La chiave d’oro

di Tiziana Cera Rosco

a Giuseppe Yusuf Conte

Carissimi signori Grimm,
Vi scrivo dalla neve, in un momento di coraggio.
Saranno state le sette meno un quarto stamattina, o comunque quell’ora in cui, dal bagno del risveglio, quando l’acqua è stata sufficientemente pompata nella conca ed ha già scorzato la parte dura del sonno, ho sentito che avrei dovuto affrettarmi fuori di lì.La colazione dalle nostre parti e con i nostri climi umani, come sapete, è fatta di poco. Nulla si mischia con nulla. Non pane impastato in mandorle e amarene che le nonne preparano per gli  ospiti già partiti e raffermi in preghiere, non biscotti impastati con polveri sottili che si intessono domestiche coi vestiti.

Solo latte. Senza trasparenze, latte e buio ancora. E una fiamma di legno che, col calore, dopo averli fatti bollire, raggruma i contorni di quel bianco come pelle.

Io, dal canto mio, ho deciso che non mangerò e non penserò più niente che non illumini.

Così quando sono uscito di casa, e il sole al di là delle montagne era ancora fermo, accasato lì dietro ancora un po’, a quell’ora del mattino, ho visto che la neve aveva pareggiato tutto.

Una cosa semplice, per voi, per come la mettete nella fiaba. Un elemento paesaggistico che dovrebbe definire il clima della narrazione e non quell’inclinazione al tragico silente che sempre si porta dietro qualcosa che accenna, in ogni bianco, all’assideramento.

Ma non preoccupatevi.

Non so perché di me abbiate deciso di non mettere il minimo accenno al mio corpo o al mio nome. Me lo sono chiesto spesso da bambino. Non nome, non cognome, non grasso o magro. Nessun segno di particolarità o stato civile. Io ero solo quello con la slitta. Ma mi ci sono abituato. Ho, come dire, accettato la cosa. Una persona è quel che sa fare. Questo l’ho imparato in fretta. Come ho imparato che io so fare andare la slitta nel centro delle cose che voglio raggiungere. C’è chi ha un cavallo e conosce i valichi, chi un bolide e sfreccia nei metalli delle metropoli, chi si tiene saldo nelle scarpe e pellegrina dal suo dio. Io invece ho una slitta e scivolo come una cosa felice nel bianco allevato dalla pecora fredda del signore. La neve ha un pelo e un folto e un respiro d’animale. Quando vedo un’orma, un fruscio di vento che ha lasciato striature sulla neve, o quando piccoli suoni gocciano di sangue, io so che dio ha morso qualcuno. Dio inclina sempre verso la neve perché ogni neve dice agnello e ogni agnello dice che ci sarà un perdono di sacrificio ed io scivolo sul dorso di un’aggressività perfetta in un silenzio formale che è la cosa più vicina allo spirito.

Quando dico la parola spirito il bianco volge all’oro e l’oro dice Apriti. E nel bianco, mentre l’aria apre una voce nel vento, io so che qualcosa mi compirà.

Senz’altro da qualche anno avrete notato che la mia slitta mi risponde.  Un legame, direi, qualcosa di stabile. Se voglio andare nel cuore di un cervo lei mi porta di fronte al suo petto, dal mio sangue al suo, senza una sbavatura. Cosi io sono più che mai, anche per me, quello con la slitta. Questo voglio dirlo perché voi, cari fratelli Grimm, avete preso a trascurare i dettagli.

Nella vostra favola compaio solo come un povero ragazzo. Povero perché? Perché non ho danari o famiglia o legami che dicano qualcosa di me che io da solo non posso significare? Eppure potrei parlarvi di Alessandro Magno, di Caravaggio o del bambino che fu San Giovanni della Croce, come parlo del mio mezzo, con la stessa diciamo competenza silenziosa (che dire familiarità pare ancora una cosa da focolare, mentre per me tutto questo è un’istruzione al nome)

Nella vostra fiaba ecco, siamo a novembre, e può succedere. Anzi, è a novembre che qui inizia a succedere. Tanto che l’autunno, quello che pare parlare la lingua setacciata dei pittori di Bisanzio, e che nel buio inarca gli alberi e li raddrizza come fiamme, ad un certo punto semplicemente muore.

