Il sapore dolce di Rapunzel

di Patrizia Dughero

Anche fra le piante così si manifesta il bimbo.

(da “La metamorfosi delle piante”, Goethe)

Rapunzel di Katalin Szegedi – Come quello d’usignolo sarà il canto a catturare l’attenzione del Principe e a richiamarlo nel deserto, facendo riunire la famiglia. Il canto fiabesco, che sia quello della Sirenetta e di tutte le sorelle Melusine o quello dell’Usignolo dell’Imperatore, oltrepassa il genere maschile e il genere femminile e giunge all’unità.
Rapunzel di Katalin Szegedi – Come quello d’usignolo sarà il canto a catturare l’attenzione del Principe e a richiamarlo nel deserto, facendo riunire la famiglia. Il canto fiabesco, che sia quello della Sirenetta e di tutte le sorelle Melusine o quello dell’Usignolo dell’Imperatore, oltrepassa il genere maschile e il genere femminile e giunge all’unità.

Rileggendo alcune fiabe, come la Sirenetta e Raperonzolo, ho molto pensato, e ancora una volta, ai nostri rapporti con gli elementi: l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Come Luce Irigaray tempo addietro mi aveva indicato, volevo tornare alla materia naturale che costituisce il nostro corpo, il suolo del nostro ambiente, la carne delle nostre passioni. Volevo tornare agli elementi, oggetto di meditazione al principio di ogni filosofia e di creazione di mondi, dimenticati dalla scienza, che pure definisce continuamente nuove particelle di materia senza che noi le avvertiamo e le designiamo in maniera cosciente, e ai quattro elementi naturali, a stento ora ricordati dalla poesia, che rimangono depositati come enigmi nei miti e nelle fiabe. E come con un sacco pieno, a qualcuno spetta il compito di trasportarli, storie di nascita, di amore e di guerra, ancora consegnate in immagini e gesti nell’innocenza del sapere. Ancora da pensare.

Raperonzolo, t’affaccia / lascia pender la tua treccia!
Raperonzolo, t’affaccia / lascia pender la tua treccia!

Rapunzel è il nome che ha scelto di darsi una delle aziende biologiche più importanti d’Europa, rievocando il personaggio femminile della nota favola dei Fratelli Grimm. La fiaba che giunge alla realtà, che appare quanto mai una realtà, è un’azienda tedesca, trentacinque e passa anni di attività, in un paese di 3.000 anime nella Germania del sud, fra prati verdi, animali al pascolo circondati da boschi. I pannelli solari coprono tutto il tetto dei fabbricati rurali e l’ambiente restituisce propriamente il senso dell’agricoltura biologica e dell’attenzione al risparmio energetico. Nello stabilimento si confezionano müesli e frutta secca, si preparano creme spalmabili, mentre gli uffici commerciali e amministrativi si distendono tra spazi verdi, che ospitano opere artistiche fra le quali una realizzazione di Raperonzolo dalla lunga treccia bionda, che ricade da una torre di sette metri. All’interno un bellissimo organigramma ad albero, una mensa accogliente dove lavoratori e visitatori possono fare colazione al mattino e pranzare. C’è già un museo con le foto, le immagini, le etichette scritte a mano, già la memoria delle prime attrezzature dell’azienda, una fiaba che dura e nutre.
Quando mia figlia era piccola cercavo di nutrirla così, inseguendo i ritmi, quelli del giorno e della notte, era difficile, delle settimane e poi degli anni, tra laghetti smeraldini ai fiocchi di miglio e frittelle di denti di leone: sembrava difficile nutrire, per questo divenni così attenta agli aromi, ben sapendo che i cibi aromatizzati erano un tempo riservati ai re e ai principi o preparati nei conventi e che grazie all’aroma l’uomo diventò un po’ più cosciente nei riguardi del cibo.
Aromatizzare è un’arte, certo, mi sono sempre domandata però come fosse che per una semplice pianta aromatica, il raperonzolo, o il prezzemolo, secondo la versione di Basile, una donna si fosse fatta portar via il bene più prezioso, sua figlia tanto attesa, e Dama Gothel si fosse messa in lizza rischiando di ritrovarsi tra le mani una di quelle ragazzine avventate, non troppo generose, come Tilde di Fata Piumetta, magari procura-guai. Su un aroma, per una “rapa”, si gioca una storia di elementi naturali e di passioni, di corpi e di congiunzioni.

