La gatta nella cenere

di Giovanni De Feo

Quando avevo sei anni avevamo in casa una gatta che si chiamava Ciucciuna. Era la gatta di mia madre da ragazza, sopravissuta ai millenni precedenti la mia nascita. Ciucciuna aveva un colore indefinibile che non ho mai visto né prima né dopo, un misto di fulvo, bianco e color cenere, come la fiamma e le braci spente di un camino.Così me la ricordo, addormentata a virgola nel camino. Non un camino attivo, chiaro, non lo usavamo mai se non forse a Natale. Eppure l’immagine in qualche modo deve essermi rimasta: di una gatta acciambellata nel cuore segreto del fuoco.

Non sono sicuro che pensassi a Ciucciuna la sera che i miei genitori mi portarono allo spettacolo de La Gatta Cenerentola di De Simone. Ci penso adesso e mi chiedo se il legame tra la favola di Basile, quello spettacolo mancato e la mia ossessione per le fiabe siano un nodo che non potrò mai sciogliere, nemmeno con questa storia.

In macchina da solo, davanti al teatro. Un’attesa infinita. Ora, qui i miei ricordi e quelli dei miei genitori divergono. Mia madre sostiene che non mi avrebbero mai portato a teatro per non farmi vedere La Gatta Cenerentola. D’altronde lo spettacolo, se non erro, dura più di tre ore. E un bambino di sei anni si sarebbe annoiato a vedere uno spettacolo così lungo. Uno spettacolo non adatto ai bambini, sconveniente. Sapevo cosa voleva dire quella parola. Voleva dire merda e piscia, e le cose buie di cui non si parla mai.

Adrienne Segur
Adrienne Segur

Non capivo: ma non era la storia di Cenerentola? No, mi dissero, era la ‘gatta cenerentola’. E forse, forse allora pensai a Ciucciuna. Anche noi avevamo una gatta cenerentola in casa. Una gatta sconveniente che si leccava il sedere e faceva saltare i nervi a tutti, quando le girava. E allora perché non potevo venire? Perché farmi attendere in auto tre ore?

A oggi mio padre sostiene che quel tempo interminabile non fu che l’attesa di una decina di minuti, mezz’ora al massimo, mentre lui e mia madre facevano i biglietti. E ci starebbe, sarebbe logico che fosse andata così. Solo che io quell’attesa me la ricordo bene. Non un’attesa di minuti, ma di ore, ore interminabili, la sete un martello in gola, la rabbia una sega dentata che andava su e giù nei mie polmoni. Perché portarmi fino a lì per non farmi vedere lo spettacolo? Non sarebbe stato meglio lasciarmi a casa? Ma i grandi – lo sapevo già –  ti fanno del male per ragioni tutte loro, ragioni mute a un bambino.

Così ero lì, chiuso dentro (questo lo ricordo senza dubbio, ero stato chiuso con la chiave, potevo solo abbassare il finestrino) per ore e ore, senza il sollievo di una voce, di un sorso d’acqua, mentre i miei genitori si divertivano a guardare lo spettacolo.

Non so dire quando fu che, fissando la condensa sul finestrino, cominciai a fantasticare; ricordo però  che – a un tratto ­– era come se tutto diventasse di vetro. Non solo il finestrino, la strada, le file di alberi, i lampioni, il muro del teatro, e dentro il botteghino, le scale, le tende, fin dentro la sala gremita di teste. Vedevo (immaginavo di vedere?) la Gatta Cenerentola, lo spettacolo ‘sconveniente’ che mi era stato vietato. E questo fu ciò che vidi.

Su un palcoscenico semi-buio un gruppetto di donne vestite di broccati, alla seicentesca (assomigliavano moltissimo agli abiti dei santi e delle madonne che avevamo in casa), alzavano sulle teste incignate candelabri fiammeggianti. In mezzo a essi un camino; e nel camino, acciambellata a virgola, una gatta.

Ma una gatta grande come non se n’era mai vista. Una gatta-donna, con lunghi baffi che s’iridavano alla luce tremula delle candele. La donna-gatta era nuda, il manto fulvo-grigio, il colore della cenere e delle braci. Si svegliò stiracchiando le braccia, sbadigliando zanne bianchissime. Subito le sei sorellastre indietreggiarono, i visi imprugnati sopra le gorgiere come fiori orrendi. Ricordo che la sua nudità di bestia era talmente magnifica che a confronto i broccati delle sorellastre sembravano pezze. Ma la Gatta Cenerentola non vi badò, e si chinò a fare qualcosa di molto sconveniente, proprio come un gatto. Solo che quel gesto, fatto da quella magnifica donna-bestia, aveva qualcosa di oscuro e conturbante, faceva venire caldo e freddo in faccia, una sensazione non del tutto sgradevole.

