Il guardiano dei porci, una favola di Hans Christian Andersen

di Viviana Scarinci

Che ci si debba abituare al fatto che la realtà sia diventata sempre più clandestina?

Walter Siti, Troppi paradisi

Ma che cosa intendiamo qui per “invisibilità”? Né più né meno che il “segreto” di cui ogni corpo, ciascun corpo è, più o meno consapevolmente, portatore.

Vincenzo Cuomo

Una delle mie storie preferite è Il guardiano dei porci. Ma è diventata preferita abbastanza di recente come frutto di una circostanza assonante al periodo in cui mi è capitato di leggerla. Non l’ho letta quando ero bambina. Né mi è stata raccontata. Né l’affezione per questa storia mi riporta all’infanzia passando per una madre che legge, ma piuttosto a una circostanza in cui sono io la madre che leggendo incorre in qualche recondita ricaduta, nell’attraversare quella storia, non come una fiaba ma come una metafora incredibilmente sorprendente, riguardo l’invisibile.

Hans Christian Andersen, fotografia di Georg E. Hansen
Hans Christian Andersen, fotografia di Georg E. Hansen

Le fiabe di Andersen – se non quelle edulcorate da qualche edizione facilitata, senza il nome dell’autore in copertina, e con i brutti volti dei personaggi tracciati pressappoco – non hanno fatto parte del mio bagaglio, fin quando non ho comprato per i miei figli un libro in edizione rivolta agli adulti, con una vera traduzione, scoprendo di Hans Christian Andersen, assai tardivamente e con stupore, quanto prima che narratore di fiabe per bambini, lo fosse fin dall’intenzione, ad uso di quegli adulti  che stanno in una zona indefinita delle età, in cui lo stesso Andersen si trovò costretto, anche nell’aspetto fisico, per tutta la vita. E quanto anche la sua strana biografia lo denunci estraneo, ai ruoli e alle  funzioni canoniche che si giocano negli elementi portanti tanto di una biografia, quanto delle storie che narrava. Ma soprattutto, la cosa più sorprendente di certe storie di Andersen sta in quanto poco e raro interesse avesse l’autore per i lieto fine. Come se la letizia fosse un dato inconcludente e la lontana possibilità di un lieto fine, concorresse ad essere una tra le prime cause di rovina.
Tanto per cominciare, ne Il guardiano dei porci, c’è un principe che invece di regnare su un regno smisurato, ne possiede uno piccolissimo. Ma oltre a non vivere alcun complesso di inferiorità per una qualsiasi causa di misure esigue, egli è davvero principe nel cuore avendo pure l’ardire di esigere una sposa, e non la prima che accetti, ma la figlia dell’imperatore, che già adocchiata da tempo, è l’unica che gli garbi. Come se questo non fosse bastato per renderlo il mio eroe, il principe per ottenere la piccola imperatrice decide di giocarsi il tutto per tutto, offrendole due  doni che rappresentino la totalità del suo tesoro. Ora, un tesoro fruttificato seppur nei secoli, da un regno piccolissimo non può certo consistere nell’agrimensura illimitata di un possedimento principesco, ma in qualcosa di decisamente meno scontato e prevedibile. Un tesoro vero, accessibile al solo occhio che sappia guardarvi nei giusti termini. Ecco la prova che aspetta il coraggioso principe e l’ignara fanciulla: lui che crede di convincerla a sposarlo non altrimenti che regalandole l’inestimabile. Lei, forse accettando, ma anche no.
La conoscenza dell’ammontare di questo tesoro ci porta a un luogo che a differenza di un antro oscuro scelto per celare il bottino, è esposto allo sguardo di tutti. Si sa che l’ammontare dell’invisibile ha spesso la caratteristica di essere direttamente proporzionale alla sua esposizione. Il tesoro del principe consiste in una sepoltura, non di monete d’oro ma piuttosto di un padre. Su questa tomba che custodisce ben visibile la memoria di un re, accadono con straordinaria costanza due fenomeni sorprendenti: un rosaio ha stabilito di fiorire l’unica sua rosa ogni cinque anni, una rosa capace di una profumazione così rara e ineffabile da far dimenticare qualsiasi sgradevolezza. E un usignolo si presenta lì tutte le mattine a cantare ogni sorta di melodia conosciuta e sconosciuta senza pretendere cachet. Comprendendo appieno il potenziale di una simile gratuità, il principe deve aver pensato che nulla potesse essere più convincente di quella bellezza, ai nobilissimi occhi di  una futura imperatrice, e decide di recidere la rosa e catturare l’usignolo per donare la virtù di cui è erede alla fanciulla.
È qui che la favola sempre mi turba, fin quasi a dover raccogliere uno slancio ulteriore per poter proseguire oltre la tomba alla ricerca del valore di un’eredità sottoforma di dono che non si attende ma si porge.