Non più giallo, non arancio, non rosso. Non più quella musica con cui puoi discorrere direttamente dal legno.

Tutto messo in muto dal buio. Così ti svegli una mattina e fendi qualcosa di scuro di cui non puoi parlare. Solo alzarti e comprendere che dovrai difenderti dalla mancanza della luce e persino un fruscio animale pare arrivare dal fondo di una caverna di violenze.

Ma questa, vedete, è solo una penultima parola. Perché più forte del buio è il freddo.

Il freddo, nelle vostre fiabe, porta sconforto. Mancanza di cibo, penuria di calore, abbandoni.

Ma per uno con la slitta, il freddo riporta un mattino in tutte le cose.

Perché in tutte le difese che l’inverno ti impone di richiamare nel tuo interno, il freddo ad un certo punto dice che devi ridurre tutto al minimo: pensieri parole opere e omissioni.

Ora, quel minimo sei tu.

Quel minimo è il tuo nudo.

L’inverno dice nudo. Dice: lascia tutto e guarda.

Il nudo dice: vieni e respira in tutto quello che di te puoi lasciare.

Lasciare è una questione di violenza.

Tieniti solo al respiro, dice, e guarda cosa il silenzio fa di te.

Questo dice il freddo, questo dice il nudo.

Da questo punto in poi io spero nella neve.

Io sento che qualcuno tornerà a me per chiamarmi.

Non voi. Voi avete trascurato dei dettagli.

Voi avete trascurato che non c’è nessuno in queste lande che possa aprirmi, trovare una serratura in me e chiamare, chiamarmi, farmi voltare in mezzo al nulla solo per la pronunzia del mio nome.

Per cui cari Fratelli Grimm, il non avermi battezzato mi ha dato un destino.

Stamattina l’aria era appunto nuda, ora ci capiamo.

Ed io avevo semplicemente freddo, ora ci capiamo.

E c’era la neve, la neve, capiamoci.

Tutta questa semplicità violenta mi dice che c’è posto per me.

Così sono uscito, salito sulla slitta, dato una spinta che la vostra leggerezza sarebbe ancora troppo pesante per comprendere. Una spinta di respiro, come potessi guidare la slitta semplicemente col fiato. Respirare, andare, sollevare.

Il tempo di morire è un tempo salvo. Guardate come era bianca l’aria, bianchi gli alberi, bianco pupilla fino all’orizzonte. Non un suono, non un uccello. Neppure un’increspatura.

La strada che porta verso il bosco pareva un letto che una balia prepara per l’infanzia.

Ma noi sappiamo che un bosco non è solo un bosco. Un bosco è una promessa.

Io sono una promessa. Promettere è tenere a mente un nome.

È ora di ammettere che il vostro amore verso di me è stato parziale. Avete creduto che il semplice fatto di inventarmi sarebbe stato sufficiente al mio sostentamento.

Infatti è così, nel senso che sono arrivato fino qui. Ma se dovessi perdermi, ditemi, se dovessi improvvisamente inoltrarmi nell’inferno, o nelle polveri della non memoria, come, come fareste a richiamarmi da così lontano? Non mi avete dato nome perché mi avete considerato già perduto.

Voi non conoscete questo freddo. È dal tiepido che mi avete trascurato. Dal vostro tepore ad inventare fiabe. Fiabe che servono per quietare l’imbocco verso il sonno.

Avete dormito, con me. Non avete vegliato tutta la mia formazione.

Ed ora, siccome non siete stati né freddi né caldi dovrei vomitarvi dalla mia bocca. Così dice il signore nell’apocalisse. Ma vedete, nell’apocalisse non c’è neve.

C’è luce certo, dopo un circo di angeli e di bestie. Ma non c’è silenzio.

Così ho deciso che la vostra dimenticanza sarà il mio destino. Ora potremmo dibattere a lungo sulle intenzioni o sul calcolo delle conseguenze. Ma non mi importa, davvero, credetemi.