Ricordo quel brivido, il primo tremito erotico della mia vita; e l’urlo delle sorellastre. Era il grido che davano gli incubi quando bussavano sulla finestra della mia camera notturna, un urlo estremo di affogate. Con quell’urlo si gettarono sulla gatta e la tirarono fuori dal camino. E la gatta lottava, strideva a zanne sguainate, ma le donne erano troppe, e col fuoco delle candele le appicciaronoil bellissimo manto. E la Cenerentola urlava, non più color della cenere ma rossa di fiamma, in mezzo ai ghigni delle sorelle; e cadde in terra.

Ricordo l’amaro dei miei singhiozzi, la fronte bruciante sul freddo del vetro. In seguito, anni dopo, quando seppi che i miei genitori avevano cacciato via Ciucciuna, ormai vecchissima, malata, per farla morire in strada, pensai alla crudeltà di quella scena, alla crudeltà delle fiabe. Non cesserà di stupirmi lo stupore dei grandi. Perché la crudeltà delle fiabe è la loro, è la crudeltà del loro mondo vista dagli occhi di un bambino.

La Gatta Cenerentola era in terra, povero mucchietto fumante. Ricordo bene l’odore, un puzzo atroce di pelo arrostito. Ancora oggi, quando sento un odore simile, mi vengono dei conati sordi allo stomaco. Sollevai la testa. Sul palco le sei sorelle avevano smesso di ridere. Una a una posarono i candelabri in terra; una di loro, la più grassa, trascinò sul palco un secchio e una spugna. Non vedevo bene cosa facevano, chine su quel corpo come lupe su una carcassa fresca. Poi vidi la mano di Cenerentola.

Non più una zampa, una mano. Le sorelle le avevano bruciato la scorza di bestia, e con la spugna l’avevano raschiata via. Da sotto veniva una pelle bianca e morbida di ragazza. Non solo pelle, ma anche abiti, come se Cenerentola nascesse da quella gatta già vestita di tutto punto. Era bella, fulva di capelli, con in testa una cuffietta da serva, un grembiule sporco alla vita, una gonna grigia e misera, le maniche mezze strappate.

Trionfanti le sorellastre si rialzarono, gli occhi fiammeggianti di sprezzo. Una di loro, alta e segaligna, indicò il secchio e la spugna, poi i segni di bruciatura in terra. Senza rialzarsi la ragazza si trascinò ginocchioni fino al secchio, prese la spugna e cominciò a pulire. Le donne risero unisone. Poi, una a una, frusciando nelle loro gonne di broccato, uscirono.

Sola sul palco, illuminata da un faro, la ragazza sporca di cenere puliva in terra. Così la ricordo, la mia Gatta Cenerentola. La ricordo china a pulire, silenziosa, serva ma non schiacciata dalla sua servitù, umana ma ancora indomita. Perché vedete, le sorelle avevano fatto un buon lavoro a toglierle il manto di gatto; ma nel loro trionfo non erano state poi così accorte. Sicché da sotto la gonna lacera della serva, spuntò una coda: fulva e grigia. Così la ricordo, la ragazza cinerea, china a pulire con la coda di gatto che svirgolava avanti e indietro …

In seguito, anni dopo, lessi il racconto di Basile, e poi la versione di De Simone. Ma non vidi mai lo spettacolo. Dieci anni fa una mia compagna di corso al Centro Sperimentale me ne regalò la cassetta. L’ho sempre tenuta lì, dicendomi che prima o poi l’avrei guardata. Ora che il VHS è definitivamente morto rimando il tempo in cui potrò riversarla su DVD.  Ma la vera ragione, chiaro, è un’altra. Non voglio vedere lo spettacolo di De Simone perché so che quella scena non c’è. Non c’è la donna-gatto né il falò crudele delle sorellastre né il finale con la coda. Eppure ogni volta che sento la storia di Cenerentola penso che l’essenza di quella storia è proprio lì, in quella gatta che dorme nelle cenere, nell’ansia delle sorellastre di levarle via la pelle di bestia magnifica, nella loro incapacità di vederne la coda.

Non pretendo che mi crediate. Questa non è la Gatta Cenerentola, è la mia Cenerentola, la mia Gatta, acciambellata come Ciucciuna intorno alle braci segrete della mia infanzia.

Immagine di copertina: Gatta Cenerentola di Fairitaly ONLUS

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