Il guardiano dei porci, Arthur Rackham
Il guardiano dei porci, Arthur Rackham

Il primo dono che arriva alla reggia dell’imperatore padre è la rosa, che viene accolta con iniziale entusiasmo. Ma sebbene l’imperatore e la corte al principio l’avessero apprezzata, alla piccola imperatrice non piace soprattutto per un motivo: la rosa è troppovera. Nella verità di una rosa c’è quanto di non trascurabile esiste nell’invisibile. Un profumo, la passività del non artefatto, il velluto che si offre e sfalda in petali l’unico movimento di profferta. La verità della rosa mette fuori discussione tutto quanto abbia qualcosa a che fare con l’artificio sempiterno di una bellezza in cui il tempo scorre senza intelligenza, senza la memoria che non umilierebbe mai con un atto di riscossione dovuta, il significato recondito di un dono.
Nel convenire, subito dopo l’eccitazione iniziale, lo scarso entusiasmo di tutti per la rosa, Andersen inscena un motivo fondamentale della sua poetica: se da una parte il valore di ciò che è l’invisibile viene svalutato fino a renderlo una qualità trascurabile, questo innesca un’ultimativa credenza mortifera sulla bellezza, quella più decadente e rattristante, perché è un colpo autoinferto: la bellezza limitata all’esibizione di se stessa uccide il proprio segreto. Distrugge il luogo misterioso e sconveniente della sua tomba, senza più la possibilità di uno spazio che rechi ad essa il diritto di esistere o di inesistere alla luce del sole.
All’inizio ai cortigiani piace la rosa, l’imperatore di primo acchito anche la loda, per poi subito avvallare il giudizio della figlia lasciandole l’ultima parola

«Uh! come è fatta bene!» esclamarono insieme le dame di corte.
«È più che ben fatta!» aggiunse l’imperatore «è bella!»
Ma la principessa la toccò e si mise quasi a piangere.
«Peccato papà» disse la fanciulla «non è fìnta, è vera!»
«Peccato» ripeterono le cortigiane «è vera!»

Andersen la sapeva lunga sull’invisibile. Ne I vestiti nuovi dell’imperatore, l’invisibile e le strategie ipocrite che lo nominano, sono organizzate in una narrazione sfacciatamente paradigmatica: un imperatore offuscato dalla vanità crede all’esistenza di una stoffa così ineffabile che ai più risulta invisibile. Ma in realtà quell’invisibilità è una truffa, e il primo ad essere truffato è l’imperatore stesso. Qui, l’ineffabile e il nulla hanno la stessa sublime trascurabilità. Non c’è differenza, perché l’importante, tanto per la piccola imperatrice, quanto per l’imperatore vanitoso, non è se una “cosa” sia vera ma che quella “cosa” sia facilmente condivisibile da un consenso di cui essere arbitri.
Quando alla corte della piccola imperatrice arriva l’usignolo le cose non vanno meglio:

