Pelle d’asino: mutare d’abito

di Francesca Bertazzoni

Sono debitrice alle Fiabe Sonore per Pelle d’Asino. Adoravo gli intermezzi musicali e le illustrazioni dell’enigmatico Ferri, i cui abiti sontuosi sembravano fatti di metri e metri di stoffe brillanti.In questa versione la fiaba, rispetto all’originale, subisce alcuni adattamenti al presunto gusto infantile: l’asino magico non defeca monete, le fa cadere dalle orecchie quando le scuote. La fanciulla è una cognata giovane e avvenente, non la figlia stessa del re.

Da Pelle d'asino nell'edizione delle Fiabe sonore
Da Pelle d’asino nell’edizione delle Fiabe sonore

Nella favola, così come la riferisce invece Perrault, cortigiani e sacerdoti (si parla di un druido) si adeguano immediatamente alla volontà del re incestuoso. La fanciulla resta sola con i consigli della Fata dei Lillà, sua madrina.

Sperando di sottrarsi al matrimonio, chiede abiti impareggiabili, che nessun’altra possiede, nella segreta, intensissima speranza che le vengano negati: la fanciulla non vuole cambiare destino, non vuole mutarsi in qualcun altro. Si dispera quando le mostrano l’abito color del tempo, color di luna, color del sole (io, invece, bambina, mi estasiavo su quei tessuti sciorinati pieni di riflessi).

Chi è Pelle d’Asino? Di lei, come della collega Cenerentola, conosciamo solo un brutto soprannome: il nome vero ci è negato, e senza poterle dare un nome non abbiamo alcun potere su di lei. Né il vecchio re lubrico, né noi lettori.

Vapore scintillante, l’essenza autentica della fiaba: questo è la fanciulla, che fugge, cambia forzatamente pelle, e nessuno la riconosce. Fugge per non cambiare la propria natura: nei momenti di solitudine, quando il destino la condurrà a badare a porci e tacchini, farà scaturire dalla terra il baule che contiene quanto ha di più caro e tornerà ad essere la principessa senza nome. Indosserà abiti eleganti di nascosto, dopo essersi lavata mani e viso ed aver pettinato e incipriato i suoi biondi capelli (mi divertiva e disgustava un po’ questa toilette sommaria e raffinata: niente shampoo, ma cipria e diamanti!)

E poi il principe s’innamora, anzi s’ammala di mal d’amore. Malattia gravissima! inesplicabile! sentenziano i medici. Con qualche titubanza la regina fa cercare Pelle d’Asino, le fa preparare la focaccia richiesta dal figlio…

(Perché s’ammala, il principe? Io non credo si ammali perché folgorato dalla bellezza segreta della donna – anche se gli starebbe bene, non si spiano le donne quando si guardano allo specchio… – ma perché teme che l’oggetto desiderato non sia all’altezza delle aspettative, del ruolo cui è destinato nel mondo. E se fosse davvero una pezzente? Le parole della fattoressa – ma quella è Pelle d’Asino! Una ragazza brutta e sporca! – non sono facili da dimenticare.)

E poi tocca, finalmente, all’anello. Quell’anello finissimo, con uno smeraldo della più bell’acqua, dal cerchietto stretto, un oggetto che costituisce un concentrato di femminilità, la promessa di mille delizie (quanto occorre per dimostrare che celare, più che rivelare, allarma e disarma).

L’anello cade – per caso? per calcolo? – nell’impasto della focaccia e il principe quasi ci si strozza.

La prova dell’anello consente di ripercorrere l’intera gerarchia sociale: si comincia col farlo provare alle principesse (poi alle duchesse, marchese, baronesse, contesse…), poi alle borghesi, infine alla servitù. Una favola proprio educativa.

Quando ogni speranza è perduta, l’apparizione di Pelle d’Asino salva i destini del mondo. Il dito s’adatta perfettamente all’anello e Pelle d’Asino al ruolo di principessa. Lascia cadere la pelle e fa apparire l’abito color del sole, così luminoso che bisogna indossare lenti verdi o affumicate per poterla ammirare senza restarne abbagliati. Finale d’amore e di passione, con un principe che si precipita giù dai gradini del trono per abbracciarla con ardore tale da farla arrossire…la fanciulla accetta di indossare l’abito color del sole e di uscire dall’infanzia: si abbiglia non più per gioco, ma per il piacere di un marito che desidera.

Finale etico, che restituisce anche al vecchio re il buon senso: scopriamo infatti che, durante l’assenza della fanciulla, è rinsavito e ha sposato una regina vedova.

