Sangue, spilli e ingannatori: le molte vite di Cappuccetto Rosso

di Renata Morresi

Il movente, si dice, è sessuale. Varie le sue declinazioni. Il rosso lo prova. Addita al sangue, menarca, deflorazione dell’imene, transustanziazione? Diciamo: corpo vibrante, predisposto al passaggio (e a passare). Tutti corpi interessanti in questa storia, se guardi bene, ognuno a suo modo espressione di potenza. Varie le strategie di trasformazione: orgasmo, moltiplicazione, non vita, travestie. Leggo che per lungo tempo è proprio il rosso a far pensare a certi archetipi: l’eterno alternarsi del sole con la notte, discesa e risalita di Persefone, storie di soggiorni nello stomaco e riemersione, tipo Giona e la balena, e via così. Storie di cicli, simboli primari. Indossare un colore, qualsiasi nero lo prova, rovescia i rapporti col profondo, ne raddoppia l’estensione.

Anche un’interpretazione puramente storica non ci sta male: immagina cos’era essere piccoli verso il milledue-milletrecento. Piccole creature bastarde e lerce. Scheletriti piedi storti e pidocchi, battenti, imprudenti, cantanti per campi e sguaiati. Prede facili dei viandanti affamati, allupati. Penso a certi tisici cattivi, ai lebbrosi, ai merdusi con la mala nova, ai cacapezzole, ai latri con le barbe unte, gli occhi vermigli, gli stomaci larghi, ai porci ghiotti, ai flagellati repressi e a tutte le altre bestie di uomini a cui sempre vien l’uzzolo della persecuzione. Soprattutto se l’altro è deboluccio e può passare, se ben cotto, per un lepre. La fiaba allora non era mica solo intrattenimento, invenzione. Se affonda in un tempo di terrore condiviso, se porta il segno addosso, se affonda in un crogiolo di miseria, disastro, forza, superstizione. Un sentiero sbagliato, una parola di troppo e sei perduta. Impara a distinguere il bene dal male.

A me da bambina mi dicevano di non parlare mai e poi mai con gli sconosciuti. I miei erano anni senza boschi, naturalmente, anni di cantieri, piani regolatori. Tra noi giravano terribili leggende di caramelle drogate – me le immaginavo dure come vetri, di colore verde fosforescente, giallo plastilina, gommagutta, frantumarsi in bocca e poi invaderla come polenta. Tutto è commestibile. E la mia amica Francesca G. che raccoglieva le sigarette da terra mi lasciava totalmente sbigottita, di pietra. Non riuscivo a dirle niente, e non lo dicevo a nessuno, lei era sacra.

Faccio caso solo adesso che il bosco è sempre nero, negro, carbone, antracite, moro, terra di Cassel, fosco fumo, ombra o persino rubino, porporigno, biffa o pagonazzo. Mai verde.

Gustave Dorè, Le Petit Chaperon Rouge, 1867
Gustave Dorè, Le Petit Chaperon Rouge, 1867

Nel secolo Ventesimo si scopre che il rosso in principio non c’entra affatto. Addio bei miti, addio teorie manichee, che tanto a lungo e con agio ci siamo bevuti! Freud che parla dell’invidia della gravidanza, Fromm che vede ovunque guerre sessuali. Addio a noi che ci pareva d’aver capito! Il rosso è un elemento che viene aggiunto molto dopo, quando dal raccontarsi bocca per bocca si passa alla versione scritta, alla letteratura. Il primo a tirare in ballo il colore è il francese Charles Perrault. Funzionario ammesso a corte, alto borghese apprezzato per il bello scrivere salace, Perrault pubblica Histoires ou contes du temps passé. Anche dette le favole di Mamma Oca. È il 1696. Gli ultimi processi di stregoneria sono di 3 anni prima. C’è guerra in Europa, una di quelle tra Borbone, Orange-Nassau, Savoia e gli altri. Va ancora di moda il corsetto, con le stecche di balena. Qualcuna ci muore pure soffocata. Ma l’abito sopra almeno è diventato più lento, dégage. Un’altra cosa che mi guardavo bene dal dire da piccola era del sogno in cui mi masturbavo con una stecca o con una canna scheggiata.

Perrault riadatta la storia medievale bifolca e ruvida ad un pubblico di raffinati cortigiani. Fino a quel momento la ragazza s’era salvata. E, va detto, anche dopo, coi Grimm e tutti i successivi. Perrault no. La lascia ingoiata. Stretta-strettina nelle centopelli di quell’utero villoso. Perrault in pratica fa questo: prende la storia orale, la depura delle parti che giudica infantili e disgustose, di quelle troppo rozze per i suoi lettori chic, e punta tutto sull’erotico, sul peccato e sull’avvertimento pedagogico. State attente, belle fanciulle! Non fate le cattivelle. Vabbè. Perrault corteggia le affezioni morbose dei potenti e il loro gusto per le gerarchie. Scrive una storia che assimila il controllo di sé al controllo sociale. D’altronde, va nascendo la nazione. La mission civilisatrice. Scrive una storia di colpa, insomma. Della ragazzina impudica, innanzitutto, con quell’immodesto copricapo, della ragazzina male avvertita, incapace di riconoscere dietro le blandizie le vere intenzioni del lupo. E chiude con tanto di morale: “Sventura a chi il vero non intende / più dolce lingua cela il più affilato dente”.

