L’incanto della morte. Rosaspina

di Franca Mancinelli

Negli anni in cui le parole scritte erano segni indecifrati, consegnati ad un mondo che non potevo raggiungere neanche sulle punte dei piedi, un libro si apriva soltanto per i disegni che conteneva o perché la voce di mio padre lo attraversava, per strade del tutto sconosciute, anche se la punta del suo indice sembrava tracciarle, lasciando brevi scie e miraggi in cui i caratteri neri, come oggetti in una notte magica, prendevano vita, all’unisono sillabavano silenziosi la stessa storia che mio padre portava sul petto, aperta, pronta a voltarsi e cambiare figure, a volare sempre più avanti. Era la sua voce a portare le storie, semidistesi nel grande letto dove mio fratello più piccolo vegliava, con orecchie minuscole che si richiudevano presto, portandosi qualche scia di suono e senso nel silenzio caldo. Quando il sonno aveva preso entrambi nella sua rete, un traghettatore invisibile ci lasciava oltre il corridoio, nei nostri letti. Oppure a volte, arrampicati uno su una spalla e uno sull’altra, come due piccole scimmie bilanciate, ci portava attraverso le due rampe di scale e ci depositava direttamente nella nostra camera. Un registratore sul comodino avvolgeva e riavvolgeva cassette gialle e azzurre che si compravano in edicola, insieme ad un libretto illustrato con le storie che la voce sul nastro raccontava. Mentre al piano di sotto gli adulti sostavano al fruscio della televisione o al tramestio dei piatti noi, oltre il territorio impervio delle scale, in una valletta in cima alla montagna, eravamo abbandonati alla stanza, consegnati alla notte, mentre la voce del nastro muoveva in figure le vene e i nodi dell’armadio, attraversava in un soffio di vita i vestiti appesi, risvegliava dal torpore gli oggetti che non erano in pace, che slittavano e scivolano ancora prima di raggiungere la loro coordinata spaziale.

Di tutte le storie che sostarono in quegli anni nella nostra camera, una si fermò dentro di me, intrappolata nell’incavo della cassa toracica, lì dove si spezzava ogni tanto il respiro, costringendomi ad inseguire l’ultimo sbadiglio, a tendermi con la bocca spalancata, come se l’aria non riuscisse a saziarmi. Una mattina mia madre nel corridoio di fronte all’ombra di una donna dice con orgoglio: «sa a memoria la favola di Rosaspina. Dai Franca, raccontala». E così uscì da me per la prima volta, attraverso il filo di voce che avevo intessuto, una parola di seguito all’altra, liberandosi, infrangendo un silenzio fitto di spine, attraverso le porte del castello addormentato, la storia di quella ragazza dal nome dolce e appuntito.

Ogni bambino che impara a memoria una storia impara la sua storia. Non lo sa, eppure parla attraverso di lui, nelle forme della fiaba, la vita che porta annodata nel sangue e che si scioglierà, negli anni. Ci vuole tempo perché si allunghino i capelli alle ragazze imprigionate nella torre, accovacciate all’ombra delle pareti, con l’unica compagnia di una mano che porta i pasti e scompare. Molto tempo perché i capelli, intrecciati, attraverso l’unica piccola finestra, scendano il muro fino a sfiorare la terra. Allora un figlio di re andato a caccia nei boschi, arriva in quel luogo sperduto, e aiutandosi con i capelli come fossero una corda di seta, sale. Questo motivo presente in molte fiabe, come ad esempio in Raperonzolo dei fratelli Grimm, narra di un periodo di isolamento e di maturazione necessario alla ragazza prima del suo incontro con l’altro e del suo ingresso alla vita come donna. Anche le parole crescono nella solitudine prima di permetterci di ritrovare l’uscita, di aprire la nostra prigionia al mondo. Se il contatto con l’altro avviene prima del tempo, la ragazza si ferirà e cadrà come morta, cercando di recuperare nel sonno la crescita che le è stata spezzata. Così le parole pronunciate prima che abbiano affondato le radici nella nostra voce, sono strappate, non possono compiersi in una frase o in un verso, chiedono solo di continuare a dormire.

Nel momento in cui pronunciavo per la prima volta la storia di Rosaspina, mi accorgevo di averla in me, di portarla nel nastro buio e frammentato della memoria. Un prodigio semplice e misterioso come quello che mi portava in bicicletta da sola, con due rotelle piccole aggiunte ai lati. Pronunciavo la mia morte e la mia rinascita, la mia segregazione e la mia uscita dalla torre attraverso le parole… ero già salva! Il principe che viene al risveglio siamo noi stessi, armati di coraggio e di spada, noi stessi decisi a bucare il silenzio, pronti a parlare. Allora il roveto si apre ai nostri passi, non è nient’altro che un cerchio fitto di rose presto sfiorite.

