fare anche «senza famiglia», secondo l’esempio di un altro noto vagabondaggio infantile? Qui veniva il difficile, perché davvero avrei voluto farcela da solo, eppure sapevo che di qualcuno avrei avuto bisogno. Qualcuno che mi aiutasse. Lo avevo capito proprio dalla favola: il figlio cadetto del mugnaio, capace al massimo di mangiarsi il gatto, sarebbe stato spacciato, da solo. Per tentare di attraversare qualsiasi terra incognita, come sa ogni nomade, occorre l’amicizia di un «compagno selvaggio»: uno spirito animale, un’entità che conosca il wild side e possa guidare attraverso le piste dell’avventura. Non un mansueto Venerdì da «educare»: al contrario, un portentoso, irrefrenato Quequeg. Non la balena bianca, però, poco avvezza al dialogo e allo scambio, e nemmeno Zanna Bianca: anche loro stanno sul lato in ombra del cammino, quello che si può percorrere quando si è più grandi. Di chi fidarsi, quindi? Di uno spirito selvaggio ma allegro, un animale amico: non il riflesso inquietante dell’abisso, ma un burlone capace di danzare sull’orlo di questo, un trickster. Un po’ più abile, certo, di Willy il Coyote, cartoonistica incarnazione del coyotl creatore-distruttore nativo americano (un bricoleur, lo definiva Lévi-Strauss, che ripara la realtà col materiale disponibile) che imperversava nei pomeriggi e sabati sera e che nell’abisso finiva spesso (troppo spesso) per cadere.

Un personaggio così era proprio il gatto con gli stivali: incarnazione dell’inaspettato, abitatore di spazi ibridi, marginali e liminali (sentieri e torrenti, come quello sulle cui rive cattura i due conigli da portare al re o quello in cui tuffa il figlio del mugnaio), trasgressore di tabù, briccone capace di spostare mythos e racconto dalle verità rivelate all’ironia, fino a gabbare persino un terribile Meister der Verwandlungen e mangiarselo come un topolino, consentendo al suo protetto di completare la metamorfosi iniziatica e dunque il cambiamento di classe sociale.

L’avevo incontrato non nei racconti di genitori e nonni, per quanto ricordo, e forse nemmeno in un libro: ma in un’audiocassetta. Era infatti quella l’epoca dei babyboomers, in cui la tecnologia ci coccolava con queste prime meraviglie, addestrandoci a crescere mansueti nella solitudine. Comunque, grazie a quella cassetta, il gatto s’era incarnato non solo in una figura (le fiabe sonore andavano ancora in compagnia del libro illustrato, o tempo felice…), ma anche in una voce, sarcastica e beffarda, con quel taglio d’ironia che non poteva non piacermi, perché era rassicurante: davanti al riso non c’è minaccia, per quanto grande, nera e paurosa, che possa resistere.

I gatti poi mi erano sempre piaciuti, e faceva parte dell’esperienza metropolitana di vivere al nono piano il non averne potuto avere uno (a un vicino il gatto domestico, poco trickster, o forse trickster alla Vilcoyote, era caduto dal balcone, spettacolo miserando che aveva dissuaso ogni membro della famiglia dal desiderio di tenere un animale in casa, almeno per un po’). E mi piaceva il modo in cui il gatto cantando (grazie all’ignoto doppiatore) si compiaceva del suo essere «matto», rassegnandosi così al titolo affibbiatogli dal suo padrone, nel sentirlo capace di parola, per accondiscendente deferenza. La magica creatura era anzi stata additata a esempio di obbedienza da mio padre, uomo, come si sarà capito, solitamente alieno da ogni autoritarismo, ma che evidentemente in quel momento doveva essere stato messo a dura prova da qualche mia polemica di settenne (polemiche feroci, come mi rendo conto adesso che le rivivo dall’altra parte della barricata): la sua trovata, però, aveva ottenuto che drizzassi le antenne verso quella faccenda, ma per cogliere un messaggio ben diverso da quello che intendeva lui. Questo essere «matto» sarebbe stato per me un potentissimo jolly da giocare ostinatamente contro i rigori della disciplina, finché non mi fossi scontrato con un «comma 22». Un matto-jolly così l’avrei ritrovato di lì a poco nel mazzo dei tarocchi, altra favola in continua metamorfosi: e ancora una volta con le vesti del vagabondo. E se ancora adesso gli studiosi della favola non sanno perché il gatto avesse gli stivali, io, sì, lo sapevo. Il mio gatto avrebbe avuto gli stivali perché sarebbe stato ovviamente a propria volta unbiker.

Il gatto si rivela, per chi non lo sapesse, la migliore fortuna che potesse capitare al giovane spiantato, gettato dalla malasorte per le strade del mondo in una sorta di ver sacrum. Con la sua astuzia e con mezzi semplici si fa benvolere dal re del paese, acquista al suo protetto il fantasioso titolo di marchese di Carabas (propiziandosi quindi il potere benigno), sconfigge il nemico numero uno, l’orco (il potere maligno, distruttivo: il diabolico maestro delle metamorfosi, il mangiatore di bambini per eccellenza, il negatore dell’infanzia) e s’impadronisce delle sue ricchezze, infine ottiene per il ragazzo la mano della figlia del re, che s’era di lui invaghita. Portata a compimento la quest, raggiunto il benessere, può quindi dedicarsi a una vita di agi e dismettere gli stivali, quelli stessi che aveva chiesto all’inizio dell’avventura come unico prerequisito per poter aiutare il suo padrone. Oggetti magici, quindi, collegati ala strada, alla peregrinazione e al percorso da fare per arrivare a compimento: e quindi, giunti a quel punto, da abbandonare senza rimpianti, si direbbe. Il finto marchese, grazie ai possedimenti dell’orco può presentarsi finalmente al re come un nobile vero: viene ammesso in società al massimo rango e sposa la principessa. E tutti vissero felici e contenti?