«Guardiamo cosa c’è nell’altro astuccio, prima di inquietarci!» disse l’imperatore, e così comparve l’usignolo, e cantò così bene che non fu possibile dire nulla di male di lui.
«Superbe, charmant!» commentarono le cortigiane, che parlavano francese tra loro, ma una peggio dell’altra.
«Come mi ricorda il carillon della defunta imperatrice!» disse un vecchio cavaliere. «Si, è proprio la stessa tonalità, la stessa espressione.»
«Sì» esclamò l’imperatore, e si mise a piangere come un bambino.
«Non posso credere che sia vero!» disse la principessa.
«Sì, è un uccello vero!» risposero coloro che lo avevano portato.
«Ah, allora lasciatelo volare» disse la principessa, e non permise assolutamente che il principe entrasse.

A questo punto di buono c’è solo una cosa: la confusione mentale della piccola imperatrice sulla questione del vero e del non vero, l’avrebbe resa sicuramente credula. Per cui il principe, che ha cuore nobile, senza perciò essere fesso, decide di usare a suo vantaggio la cosa travestendosi da guardiano di porci per penetrare sotto mentite spoglie in quel regno di fanfaroni. E’ facilissimo farsi assegnare un alloggio vicino alla porcilaia, e altrettanto facile avere tutto il tempo di escogitare uno stratagemma. L’idea è di inventare un oggetto meraviglioso che possa colpire la piccola imperatrice in modo irresistibile. Un oggetto che possa insegnarle la differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è. E cosa muti un’apparenza trascurabile in una magia meravigliosamente visibile, e quanti inganni siano celati dietro tutti i fatti di questo ordine. Ma soprattutto, quanto la fiducia nei propri segreti serva per non risultarne gabbati.
Ma sarà l’importanza di un compito similmente imparentato col destino a fargli tremare i polsi, o che le invenzioni le si inizia e non si sa mai dove vanno a parare. O sarà che più prosaicamente al principe, che s’è messo a lavoro fin dall’alba, intanto che lavora  gli è venuta fame, fatto sta che alla fine della giornata si trova in mano, non un gioiello, un regale monile ancora da donare, ma niente di meno che una pentola magica che funziona così: non appena la zuppa alza il bollo, dei campanellini cominciavano a suonare, senza indugio una canzone … ma non è tutto, la pentola magica ha un’altra proprietà incredibile: se si mette il naso per annusare i vapori che emana il bollore, immediatamente si può capire dall’odore quali cibi stanno cuocendo sui fornelli di tutto il reame! L’odore dei segreti altrui e quanto sia attraente l’intimità svelata da un prodigio. Solo un principe di un piccolissimo regno cresciuto tutto intorno a una tomba, avrebbe potuto architettare un simile tranello senza caderci dentro lui per primo.
Per pura coincidenza, proprio al momento del collaudo della pentola, passa vicino alla porcilaia la piccola imperatrice. Per pura coincidenza, la canzone che la pentola suona ogni volta che si alza il bollore è l’unica che la piccola imperatrice conosce e sa suonare con un dito. Di conseguenza la fanciulla, che ormai sappiamo bene non essere una volpe, deduce che il guardiano dei porci sia depositario di tutto lo scibile, ma che di sicuro è anche un pericoloso stregone, e manda una delle sue dame, la più bella, a chiedergli il prezzo di quell’invenzione perché vuole a tutti costi comprarla. “Non la vendo” dice il principe “Ma alla tua Signora potrei cederla in cambio di dieci baci”. La dama scoppia in una fragorosa risata. “Ce la vedi la figlia dell’imperatore che dà dieci baci a un guardiano di porci? I baci te li do io che sono bella, e che il prezzo ti basti!”. “Niente affatto. O la piccola imperatrice  o niente”.

E che ve lo dico a fare? L’immondo commercio di baci si consuma, e la piccola imperatrice passa tutta la notte a spassarsela alle spalle dei suoi sudditi. In breve tempo, non c’è fornello in tutto il regno di cui non si sappia, e giù risate e balli sulle note della canzone che la pentola e la fanciulla non smettono di intonare fino a notte fonda.