Warwick Goble, Petrosinella
Warwick Goble, Petrosinella

Ce l’ho davanti a me la mia Raperonzolo, quella delle Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri, il numero 52, rossa la cornice di copertina, non blu.
Le storie che attendevo ad ogni tonsillite, ed erano frequenti, e che Faeti ancora fa fatica a digerire, ma che per me sono il sapore degli elementi e Raperonzolo, in particolare, né è il sapore dolce. La sfoglio la fiaba, che mia figlia ha rifiutato, preferiva i cartoni, la Sirenetta soprattutto, la fiaba post-ottantanove, difficile per me da digerire. Mi immergo nelle immagini, senza ascoltarla, ma la voce del cantastorie risuona comunque. Le immagini di Sergio, il mio preferito dopo Una, si aprono su una corte, un portico di legno, mamma e papà vicini, uniti, lui taglia la legna e forgia una vasca d’acqua lei ricama, Madonna rinascimentale e raffaellesca, qualche animale da cortile, pannocchie appese e colombe pazienti: tutto è buono. Nella pagina accanto uno scorcio di paese, due portici che accedono alla casa, due alberelli davanti, potrebbe essere un paese del centro Italia, ma anche del nord-est. Il papà ha una strana casacca di foggia orientale col collo alla coreana, ma che importa, nelle fiabe i luoghi si uniscono nella continuità temporale. Attendono laboriosi i due sposi. Tutto è buono, finché la madre non ha un malore, il padre ancora sereno accudisce e porta una scodella a ristorarla, lei riposa a letto. Tutto è morbido. Volto la pagina, lui si cala da un muro impervio sfumato in grigio e azzurrino, poi lei è a tavola e lui ha un volto provato, distrutto, i ravanelli in mano. Volto la pagina avvolta da un’aria plumbea, persiste il blu cinerino, brilla un quarto di luna a ponente, Dama Gothel è arcigna, accompagnata da uno stormo di corvi, mentre il padre se ne sta imbambolato con le mani nel sacco sotto l’albero di noccioli. Ma la bimba nasce, cresce florida, la mamma si è ristabilita, torna allegrezza nella casa tra cagnoni fedeli e giochi col cerchio. Poi lei è già nella torre, ha certo più di dodici anni, si sta annodando la treccia, una ragazza come tante, che sembra non cogliere pericolo e neanche percepisce di sé un’avvenenza particolare. La sua stanza è come quella di Cenerentola. Ma la sua è una torre, si vede dietro quel ramo, e si intuisce che non ci sono scale, perché due lunghe trecce scendono dall’unica finestra e la strega sale. Volto la pagina e un principe arriva, lo riconosco dagli abiti, il volto da imberbe, dietro quel ramo si mette a spiare la vecchia che sale. Poi sale anche lui, lei fugge, impaurita per niente, un gioco, poi siede, Madonna anche lei, rinascimentale, lui implora, lei pensa, è dubbiosa, un gatto è sempre presente. Volto la pagina, la strega rincorre Raperonzolo con due grosse forbici, tiene le trecce fra le mani, due strie, è sicuro, due agane, che non trovano accordo, il gatto a guardare. Poi è Dama Gothel ad accogliere l’imberbe alla finestra. Volto la pagina, il Principe è precipitato tra rovi, il cavallo lo guarda, poi vaga lacero, tre scoiattoli lo stanno a guardare, dal ramo una cincia guarda anche noi. Volto la pagina, il deserto con qualche cactus fiorito, il sole una palla di fuoco, lui si alza dalla sabbia e vagola, è cieco…poi lei è su di lui, una ragazza normale, i capelli tagliati, lui ha aperto gli occhi. Volto la pagina ed è il solito bel matrimonio regale, nessuno, né il cantastorie, né i personaggi e neppure la strega a dirmi che dopo anni di vagabondaggio disperato il principe senza nome alla fine è giunto nel luogo dove si trova Raperonzolo, un luogo duro arido ma certo, dove lei vive assieme ai due gemelli che ha intanto partorito. Le lacrime versate dalla ragazza, questo sì lo sapevo, si sono rivelate taumaturgiche e il principe ha riacquistato la vista, anche questo so: è finalmente libero di condurre la sua sposa e i suoi figli nel proprio regno. Nessuna immagine di marmocchi in questo finale, io sono ancora appagata e nutrita, il bello si è unito al buono e il sapore dolce è riemerso – Col tempo ho imparato che il sapore dolce è quello del burro chiarificato o del ghee se si preferisce, a unire tradizione Ayurvedica e quella Alpina e del nord-est, il burro come lo faceva la mia bisnonna, per condurre il cibo e nutrire gli elementi del nostro corpo – In queste immagini il sapore dolce mi fu trasportato dalla morbidezza dei contorni, morbide le coltri e le vesti, persino le calze e le scarpe da stria, come scarpets friulane.