E ritorna dopo decenni questa sorella nata da un gioco di ombre sul muro, questa sorella che dorme. Rosaspina, ovvero “la bella addormentata nel bosco”, narrata dai fratelli Grimm interrompendo la storia a metà, con l’intenzione di proteggere i bambini da una crudeltà troppo fonda per essere avvolta dall’immaginazione, da un male che non si poteva travestire da lupo. Oggi la leggo come cercando nel fondo di uno specchio i frammenti di anni che non saprei contare esattamente ma che mi sembra di portare ancora chiusi nelle dita, in quello slancio pieno di trepidazione che mi diceva “pensa a quando si riempirà una mano, una manciata intera di tempo, e quando dovrai passare all’altra mano, pensa a quando ti chiederanno gli anni e non li conterrai più”. Rosaspina è la fiaba del tempo interrotto, del tempo sospeso e annullato. Ogni fiaba contiene questo incanto, la ripetizione attraverso cui è passata e continua a passare lo potenzia, ma mentre in altre fiabe resta sullo sfondo, come uno degli elementi del mondo fatato, in Rosaspina è al centro della storia, la scandisce. Qui traspare quel filo che altrove è logorato o nascosto; Rosaspina è una fiaba intessuta di tempo, fin dal suo inizio. L’inizio è un’attesa. La lunga attesa di un figlio desiderato. Nasce infine una bambina; il re e la regina suoi genitori, colmi di gioia, festeggiano l’evento insieme a parenti, amici e alle fate. Grazie ai doni delle fate si apre per la bambina un futuro colmo di ogni augurabile bene. Ma un brivido freddo attraversa la sala. È entrata la fata cattiva con il suo dono di morte. «A quindici anni la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta». Questa frase entra come una scheggia nel cuore dei suoi genitori, attraversa il cerchio di persone che la amano, e con il suo soffio gelido arresta per un istante la vita del castello. I bambini l’ascoltano e trattengono il respiro. La morte addormenta la nostra coscienza, possiamo soltanto rientrare nelle nostre ossa, stringere la cassa toracica, irrigiditi. Ma c’è una fata buona che è rimasta in silenzio. Ha conservato le ultime parole e con queste può soltanto attenuare la morte, commutarla in cento anni di sonno. Ciò che è pronunciato non si può cancellare. Le parole sono ormai incise nell’aria, in cammino attraverso gli anni che le porteranno a compimento. Il tempo si svolge, non torna indietro. Quanto rammarico per il destino che aspetta la bambina, per il suo ferirsi e cadere oltre lo scorrere del tempo, in vita fuori dalla vita. Eppure in questo c’è del bene. Contro la morte, la fata buona non poteva fare di più. E se non avesse più avuto parole…se le avesse consumate prima invece di restare in silenzio, la storia forse sarebbe già finita. Il suo silenzio è una riserva di salvezza.

Si realizzano i doni delle altre fate e per la principessa, colma di ogni bene, scorre la vita fino ai quindici anni. Inutilmente il padre ha cercato di proteggerla, facendo bruciare tutti i fusi. Nel giorno del suo compleanno, rimasta sola nel castello, Rosaspina attraversa le sale, apre porte secondarie, si inoltra nei luoghi più riposti, fino a salire su una vecchia torre dove non era mai stata. Così i bambini, lasciati a regnare liberi sugli spazi della casa, aprono i cassetti, rovistano in fondo agli armadi, sulla scia di qualche segreto. In una stanzetta della torre Rosaspina trova una vecchia che fila, solitaria. Gira la ruota del fuso come se il tempo non esistesse, come se fosse tutto contenuto tra quelle pareti chiuse, lontane agli sguardi. Una vecchia non cattiva né buona, fuori dal tempo come tutti i vecchi, vicina alla morte. Un’immagine del destino, una strega: ciò che deve accadere si compie. La ragazza si punge e cade addormentata. Insieme a lei sprofondano nel sonno i genitori appena rientrati, e ogni abitante del castello, colto dall’incantesimo interrompe i gesti che stava compiendo, ed entra nel senza tempo del sonno. Questa sequenza si stacca ad un tratto dal flusso del tempo, diviene presepio, e poi scende in una notte prolungata, in un sonno comune. Un respiro incantato attraversa ogni cosa che vive, dai cavalli nelle stalle, alle colombe sul tetto, fino al fuoco che si spegne nel camino e ai capelli dello sguattero che si sciolgono dalla mano del cuoco che lo stava sgridando. Tutto questo ha una grazia che deve essere ripetuta come se nell’ascolto, parola per parola, si potesse cogliere quel momento d’indefinito piacere in cui si scivola nel sonno e si inizia a fluttuare, consegnati alle correnti, sempre più lontani dalla riva. Forse incanta i bambini inquieti, quelli che sostano alle soglie, che si aggrappano fino a che possono, a quello che possono, per la paura di abbandonarsi al buio. La favola infatti ripete questa sequenza ai primi passi del principe nel castello addormentato e a quelli che seguono il bacio e il risveglio. Allora, la meraviglia di ritrovare per filo e per segno ogni cosa interrotta dal sonno riprendere vita, porta i bambini che resistevano, che non volevano cedere alla notte, ad affidarsi all’incanto, a discendere in se stessi sicuri che tutto tornerà a muoversi.