“Solo la danza” scrive Vincenzo Cuomo: “una danza capace di dis-orientare il corpo e di dis-organizzarlo, è capace di mettere definitivamente fuori gioco il sistema del giudizio, perché danza intorno al vuoto, al pericolo, al segreto”. Ritroverà la ragazza, il segreto di se stessa, danzando? O stordita dagli odori di tutte le case, perderà definitivamente il proprio?     

Il guardiano dei porci, Anne Anderson
Il guardiano dei porci, Anne Anderson

Il tempo stringe, la favola deve volgere alla sua conclusione, i personaggi aspettano, non di essere lieti, ma di essere liberati. I personaggi di Andersen non aspettano che l’evidenza, la stessa che al principio sembra invisibile, e ci arrivano attraversando il panorama avvincente della necessità, come se il compimento non abbia bisogno di alcuna intenzione da parte loro se non di possedere il segreto che sono i loro corpi a racchiudere. La piccola imperatrice danza e suona con un dito l’unica canzone che conosce. Il principe non teme di sporcarsi travestendo il suo corpo bellissimo da guardiano dei porci. Il giorno dopo non avrà timore di architettare un tric trac, invece che un’arpa, per stregare la piccola imperatrice cui piace ballare. L’oggetto risolutivo non sarà lo strumento musicale più ammaliante di tutti ma un tric trac che per incanto smetterà di produrre suoni  brevi e secchi come dinieghi e inventerà meravigliose polche, valzer, saltarelli soltanto tramite una leggerissima rotazione del polso. Il principe è un mago, impugna un tric trac o suona un’arpa? Non lo sappiamo più, la musica fa il resto e arriva dove non arriva il visibile. “Dove il mondo fallisce, parla la musica” scrive Andersen in un aforisma.

In breve la principessa pretende anche il tic trac ma ci vogliono cento baci stavolta per ottenerlo. L’operazione di pagamento, in verità troppo laboriosa per passare inosservata, porta con sé la conseguenza che l’imperatore padre li sorprende nel mentre della fornicazione e per la vergogna li scaccia dal suo onoratissimo regno. I due si ritrovano sospinti da una potente pedata sotto un albero a fianco ad un ridente ruscello. La piccola imperatrice  piange. Ma smette subito quando il guardiano dei porci si ripulisce dalla lordura lavandosi nelle acque del ruscello per rivelarsi il bellissimo principe che è. E a questo punto la storia potrebbe finire bene se non l’avesse scritta Andersen.
Cees Nooteboom scrive “nel mondo ci sono luoghi in cui un arrivo o una partenza vengono misteriosamente moltiplicati dai sentimenti di quanti nello stesso luogo sono arrivati o da là ripartiti”1 le sepolture sono tra questi luoghi di scambio. Chi arriva viene agito da molte partenze, chi parte detiene la possibilità del luogo di essere qualcosa di ulteriore. Il principe che ha fatto di questa consapevolezza un  tesoro, ha percorso un strada lunghissima, un disvelamento che l’ha condotto lontano, molto lontano dallo stesso luogo da cui è partito e poi tornato. E dopo questo ritorno infine può vedere quello che al principio non vedeva: un’imperatrice minuscola che non ama le rose, che non capisce niente di usignoli e che fa l’amore con un guardiano di porci per ricevere in cambio un sonaglino. Tra l’olandese Nooteboom e il danese Andersen corre un filo rosso assai significativo. Nooteboom dedica un intero libro alla libera riscrittura de La regina delle nevi, la strega che separava gli amanti gelando il cuore di uno solo di loro. In questo romanzo che si intitola Le montagne dei Paesi Bassi, Nooteboom ancora scrive che tra strade e storie non c’è gran differenza: entrambe sono fatte per portare altrove.