E dell’asino, animale mitico, totem delle principesse, nessuno parla più? Eh, no: il suo ruolo nella fiaba è proprio finito.
Finisce così, questa favola breve se ne va.
Ma aspettate, e un’altra ne avrete…

Immagine di copertina: Adrienne Segur, Peau d’âne

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailFacebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Autore: Francesca Bertazzoni

Francesca Bertazzoni (Milano, 1973) cucina, legge, ascolta, a volte racconta e quando non può farne a meno scrive.

3 pensieri riguardo “Pelle d’asino: mutare d’abito”

  1. Il suono della storia che accolita del tempo rinasce al fuoco dei tamburi e freme sotto la paglia delle alcove e pullula di nuova vita per rintoccare nello scampanellio dei campanili. Mille volte rileggendo questo racconto mi sono chiesta se la mia penna parla come autrice o come protagonista. Ma…visto lo sconvolgimento che il fatto produsse nella gente del luogo che differenza c'è? "Si aprano le danze!!!" inaugurò il cerimoniere e la sposa di bianco vestita coronò il suo amato sogno con il suo principe. Ma ciò che non sapete e mi accingo a narrare è la presenza oscura e latente di un personaggio che si trafila nelle trame della storia… Come meandri si dissolvono all'apparire di una fioca luce come se l'oscurità avesse un nome, Evaristo era il becchino del paese che arrotolando la sua sigaretta di tabacco accompagnava le ombre dei defunti nell'immortale cammino dell'oltretomba. Un mare di anime si inoltravano nella sera di un giorno che declinava e una fiaccola arse tra tutte per la prima volta. L'infausto evento diede inizio ad un'oscena saga dove due arguti signori muniti di bastone e cilindro saldarono i conti con il becchino. Lor signori non crederanno a quanto vi sto rivelando ma come le parole prendono vita dall'inchiostro così il sangue di tutte quelle vittime sacrificali si convertì in note che il tempo imprigionò in un libro per non trovare libertà. Lo spirito del popolo covò in segreto la sua rabbia che finalmente trova una rappresentazione in un racconto di straordinaria potenza espressiva… E' quanto di più suggestivo vi possa comunicare attraverso la mia penna perché mai occhi infelici poterono assistere ad una vicenda così triste. Ignorando lo sviluppo dell'intera vicenda l'Autrice si fa da parte per presentare i suoi personaggi nella convulsa idea di definire a tratti lucidi e vivi un sintagma letterario ardito e veloce. Anni or sono accadde che il sindaco del paese impose ai cittadini una tassa per il recupero dei libri della vecchia biblioteca comunale. Centinaia di libri consunti e impolverati e pagine ingiallite dal tempo e dalla polvere ritrovarono vita nella memoria dei paesani. Nega la vecchia suora del paese depositaria del segreto tramandato in via epistolare di generazione in generazione trasalì al rintocco del campanile della chiesa. Vitruviano il sindaco si aggiustò il fiore all'occhiello della sua giacca nera e Evaristo ancora vivente pianse al passaggio di una cabriolet rosa. In soldoni la sposa aveva dimenticato una collana di perle che le avevano regalato il giorno delle sue nozze e che era rimasta per anni in un pozzo nascosta sotto una pietra di fiume. Aleandro il nipote della sposa trovandola la mostrò alla sposa ormai anziana che potette finalmente mettere pace alla sua ricerca. Infatti siffatta collana le aveva regalato una vita onorata e decorosa lontano dalla cupidigia degli esattori e per questo decise di regalarla ad Aleandro. Il giovanetto esclamò di gioia e subito la diede come pegno in cambio di mille monete d'oro. Si dà il caso che i tempi non erano dei più felici e fu così che un ladro se ne impossessò tra lo sconforto di tutti i cittadini del paese. Nega fece indire una messa soave e bellissima e finalmente il suo cuore percepì il sollievo dell'eucarestia quando le campane liberarono lo stridulo verso che si era accumulato sui tetti e sui comignoli. Evaristo si fumò una sigaretta e Vitruviano fu riconfermato sindaco. A voi signori lascio immaginare come tutti di gli eventi che si avvicendarono sopravvissero solo le 1000 monete d'oro che Aleandro accuratamente custodì in un baule di legno insieme ai suoi effetti personali. Il vento tornò ad aleggiare come uno stormo di uccelli e le campane a rintoccare e a chi porgeva l'orecchi nella piazza antistante il sagrato della piccola chiesa una folata di vento rivelava :"Nega,Vitruviano Evaristo,Aleandro custodi dell'antica fortuna di Antonomasia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *