La Bella e la Bestia

di Mariasole Ariot

Nessun mortale può mantenere un segreto: se le labbra restano mute, parlano le dita.

Sigmund Freud

Il ricordo della stanza si apre orizzontale: un parente secco ed un regalo, una scatola quadrata, i cumuli di resti e di frattaglie, il panno che avvolgeva il mio quadrato.Il libro era una lanterna, da un capo all’altro un piccolo nastro legava la prima pagina all’ultima in un moto circolare, l’inizio era già fine, la fine un nuovo inizio. E la bella lanterna odorava di cantina e di antico, il giallo del vecchiume era una bestia, il padre conficcato tra le righe.

Mancavano parole, le figure si staccavano dal terreno.

Adrienne Segur
Adrienne Segur

L’assenza dell’inchiostro permetteva il mio racconto, disponevo gli occhi delle cose ad un ascolto per chiedere un atto di silenzio –  e poi, senza dire nulla, sprofondare:  la lanterna triplicava i piani, creava piccole finestre in miniatura, permetteva doppi fondi, agganciava i contenuti sulle pieghe e sui passaggi, roteava fino allo stordimento, appesa al mignolo generava una visione.

Il ricordo è un roseto, un padre chinato sul cespuglio, la Bella che chiede un segno che non faccia oggetto, le maggiori che attendono gioielli, e perle, e stoffe lisce e decorate, e cipria per le gote chiare, e il rosso da lasciare come traccia, poco sangue e nuove pelli, e la pelle della piccola minore, e lo sfarzo per giovani torture a caro prezzo, anelli come appelli, amori senza amore per lo scambio, un mercato di mare, il palazzo sontuoso, i tetti delle cose, le circostanze.

Da una vita la Bella non chiede che un nome, non oggetti  ma segni, non organi ma mancanze, non il precipitarsi, ma le attese.

“Portami un fiore, padre. Portami un Padre, padre. Portami un nome, Padre.”

L’amore primordiale s’incammina nella selva, ripassa ad uno ad uno i desideri della prole: un oggetto, due oggetti, tre oggetti, quattro oggetti, cinque oggetti, sei oggetti, sette oggetti. Un solo soggetto che per essere chiamato ha un aggettivo.

Perdutosi nella via del ritorno, il padre si accorge di una rosa, abbandona l’animale per scendere di sella, si allunga come un ramo al ramoscello, e la Bestia arriva.

Se questo nome è per una figlia, concedimi tua figlia. Il mio desiderio è cieco. O la morte o la sua vita – e la mia vita. Prendi tutto ciò che vuoi: di questa ricchezza non posso fare nulla, questo vuoto che mi manca non luccica per l’oro, ma per un passo che si arresta.

Il padre raccoglie dal baule i lustrini e le medaglie, i doni splendenti per le tre donne  e i fratelli di famiglia, il ricatto di un amante sul lato minore, l’invidia di Venere, madre che già nutre l’universo.

La fuga si traveste di agonia, al galoppo il vecchio si riconduce alla tana:

«Figlie, per voi porto ninnoli e bellezza, per Bella io porto una sventura.»
«Padre che per questo fiore hai rischiato sepoltura, padre, io mi darò in pasto alla Bestia. Non temere, il sacrificio è il mio destino.»

La lanterna verde continua a girare: sassi, piccoli animali cui racconto la storia che noi siamo, le bambole ordinate in fila indiana, i gatti che fissano  il buio e attendono l’incontro tra gli opposti – e non c’è opposto.

Di tre mesi in tre mesi il tempo passa in un crescendo, la Bella parte, bacia le mani al primo amore, premette che la vita è una difesa, l’illusione una bellezza singolare, la bellezza è un’illusione.

Padre, io parto.

L’arrivo al Palazzo della Bestia è una tormenta: lei si siede sulla roccia, la tavola è imbandita, lui la chiede in sposa, la vergine rifiuta e si rifiuta, trattiene un desiderio per errore: vorrebbe cecità, ma l’occhio non dà tregua.

Gli attributi che siamo tratteggiano i nostri volti, identificazione che non passa per un corpo ma per i tratti con cui riconosciamo e conosciamo.

Moi je suis la Belle, moi je suis la Bête.

Jean Cocteau, 1946
Jean Cocteau, 1946

La Bella bendata vede ciò che può toccare, l’animale la monta  in una notte, il sangue virginale si confonde con la linfa, la ferita medicata è una fessura, l’aperto che prima si legava di gene in gene, di seme ostentato come un bacio troppo lungo, ora si fa nuova narrazione:  la Bella si riscrive, i fiori concessi  cancellano un passato.  Pretesa da principi e meraviglie di occhi azzurri, scarta ciò che la sceglieva, lei sceglie ciò che sceglie.

Su letti e tavole le notti confondono gli umori: la donna si confonde con la bestia, la bestia si trasforma nella bella, non chiamandosi  si abbandonano al respiro. Boccheggiare, piovere, tormentarsi, sfregiarsi, leccare le spaccature, incollarsi madidi di sudore, il manto folto dell’orribile avvolge i piccoli fuochi della lanterna, lei si acceca per non vedere, ansima, respira, la prima notte, la terza, la quarta, per ogni buio  attende un arrivo, ogni notte dimentica un padre, il padre prega per un ritorno, la giovinetta confonde le intenzioni.

Poi, sul riflesso concesso come un dono, il ricordo appare: una vecchia casa di campagna, le sorelle maldicenti, i fratelli andati per la guerra, il padre rimasto solo. E la Bella decide di rientrare.

Lei dice: «Non ti sposerò, ma tornerò tra otto giorni. È una promessa.»
Lui risponde: «Non tornare, ma sposami. È un desiderio.»

L’incantesimo l’accontenta.

Bella si ritira, poggiando l’anello prima del sonno si ritrova in un risveglio di famiglia. Gli abbracci sottraggono  le arrese:  il volere mortifero delle sorelle acciglia il futuro delle giornate, il paterno stringe al collo ma protegge. Chi si aggrappa a chi –  si chiede – chi si aggrappa a cosa.

E il libro lanterna continua a girare, la rigida copertina verde scompare alla chiusura. Infilo la piccola mano di sei anni all’interno dello spazio cavo, stacco la testa alla Bella, fisso alla pagina successiva la Bestia accasciata al suolo  che disperata continua la speranza dell’attesa.

Sono innamorato? – Sì, poiché  sto aspettando.1

Ma una notte il sogno arriva: lo sposo negato si trascina al ruscello, cerca un’acqua che non trova e poco prima di vederlo spirare,  la donna si risveglia. Il giorno è già l’ottavo,  solo di ciò che forse non potrà più avere, ora sente il vortice della mancanza. Come un battito accelerato ripone l’anello sul comodino, stringe le palpebre fino al tracollo, si risveglia a Palazzo.

Decidere è scartare il non deciso.

Bella grida nell’oscenità del silenzio, la Bestia non risponde, l’architettura, prima avvolgente, odora di minaccia. Vestita con l’abito più seducente, eccitata , prepara il  clavicembalo per un notturno, infanga le suole per ricercare l’immagine del sogno.

Lui è lì, al ruscello, steso e morente come un randagio in fin di vita.

(La lanterna, ora, gira vorticosamente.)

La Bella senza testa si avvicina, raccoglie con cura disperata il volto dell’altro che per respiro corto schiude gli occhi.

Sono tornata.

L’ultima pagina è un inganno: cancello i finali di splendore, il principe e gli eccessi decorati, incollo la scena con poche gocce di liquido trasparente alla penultima, arresto il tempo sull’unico fermo immagine che mi appartenga:  Bella con occhi vitrei si concede alla Bestia.  Nulla che si trasformi, nulla che debba abbellirsi.  Ciò che prima era aggettivo oggi recupera un nome, ciò che era volto non recupera niente, ciò che era amore recupera amore.

I sassi tacciono, le mie mani affondano sul terzo piano, strappano la piccola testa cartonata all’animale, al padre, alle sorelle, ai fratelli, ai garzoni del paese, al locandiere, alle scritte senza inchiostro, alle vecchie, ai marinai del porto, agli animali che appaiono tra le frasche.

Senza volto ciò che resta è un desiderio, i corpi si nutrono, i roseti azzardano un rosso più vivo, le sorelle restano sagome vuote, ai padri cadono gli occhi.

Questa bellezza e questa oscenità sono movimenti del paesaggio, attimi che siamo, oscillazioni indefinite. L’indeterminato non ha finale,  il nastro è ancora legato, la lanterna continua a girare.

La bella sposa la bestia, la bella è la bestia, la bestia sposa la bestia.

1 Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, traduzione di Renzo Guidieri, Torino: Einaudi, 2001, p. 42

Illustrazione di copertina di Warwick Goble.

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Autore: Mariasole Ariot

È nata nel 1981. Scrive, suona il pianoforte e dipinge. Ha pubblicato testi su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva e Metromorfosi Infocritica. Collabora alla rivista Lo Squaderno e al blog letterario Poetarum Silva.

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