Dante Gabriele Rossetti, Proserpina
Dante Gabriele Rossetti, Proserpina

Ferita dal fuso, salvata dal dono dell’ultima fata buona, Rosaspina vive dentro il suo castello come in una sfera di vetro dove scende la neve, è sempre inverno. Nel paese lontano continua a scorrere il tempo; là il silenzio caduto nelle stanze addormentate ha preso la forma di una leggenda, quasi una seconda fiaba che raccontano i vecchi ai giovani che sognano di trovare Rosaspina. Gli anni sono cresciuti per lei in una fittissima macchia di rovi che si è ispessita e innalzata fino a coprire l’ultima bandiera sul tetto. I principi che si avvicinano vengono trattenuti da mani che si aprono nel folto e pungono fino ad uccidere. Per loro la ragazza che dorme non può aprirsi in fiore, per loro può essere soltanto la parte acuminata del suo nome. Lei che si è punta ed è caduta come morta, può a sua volta pungere e portare la morte a chi si avvicina. Non una vendetta, soltanto l’inconsapevole difesa di chi è stato ferito e giace abbandonato nel profondo. Immobile e in un duro viaggio, come quello che fanno le radici, verso il centro della terra e poi, al termine dell’inverno, i germogli verso la superficie. Rosaspina è anche Persefone rapita, torna dal buio risvegliando tutto ciò che la circonda.

Quando è giunto il tempo, l’incantesimo si scioglie, e il coraggioso principe non trova che un roseto fatato: si apre ai suoi passi e si richiude alle spalle, lasciandolo prigioniero di una bellezza che chiama, silenziosa, oltre la soglia del castello. Attraversa il presepio addormentato, ascoltando il movimento del proprio respiro. Insieme a lui torniamo in un volo rasente, su un paese di notte, con il dono di guardare oltre i vetri la forma in cui il sonno sospende la vita, e la mostra indifesa, per quello che è. Il principe continua a scorrere le sale sommerse, è un raggio di luce penetrato nel cuore di una macchia. Passa davanti al re e alla regina che dormono sul trono insieme alla corte e giunge infine alla torre, dove Rosaspina che appena punta era caduta in terra, è ora distesa nella sua «cameretta», come ogni bambina che aspetta il bacio della notte e quello del risveglio. Al tocco delle labbra del principe la bella addormentata apre gli occhi ridente e tutto intorno si accende di nuovo alla vita. Nel presepio incantato rientra il tempo: i gesti interrotti si compiono e tornano a scorrere, l’uno dopo l’altro, come non fosse mai esistito questo strappo nell’aria, questo intervallo di morte.
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Nota bibliografica
Jacob e Wilhelm Grimm, Fiabe, a cura di Laura Mancinelli, traduzione di Anna Cocito, Oscar Mondadori, Milano 2011.
Vladimir Ja. Propp, Morfologia della fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 2006.
Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli, Milano 2000.
Jean-Luc Nancy, Cascare dal sonno, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009.

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Immagini: Rosaspina di Edward Burne-Jones (Qui la serie completa)
e Proserpina di Dante Gabriele Rossetti.

In copertina: Sir Edward Burne-Jones – The Rose Bower (da “Legend of Briar Rose”), 1880
Buscot Park, Farringdon Collection

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Autore: Franca Mancinelli

È nata a Fano nel 1981. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”). È inclusa nell’antologia Nodo sottile 4 (Crocetti, Milano 2004), Nodo sottile 5 (Le lettere, Firenze 2008) entrambe a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, ne Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, Novara 2009) e ne La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi editore, Borgomanero, 2011). Sue poesie sono state tradotte in spagnolo (in Emilio Coco, Jardines secretos. Antologìa de la joven poesìa italiana, Sial, Madrid 2009). Nel 2010 ha vinto con una silloge inedita il premio “Castelfiorentino”. Suoi testi sono usciti su varie riviste cartacee e online, tra cui «Poesia», «l’immaginazione», «Versodove», «Nazione Indiana», «Ali». Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.

4 pensieri riguardo “L’incanto della morte. Rosaspina”

  1. grazie "anonimo" mi piacerebbe chiamarti con un altro nome, anche nickname, ma comunque buon link, mi ingegnerò per dare spazio anche alle varie segnalazioni utili e interessanti.
    Cara Rose, io credo che anche le illustrazioni raccontino una storia, ci sono degli albi illustrati che sono splendidi e funzionano senza altra scrittura – però capisco bene quello che dici: spesso oggi i due piani (illustrazione/scrittura) si sovrappongono senza comunicazione, anzi la prima soffoca la seconda, come se non si potessero più vedere le cose nella nostra testa e qualcun altro dovesse sempre immaginarle per noi.

  2. Scusate, non avevo letto il racconto per intero.
    Una bella scrittura, quest'è certo, ma vorrei soffermarmi comunque sulla parte introduttiva, così evocativa delle magiche letture che facevano un tempo genitori e nonni. Una volta i libri di fiabe avevano poche immagini e sembravano fatti per essere letti ad alta voce, da un adulto. Momenti di condivisione e vicinanza che difficilmente potevano creare il registratore o, in seguito, la televisione o molti degli attuali libri di fiabe dove le illustrazioni non lasciano quasi più spazio alla fantasia.

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