La mia fanciulla che ritorna
su per il monte ghiacciato e molle  e scivola sulla via dove ha vissuto come ninfa
portando vino di piacere nel sacco, con le occhiaie
di passioni profonde sul viso
prosciugandosi per nutrire

(Le stanze del sale), affonda l’immaginario  in questa fiaba, in particolare. Questa ninfa ha una “veste” da schiava, una tunica bianca di pelle tessuta della carne deviata,  che può divenire abito da nozze. In Rapunzel, a me pare, avviene l’incontro pieno, quello degli sponsali umani, qui le nuove costruzioni umane si orientano verso il divenire, aprono la via al compimento e diventano portatori del potere di reintegrazione della carne.

“The Prisoner” di Wolfmorphine
“The Prisoner” di Wolfmorphine

Annick de Souzenelle nel suo sapiente “Il simbolismo del corpo umano”, mi conduce a comprendere che “ogni membro e organo dal corpo ha un ruolo, la cui funzione immediata è manifestazione di una grandiosa avventura, che il nome di ciascuno dei luoghi del corpo risuona  nel senso della sua funzione, comprendendo finalmente perché il cervelletto è chiamato “albero della vita”, i talami ottici “letti nuziali”. L’occhio, in ebraico ayin, che significa anche 70 – molto vicino alla sorella zayn, 7,  a sua volta vicina al 7 dei numeri cinesi, qi, morte e rinascita – è il secondo ideogramma che rappresenta una freccia che attraversa una pelle di animale (come non pensare a Pelle d’Asino). È la freccia che simboleggia la potenza maschile conferita all’uomo per permettergli di assumere gli sponsali interiori e di raggiungere i livelli di coscienza ulteriori, da cui ci separano le nostre pelli successive. L’occhio è come la freccia  che attraversa la nostra tunica di pelle e assicura la visione di un mondo che trascende quello in cui ci imprigiona lo stato di caduta. La cecità si trova in numerosi miti, ma ovunque essa è simbolo delle tenebre del labirinto, sperimentate non più nell’infantilismo dell’ignoranza, ma nel ritorno cosciente all’arcaismo del bambino conoscente (il Principe Imberbe). La cecità che meglio conosciamo, quella di Edipo, è pure legata agli sponsali con la madre e anche con la vedova, cioè alla sua opera in nero; ma c’è un mito che getta un barlume sulla strana relazione occhio-plesso solare e in particolare occhio cuore, è il racconto biblico di Tobia. A Tobia cuore fegato e fiele, gli elementi del plesso, saranno necessari per farne medicamenti e guarire, fino al matrimonio con Sara. E in connessione le lacrime, come sangue dell’occhio o sangue alla sua sorgente, che inaspettatamente sgorgano da Raperonzolo solo apparentemente sprovveduta, diventano provenienza da conoscenza. Non solo lacrime emozionali o sentimentali, ma lacrime di colei che vede e piange il suo errore discendendo verso la sua sorgente, e guarisce, nel deserto.
Penso che chiunque leggendo o ascoltando Raperonzolo si sarà domandato perché a un certo punto in uno dei tanti genuini Märchen raccolti dai Grimm, dopo il bosco, appaia il deserto. Nell’oscurità del lungo deserto, che è il nostro transito terrestre, la colonna vertebrale è la guida luminosa di colui che sa vedere, lo strumento di colui che sa operare, il cammino di colui che può salire. Ciò che nei miti è scala, colonna o albero, ciò che nella tradizione cinese è il Tao, la via, via di riunificazione dei contrari, nella tradizione cristiana è il Cristo. Ciò che i cinesi chiamano yin e yang, che gli ebrei o altre religioni chiamano energie principi, nella tradizione cristiana sono persone viventi.
Scosso dai dolorosi sobbalzi dell’erranza il Principe Imberbe, viene qui radicato in qualcosa che non sa ancora essere la sua terra della profondità e, se ne avesse a quel punto coscienza, conoscerebbe la completa sicurezza e la totale libertà. Ma non è che all’inizio del cammino, dall’adolescente che era bisognerà che prima nasca alla sua dimensione d’uomo, che passi la porta degli uomini e poi faccia il cammino. Anche in questa fiaba il matrimonio è il simbolo centrale e qui anche unità dalla dualità, riconquistata nella morte dell’erranza desertica.