L’astuzia è la migliore arma: più della prepotenza, più della magia, spesso destinate a ritorcersi contro chi ricorre a loro. La furbizia del gatto mi sarebbe servita da esempio mille volte, e non avrei mai cessato di ammirarla. Ma, alla fine, mi sarebbe servita veramente, o anch’essa si sarebbe dimostrata un’arma a doppio taglio? A togliersi d’impiccio è certamente utile, al gatto; così come ad aiutare il proprio compagno di strada. Ma si può dire che sia bastata per guadagnarsi una vita tranquilla e la riconoscenza? Secondo una certa versione, parrebbe di no: in un racconto del Pentamerone un felino in tutto e per tutto simile al nostro chat botté, tanto da essere considerato suo predecessore, dopo aver beneficato similmente il giovane Gagliuso si vede trattato con ingratitudine da lui e dalla regale consorte, e preferisce quindi ritornare on the road. Anche senza conoscere questo risvolto, mi sono sempre domandato se il gatto non avesse a un certo punto provato nostalgia per la vita vagabonda. Ma in fondo mito e favola non conoscono tale irrequietezza: giunta a compimento la vicenda, l’Ulisse omerico è appagato e felice di restare a Itaca. L’inquietudine viene piuttosto con la  posterità, che ama chiedersi «e dopo?», e ritagliarsi così il proprio spazio: e rimettersi per via, e cercare il proprio nuovo marchesato. A maggior ragione anche il pur sempre domesticissimo animale, notoriamente amante della tranquillità, dopo aver sonnecchiato nella casa del mugnaio, sarà stato in seguito ben felice di oziare nel palazzo di un marchese.

E io, smesso il vagabondaggio, mi sarei trovato bene nei panni del marchese? O mi sarei piuttosto ritrovato prigioniero del matrimonio principesco (chissà che noia, la figlia del re…) e di questa falsa identità, costretto a mentire per tutta la vita per garantire gli agi di quello che avrebbe dovuto essere il mio nume tutelare? Un’inquietante scambio di ruoli, se ero davvero costretto a piegarmi ai suoi capricci, se davvero ero in sua balia fino a questo punto. Era questa la libertà?

Certe favole alla fine accompagnano un po’ per tutta la vita, come del resto fanno certi «compagni selvaggi» che ci si è scelti, anche quando non sarebbero più graditi, anche quando diventano una persecuzione, una sciagura (soprattutto quando non sono veri selvaggi, ma solo teppisti d’altro genere, come il Leòn Robinson celiniano). Queste favole-compagno sono il nostro famiglio, la faccia segreta, il segno d’un destino: mi misi anche io da adolescente gli stivali per andare a caccia, senza crusca né cruschello. Arriverò a toglierli? Perché, di fatto, questo vagabondare, non è ancora finito. All’epoca di Perrault i figli minori potevano ancora essere costretti davvero a mettersi in via, ad andare lontano, a divenire vagabondi, in qualche caso: per quanto con migliori chances rispetto al passato remoto, a giudicare dalla sua morale, secondo la quale «l’industrie et le savoir-faire valent mieux que des biens acquis», e «l’habit, la mine et la jeunesse, pour inspirer de la tendresse, n’en sont pas des moyens toujours indifférents». Ma, nell’epoca del welfare, fra università di massa e Cinquecento, quando i nostri fratelli maggiori, o padri, potevano «volere tutto» (e prenderselo, in molti casi), questo figurarsi vagabondo poteva sembrare solo una fantasia puerile: non avevamo già, noi rampolli felici, tutta la tendresse che si poteva desiderare? Non avremmo tutti completato gli studi, dispiegando ogni nostra industrie, affinando il nostro savoir-faire? Eppure, per quanto allora non potessi saperlo, proprio a quella generazione che stava crescendo nel guscio delle sicurezze più protettive che si potessero immaginare sarebbe toccato in sorte, un giorno, di vedere tutto ciò eclissarsi e di doversi mettere per strada e vagabondare lontano, desiderando un gatto con gli stivali per trovare non dico un marchesato, ma un banale posto di lavoro, essendo già presi per diritto ereditario tutti i titoli e i ruoli che contano.

In più adesso, siccome di fatto non me ne sono mai andato davvero a fare il vagabondo, e il gioco da cortile è rimasto tale, mi ritrovo a girare la macina di un mulino. Con un orrendo sospetto: non è che in realtà questo mio amico, questa parte di me, forse la migliore, me la sono fatta arrosto (come avrebbe voluto fare il poco sveglio figlio del mugnaio) e ne conservo solo per ricordo un manicotto di pelliccia? E non è forse questo feticcio che mi porto dietro l’impronta della sua ironia, con cui ancora sono costretto a tentare d’illudere ed eludere i ruoli stabiliti dal sistema, il circolo vizioso di produzione e consumo, l’autoritarismo della lingua, la morte certa d’ogni definizione, di ogni parola detta per durare?

***

Illustrazioni di Arthur Gaskin, Gustave Dorè e George Cruikshank

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