Tutto é vividissimo quando si comprende. vivido sul grigioazzurro, grigioverde, grigioterraodorosa.

Ma niente è come il bianco. Il bianco veglia dentro un pensiero che mi orienta.

Certo voi dite che ero uscito per prendere la legna e che al ritorno avevo avuto freddo come quando in un viaggio mentre vai, sulla destra , si posano gli uccelli e capisci anche solo dal nero delle sagome che è meglio fermarsi e riscaldarsi anche se quel freddo no, non è nulla di grave.

Così in mezzo a quel bosco, in quella che voi credevate la strada del rientro, ho acceso un fuoco. Un po’ di calore per poi continuare il viaggio, avete inteso. Dalle vostre scrivanie capisco che alla fin fine siete gente semplice. Non sapete quel che fate e non sapete quel che dite. Voi vi siete accontentati di quel fuoco e siete passati avanti con la storia. E non avete visto le fiamme perché pensavate che fosse un fuoco messo li a intiepidire un brrr. Un fuoco parla, è vivido.

Cari fratelli Grimm, ecco il vostro peccato: voi non nominate perché non vedete, non ascoltate. Non avete visto le fiamme, le loro plasticità aggressive che hanno trasformato tutti gli alberi in una lotta di ombre e una lotta vuol dire sempre paura di morire.

Ora voi non capite ma la luce ha regole selvagge. Tra i monti, sulle rocce , nella neve e anche dentro i corpi.

Quella luce dice che il mio nudo è arrivato. Il mio nudo dentro il bianco sprigiona un calore più profondo. Un piccolo oro che dice un nome che non ho.

Voi mi avreste lasciato lì, capite, raccontando di una chiave d’oro trovata sconclusionatamente come un bambino trova un soldino per i dolci, ed uno scrigno così banalmente comprensibile e solo cercare l’apertura sarebbe stato il mio lavoro.

Invece io voglio che voi ora ricordiate quella luce.

La luce ha regole selvagge. La luce in questo freddo.

Il freddo ad un certo punto dice che devi ridurre tutto al minimo: pensieri parole opere e omissioni.

Per questo chi non conosce freddo non conosce amore.

Quel minimo sei tu.

Quel minimo è il tuo nudo.

L’inverno dice nudo. Dice lascia tutto e guarda.

Il nudo dice vieni e respira in tutto quello che di te puoi lasciare.

Lasciare è una questione di violenza. Ma anche non morire è una violenza.

Muore tutto ciò che è bianco perché il bianco dice agnello, il bianco dice cose da salvare.

Voi che pensavate al bianco tutto ben messo dentro quel paesaggio freddo.

E ve la siete cavata con una chiave d’oro per dare un po’ di gioco al dire ed uno scrigno che fa ridere il più lattante dei bambini.

Ora vi invito a questa conversione.

Parlo seriamente. Lasciate il poco, la distrazione, guardate le cose e il vero oro nelle cose, sentite più freddo che potete.

Non inventate storie senza nomi. E non trascurate l’enorme dettaglio che è la luce.

Io vi lascio, muoio qui vicino a un fuoco perché voglio un nome acceso.

La luce ha regole selvagge, richiede sacrifici e, cari signori Grimm, il mio nudo pronto e la neve ha pareggiato tutto.

Se qualcuno chiederà mai come mi chiamo, voi ditegli pure che il mio nome è Yusuf e splende dall’interno. Dite forte che voglio essere chiamato. Che voglio essere chiamato forte. Che io  aspetto. Raccontate come potete, dal vostro limite ,la vostra storia. Ma fatelo, ora, con un altro spirito. Quando dico la parola Spirito il bianco volge all’oro e l’oro dice Apriti.

Se vi andrà, raccontate pure che era scritto nello scrigno del povero ragazzo con la slitta, quel ragazzo che, da un certo punto in poi, ha deciso di avere lo stesso destino muto della neve, che nello scrigno sciogliendosi diceva:

è la luce la chiave che apre tutte le chiusure.
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Immagine di Claudia Bettinardi.

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