Ecco, io l’attirerò,
e la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore. […]< Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, >nella grazia e nella tenerezza.
(Osea 2, 16-21)

Le lacrime, come siero ematico e acqua salata, tutte le acque non sono insipide, e il sale è il motore del compimento, sono energia e permetteranno all’uomo di vedere il frutto del parto, avvenuto nel deserto, probabilmente, e nell’erranza, sicuramente: due gemelli saranno la manifestazione fisica dell’unità.
Mi stupì il deserto in questa fiaba, non ero molto piccola, e mi stupisce adesso il fatto che Raperonzolo, tra tutte le sue Sorelle Fiabesche si levi dalla polvere e realizzi il compimento, con lo strumento della voce. E lei, con un’ideale compenetrazione del maschile e del femminile, ad aver attirato a sé l’altro col canto, che immagino sommesso nello scandire del tempo imprigionato, su nella torre attrezzando i suoi capelli, forza recisa, per interrompere un incantesimo a cui era stata predestinata fin nell’antro della madre. E la madre stessa non si è accontentata della genealogia femminile, ha preteso altro, mentre la Dama Alchemica ha preteso e preso la sua creatura, destinata alla conoscenza.

Krivapeta di Luisa Tomasetig, tratta da Sonce sieje Coop., ed. Lipa 1996
Krivapeta di Luisa Tomasetig, tratta da Sonce sieje Coop., ed. Lipa 1996

Strana Melusina, Rapunzel, entra ed esce dalla vita, entra ed esce dalla costrizione con la delicatezza e il suono del ramo spezzato da un animaletto selvatico, secondo l’analogia che Aldina De Stefano ci dona della Krivapeta.
Le Krivapete, dal nome composto che si offre a molteplici interpretazioni, come le Melusine e le antiche Sirene, le Agane delle valli Cadorine, sono figure che si riferiscono a un’identità femminile esistente non solo nell’immaginario, ma anche a donne realmente esistite che vanno contro le regole, selvagge e selvatiche, donne d’erbe, ma anche sante e sacre, sagge e sapienti, ma anche infedeli. Oltre la caratteristica dei piedi ritorti, segno potente del processo del divenire e del muoversi liberamente sulla terra anche nel disorientamento, le Krivapetehanno di solito lunghi capelli biondi: lo considero espediente assai efficace per attirare fanciulle e dire che a mille ce n’è nel nostro cuore di fiabe e storie da narrar, espediente steso nei luoghi, generazione dopo generazione. Per quanto mi riguarda lo è stato nel sapore dolce e fresco che le immagini di questa fiaba mi facevano assaporare e, al di là del rigore filologico, la fiaba ha affondato la sua tenera radice, pervicace e rara.
A proposito, resta ancora da scoprire il nesso con il raperonzolo, o raponzolo, che mi son sempre rifiutata di considerare la pianta dei Grimm (pensavo a un problema di traduzione botanica). Ma la ricerca mi ha invece riservato alcune sorprese: leccornia di consistenza carnosa e dal gusto miscelato fra il dolciastro della radice e l’amarognolo delle foglie, è oggetto di sagre in varie regioni, ad esempio a Borghi di Romagna, dove è perpetrata un’ usanza piuttosto antica, come si ritrova nella sezione dedicata (“De’ raponzoli” ) in un libro di cucina del XIV secolo:
“Sono eziandio allora buoni i raponzoli, che son certe radicine candide, lunghette e sghiaccide molto; e non pur le radici sole, ma le foglie sono ancor buone. E le radici ancor si deono radere, e crude in insalata si mangiano e con molto gusto delle persone che tal insalata san conoscere. Alcuni ancora nella patria mia ne fann’ottima minestra, cocendole in molto buon brodo di carne con pepe e cacio grattugiato sovra”.