“C’era una volta una grande candela di cera, molto consapevole del suo valore”2 scrive Andersen come incipit di una  breve fiaba in cui quella bianchissima candela di cera, non fa che brillare esattamente come quella di sego, pur illuminando realtà assai diverse. Non è che il corpo fatto di grasso o cera determini la qualità del fuoco, voleva dire Andersen. Il fuoco come la realtà ha il suo segreto da custodire in piena luce. Ed è un segreto che solo i corpi, siano essi di sego o di cera, modulano ben al di là dei loro quotidiani nascondimenti. Andersen fa in modo che il principe finisca per disprezzare la fanciulla e se ne torni alle sue tombe. Fa in modo che entrambi restino soli con i loro segreti mantenuti, perché forse, quanto di visibile c’è nella realtà, non è che questo mistero.

1 C. Nooteboom, Verso Santiago, Milano, Feltrinelli, 1994

2 H.C. Andersen, Le candele, Fiabe, trad. Manghi A., Rinaldi, M., Torino, Einaudi, 1954.

Il sito di Viviana Scarinci

In copertina: Theo Tobiasse, Svinaherden (Le porcher)

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Autore: Viviana Scarinci

Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records, selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia nel 2013), Piccole estensioni (Anterem, 2014) e Annina tragicomica (Formebrevi, 2017). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È redattrice di Formebrevi Edizioni. È direttrice dell’aperiodico Zer0Magazine. Il suo sito è https://vivianascarinci.com/

16 pensieri riguardo “Il guardiano dei porci, una favola di Hans Christian Andersen”

  1. Confermo: ottima nota su una favola certamente bella (non la conoscevo). Mi piace molto il rapporto "lillipuziano" che ti fa da scala retorica
    mi piacciono molti passaggi, questo superlativo fra i tanti: "i personaggi aspettano, non di essere lieti, ma di essere liberati."

    Grazie Viviana
    e….bel blog! che ho salvato fra i preferiti

  2. Grazie di questa attenzione su una favola bellissima che la merita tutta. Da qualche parte devo aver letto che l’esegesi delle favole e delle loro immagini è sopratutto importante per sorprendere gli animi sopiti e risvegliarli, mi sa che è vero, anche nel caso in cui la si scriva 🙂

    Grazie di cuore, Francesca.

  3. bell'articolo, cara Viviana, da una bella prospettiva..mai avuto passione per le fiabe, ma mi ha riportato alla mente letture d'antan, come il Propp della Morfologia della fiaba e la sua teoria delle "funzioni" o coppie di esse, in questo caso, mi sembra, assegnazione di un compito difficile/adempimento. Ma qui Andersen aggiunge un bel po' di moquerie intrigante che certo il grande russo, con meriti e demeriti del formalismo, non sarebbe stato in grado di rilevare. Perfino l'agnizione, il riconoscimento a cui in genere seguiva il matrimonio, qui si trasforma in una beffa, con la principessa che, abbandonata anche dal principe, rimane con un pugno di mosche: "tutto è andato..".
    un abbraccio
    Giacomo

  4. Ho una versione diversa, che tronca e finisce con l'ingoio di Cappuccetto Rosso. Basile raccoglieva e trasformava in letteratura le tradizioni orali della terra campana, non è certo qui la differenza con Andersen. La sua trascrizione della favola di Cenerentola è antecedente a quella ddi Perrault, ed è complessa, non purificata. Ti invito a leggere la postfazione della Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, su questo argomento. Il lieto fine è un'invenzione hollywoodiana, consolatoria, benevola, non sempre edificante. Le favole lente e minacciose, delle varie tradizioni popolari sono alla fine "concentrate" per rendere più consumabili nei nostri giorni. Andersen aveva nel suo bagaglio di scrittura il concetto di sacrificio inutile, non ricompensato nel lieto fine, ed è questo il suo fascino, basti pensare alla sua sirena, la fanciulla Derceto, non non punita ma sacrificata per amore.
    (ps, scusa, ma il mio nome è da staccare, grazie)

  5. Impreziosito il prezioso.. Viviana lo sa fare.. provo a rilanciare ..
    Il participio passato pavimenta la volontà d’esserci
    virili incontri per femmine fabbricano storie
    per la storia del Regno Animale
    nello spirito animato del Nulla
    mistero abitato da Altro.

