Il mago di Oz, ovvero la profezia che mi sono fatto

di Paolo Triulzi

L’inizio si perde nella vita. Nel Kansas sterminato e omogeneo dove corri dove vuoi senza mai arrivare a niente. Grigio come, in un appartamento di Milano, al sesto piano, la moquette della cameretta esplorata palmo a palmo negli infiniti pomeriggi dell’infanzia. La compagnia di un cane è come avere un altro se stesso che ascolta solo e segue contento di risuonare dei tuoi pensieri.Una famiglia che non parla ma lavora, stretta da un affetto arido e necessario. Poi la realizzazione di tutto l’inammissibile: il ciclone.

tornado_oz_large_THEA+KLIROSL’avventura ha inizio lì, all’atterraggio, con un omicidio e una colpa che sembra non avere senso di fronte a un popolo felice e di ridotta statura. Il primo dono è un trofeo, il risultato diretto degli eventi enormi ai quali sei finita in mezzo. Da quel punto la storia prende colore e si ricorda: il blu dei Munchkin, il verde della campagna, l’argento. Il rosso della Strega non ti macchia, è un mondo questo dove tutto va messo in relazione. La strada gialla è ben chiara e ti dà la sua lezione: non uscirai da questo casino camminando a ritroso. Partire è un’esigenza, sempre insieme all’altro sé, quello innocente, che scodinzola.

L’intreccio è senza amore e permeato di una violenza cheta ma costante. Il paese in cui ci si muove è pervaso da un femminile onnipresente e mai neutrale, l’uomo, se si manifesta, è imbrogliato o imbroglione. Non resta che un perenne camminare, un raccogliere storie di nevrosi da portare insieme fiduciosi verso una risoluzione della trama che sia totale. Non è previsto salto mistico interiore ma solo un incerto ritornare a dove si era, sperando e non sperando di ritrovare il filo della storia.

I compagni, che sono parte della cosa, ci rappresentano un campionario di complessi. Un sordo mai essere in pace con se stessi, ma sperare nella strada, che porti e ci porti in un posto che sia fuori. È tutto un gioco di riflessi di vita anteriore, un voler essere differenti dall’autore dei nostri fallimenti. In seconda di copertina una dedica falsa: a Paolo, da Dorothy. Un artificio nel quale un bambino potrebbe cascare, un paio di occhiali verdi a colorare una realtà troppo sbiadita o abbagliante a seconda del genere di eclissi solare alla quale ci si trova esposti.

Sono diventato Dorothy, allora. Quella bambina che da sola cerca il vecchio mago, l’imbroglione, e passo passo decostruisce l’uomo. L’uomo che vola via sul suo pallone, che torna al vecchio mondo dopo aver ingannato per intero quello nuovo. Il cattivo maestro che svela il trucco un attimo in ritardo sulla credulità dell’allievo che nel mondo di Oz ci rimane.

Continuiamo, io e i compagni, per l’unica strada che ci è data. Oltre la meta battuta e dissolta, uniti insieme dalla mancanza di intelligenza, di coraggio, di amore, cerchiamo un’altra casa nel sistema in cui ci troviamo e dal quale sembra impossibile uscire. La strada di mattoni gialli è difficile da abbandonare, pur senza senso è comunque un’indicazione. L’illuminazione è stata questa: nulla esiste all’infuori di noi e tutto può essere.

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Il percorso si fa cronico a un certo punto. Le belve che incrociamo ricombinano sempre più le caratteristiche ferine già affrontate in una moltiplicazione della paura inutile e sfiancante. I popoli incontrati sempre meno accoglienti, ma petulanti e fragili come porcellana. Tutti nervosi e malamente rappezzati, che sembra ci dicano in faccia quello che diventeremo, se continuiamo di questo passo. Aspettiamo ormai lo scarto, senza saperlo, o di essere abbattuti, una volta o l’altra. Non si può in eterno continuare a farla franca.

Raggiunta è quindi la patria dei senza speranza, degli inconsapevoli meritevoli di un qualche tipo di ricompensa. Anche a Oz esiste un cielo, se esiste altrove, e dal cielo dunque cala la risposta. Dall’alto penetra la lama che squarcia il cul-de-sac e apre a un’altra visione delle cose. Ci afferrano da sotto le ascelle i rappresentanti della nuova evoluzione, che non porta dalla scimmia all’uomo questa volta, ma la scimmia in volo.

L’uomo resta in basso, imbrogliato e imbroglione, ceppo deviato della specie primordiale, a tramestare i suoi soliti problemi insolubili. La scimmia non doveva camminare e perdere i peli, ma mettere le ali e parlare. Così a Oz accade. Le scimmie volanti salvano la situazione, espediente narrativo ed esistenziale al servizio di chi le vuole, sia esso Strega o Autore. Ci portano da lei, la buona, regina, madre che dice: fa quel che vuoi, vai dove devi andare. A casa, diciamo, io e il cane.

OZ_monkeys_LargeDorothy torna, tutto è rimasto uguale: il Kansas, la moquette nella cameretta, il grigio dell’infanzia ancora da terminare. Non cerca più il mago, fiuta gli imbrogli, si chiede sempre quando valga la pena di camminare, ma ancora, appena può, pensa a ritornare.

Il meraviglioso mago di Oz (1900) è un romanzo  di Lyman Frank Baum.

La prima e la terza immagine sono di Thea Kliros. La seconda è una delle illustrazioni originali di William Wallace Denslow.

In copertina: la malvagia strega si scioglie, dall’illustrazione di W. W. Denslow della prima edizione (1900).

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Autore: Paolo Triulzi

Ha pubblicato Fortuna (Albalibri, 2006) e FEBBRE (Ed. Pratiche dello Yajé, 2012). Ha collaborato con articoli e racconti con: Anonima Scrittori, Poetarum Silva, Il Foglio clandestino. Per la biblioteca Zara di Milano ha scritto, prodotto e interpretato lo spettacolo video poetico Presentazione- una lettura multimediale (2010). È fondatore e animatore del gruppo Versi Umani.

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