Paul O. Zelinsky, Rapunzel
Paul O. Zelinsky, Rapunzel

Forse è dimora di una Dea
ogni luogo sospeso
dove tutto si rinnova
e tutto è come un tempo

(Aldina De Stefano)

Per molto tempo mi sono chiesta perché le Krivapete insegnano tutto, ma non proprio tutto. Fu Ada, di Sorzento, a rispondermi: “Sai, ci sono segreti che non devono essere svelati”, ci racconta Aldina de Stefano nel suo Le Krivapete delle valli del Natisone, le valli da cui provengo, da un tempo remoto e vago. Come Ada, penso ci siano ricette che non devono essere svelate, la mia è quella che mi ha sempre fatto pensare alla torre di Rapunzel come a una rappresentazione della poesia, edificazione che diviene ciò che si vede.

Rapunzel, Anonimo 1909
Rapunzel, Anonimo 1909

Bibliografia

Fratelli Grimm, Raperonzolo, Fiabe Sonore, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1966.
Jacob e Wilhelm Grimm, Fiabe, Einaudi Tascabili, Torino, 1992.
AA.VV., Melusina, Mito e leggenda di una donna serpente, Utopia, Roma, 1986.
Emma Graff, Alimentarsi coscientemente nei ritmi dei giorni della settimana, 2° volume, Natura e Cultura, Savona, 2001.
Annick de Souzenelle, Il simbolismo del corpo umano, Servitium Editrice, Bergamo, 1997.
Annick de Souzenelle, Il femminile dell’essere, Servitium Editrice, Bergamo, 2001.
Aldina De Stefano, Le Krivapete delle valli Valli del Natisone, Un’altra storia, Kappa Vu, Udine, 2009.
AA. VV., Il paradigma vegetale, La scienza e l’arte contemporanea rileggono La metamorfosi delle piante, a cura di Barbara Eletta Camoni, Edizione Pendragon, Bologna 2003.

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Autore: Patrizia Dughero

Nata a Trento, ha svolto studi classici a Modena, si è laureata in Arti Visive, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna, dove ha conseguito anche un master. Ha svolto lavoro come restauratrice muraria e di affreschi presso alcuni cantieri bolognesi e attualmente vive e lavora a Bologna, sua città d'adozione, dopo varie peregrinazioni per motivi familiari. Negli ultimi anni ha ricevuto svariati premi letterari ed è presente in antologie poetiche pubblicate da numerose case editrici. Recensioni e articoli sulle sue poesie sono inserite in riviste specializzate e in pubblicazioni periodiche sia cartacee che online. Nel 2011 ha partecipato al Festival della Poesia Itinerante Internazionale e a La Palabra en el Mundo, evento in cui è stata presente anche nel 2012. Due le sillogi pubblicate: “Luci di Ljubljana” (Ibiskos Editrice Risolo - Empoli - 2009) e “Le Stanze del Sale” (Le Voci della Luna - Sasso Marconi - 2010), opera vincitrice del Premio Renato Giorgi del medesimo anno, e un poemetto, inserito nell’antologia “Contatti” (Edizioni Smasher - Messina - 2011), uno dei tre vincitori del Premio Ulteriora Mirari, per la sezione Tripodi. Una particolarità del suo lavoro consiste nell'utilizzo della lingua friulana (suo padre era originario della provincia di Gorizia). Lo studio e l'applicazione di questa lingua, non parlata, nei suoi testi, l'ha portata a ricevere un riconoscimento degno di nota da parte della Società Filologica Friulana. Alcuni suoi testi sono tradotti in sloveno e in spagnolo. Da qualche tempo sta svolgendo studi sul linguaggio poetico dell'Haiku giapponese, con articoli presenti in riviste letterarie del settore, e laboratori presso le scuole. Può essere annoverata nel nucleo di autori denominato "I Poeti del Nord-Est". Attualmente è segretaria di redazione della rivista letteraria Le Voci della Luna e dell’associazione 24marzo.it, per cui ha anche partecipato alla curatela del libro “Vite senza corpi. Memoria, verità e giustizia sui desaparecidos italiani all’ESMA” (Edizioni Gorée - Siena - 2011).

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