  6. Methsambiase, solo un appunto: il finale positivo con cacciatore che libera Cappuccetto Rosso è dei Grimm. La fiaba morale, con Cappuccetto Rosso che ci resta solo mangiata è di Perrault. Le fiabe dei Grimm, come tutte le fiabe letterarie (diverse da quelle tradizionali, popolari), e quindi Basile, Straparola, Perrault, le dame francesi, sono tutte piene di elementi oscuri, terrorizzanti, Andersen ci metteva in più la sua biografia e l'invenzione – gli altri 4 sono tutti legati, a partire dall'Italia dove la fiaba letteraria nasce, alla Francia, alla Germania. Andersen prende elementi della tradizione orale e del suo mescolamento con quella letteraria, ma poi ci mette moltissimo del suo proprio genio. Il "lieto fine", direi, se deve esserci, è nel lettore. Ogni lettore è a suo modo un brutto anatroccolo.

  7. Le favole sono attività che fabbricano mondi. Come descrivere questi mondi? ma quando comincio la lettura del post, non conoscendo la favola messa sotto ingrandimento critico, mi lascio intrappolare dalla fiaba. Perché subisco ancora il fascino di Andersen. Consideravo (e considero ancora ) Andersen respingente, con le sue storie incantate dai finali senza lieto fine, si, respingente come il Polo Sud per una calamita sentimentale. Poi vado oltre. Alla disamina. Le fiabe come rappresentazione collettiva di fantastico hanno perso per noi – forse – gli attributi d'insegnamento etico che sottopelle ognuna di essa tentava di portare. Sono edulcorate dal political correct che ha messo il cacciatore a liberare Cappuccetto Rosso dalla pancia del lupo laddove i Grimm non l'avevano immaginato, per esempio. Purificarle è un atto dovuto per definire l'ordine che le mantiene vive in espressione, e con questi mezzi si potrebbe ridurre la disforia tra il piacere della narrazione e la capacità di elaborazione culturale.

  8. La rilettura della fiaba, proposta da Viviana Scarinci, avvince più di una narrazione accanto al focolare! Il guardiano dei porci è il personaggio che impersona il cambiamento e l'innovazione, volti a scuotere le sonnolente abitudini. Soprattutto è la capacità di vedere "l'essenziale che è invisibile agli occhi" (Saint-Exupéry) l'oggetto della fiaba. Non stupiscono quindi i ritratti godibili dei personaggi, abilmente colti dalla disanima che Viviana Scarinci opera, analizzando trama e moventi. C'è un'ironia sottile, ma si avverte anche il bisogno di una garbata denuncia. I sovrani di Andersen, per esempio, non sono mai molto simpatici (si pensi alla principessa sul pisello) quasi la fortuna preferisca gli umili e intelligenti nel suo girovagare assai amico dei "proletari". E' più di una denuncia politica, si mette in gioco la capacità di pensare, come qui si sostiene, del resto, attraverso ragionamenti appropriati. Complice la voglia di comprendere le motivazioni di una preferenza che non ha nulla di infantile, sebbene assuma l'infanzia come status positivo, scopriamo un Andersen nuovo e proiettato nel futuro. Quanto somigliamo infatti a quella principessa un poco sprovveduta! Il nostro impero dell'effimero poco accetta le verità invisibili e bene fa Scarinci a riportare l'attenzione su questa fiaba stimolante. Marzia Alunni

  9. Dice Calvino:"Io credo questo: le fiabe sono vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna".

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