La versione dei Brüder Grimm, che pure avevano letto Perrault, è meno truculenta. È quella buonista che hanno raccontato a noi, che leggevamo nei Quindici, quella con il bravo cacciatore che viene a salvare capra e cavoli, cioè nonna e ragazzina. In una edizione particolarmente aberrante della mia infanzia addirittura la sposa. In un’altra lui è nientemeno che il padre. Sigmund, Hilfe!

Comunque. Siccome conosciamo bene la fiaba dei Grimm e le centomila riscritture successive, vale la pena ricordare in breve il canovaccio della tradizione orale. Viene grossomodo dall’area del Forez, del Velay, della contea di Savoia, del Palatinato, va dal Tirolo al Nivernais. Da qualche parte tra Francia, Germania e Italia o cos’erano allora, nel basso medioevo. Ricostruita fa così:

Una donna chiede alla figlia di portare latte fresco e una pagnotta alla nonna, che vive in una capanna nel bosco. La ragazza si incammina e incontra lo bzou, una specie di licantropo. Lo bzou la ferma e le propone una gara: scegli, il sentiero degli aghi o quello degli spilli? Lei sceglie gli aghi, o sceglie gli spilli, non importa, lo bzou prende sempre l’altra strada e arriva sempre prima. Come previsto si mangia la vecchia. Ma non tutta. Ne scola del sangue in una bottiglia. Ne avanza qualche pezzo in una gamella, in cucina. Poi indossa i vestiti della nonna e si mette a letto ad aspettare la ragazzina. Hai fame, mia cara? le fa quando arriva. Certo che ha fame, hanno tutti una gran fame in questa storia. Lo bzou le indica il ripiano dove ha appoggiato bottiglia e gamella. Lei ripassa la carne in tegame, la trangugia, beve un bel bicchiere. Nel mentre s’affaccia un gatto e la chiama Puttana! Che bevi il sangue di tua nonna! Non ci fare caso, fa lo bzou. Le chiede se è stanca, la invita a spogliarsi e a entrare nel letto. Dove lo metto lo zinale, nonna? Brucialo nel fuoco, non ti servirà più. Dove la metto la camiciola? Buttala nel fuoco, non ti servirà più. Dove metto la gonna, il sottogonna, le calze, il corpetto. Tutto brucia, lei è nuda, il dolce nodo coperto appena di peluria, sale nel letto, sente sfregare. Ma quanto sei pelosa, nonna? E col ritornello che sappiamo lo bzou risponde. È per scaldarti meglio. Ma che braccia grandi che hai! e che orecchie, occhi, mani, faccia e infine che razza di zanne di denti che hai, nonna! E lui ancora calmo. È per mangiarti meglio. Allora lei: Prima devo fare la piscia, nonnina. Falla nel letto, mia cara. No, non mi scappa, esco un attimo. Torna alla svelta. E lo bzou le annoda un laccio lungo attorno alla caviglia, per tenerla legata. Ma la ragazza ha capito tutto e uscita fuori taglia il laccio con le sue forbici da sarta, lo lega a un albero e poi corre. Lo bzou ancora tira e chiama, Che caspita, quanto ci metti? Ne stai facendo un quintale? Stai concimando l’orto? Quando si rende conto, lei è scappata. Allora comincia a inseguirla.

Kiki Smith, Gang of Girls and Pack of Wolves, 1999
Kiki Smith, Gang of Girls and Pack of Wolves, 1999

Che storia fantastica. L’ho scoperta solo un paio d’anni fa. Allora avevo ragione io da piccola a chiedermi com’è che la tipa non capiva che quella non è, ma come fa a essere, sua nonna! Com’è, ma non vedi che è un lupo?! (Me lo fossi detta da grande, quando ho incontrato certi che –). Invece lei capiva, capiva.

Della materia sporca, esultante e liberatoria del racconto medievale poco rimane nelle versioni letterarie. La ragazza fresca, schietta, lucida e lesta della storia arcaica scompare. Ne arriva una trasognata e un po’ indolente. Non prende le giuste cautele, non sa. Ci sarà da salvarla. Le acconceranno i boccoli coi fiorellini Biedermaier.

Invece quella storia lì, eh. Se la raccontavano le sarte, le ricamatrici, le merlettaie. Una storia di iniziazione. Il passaggio è alla pubertà: l’età in cui si comincia a lavorare, a mestruare, ad attirare l’attenzione e a prestarla. Gli aghi e gli spilli sono forse simboli fallici, di certo strumenti per vivere, i mezzi con cui si imbastivano i vestiti, anche i propri, quelli da donna finalmente. Le veterane l’avranno raccontata alle novizie, le adulte che sapevano qualcosa di come funzionavano i peli, stare nudi, sentire il fiato caldo di un uomo, pisciarsi addosso, staccare i cordoni ombelicali. Forte come le cose schifose e le primarie stanno assieme. Le più piccole saranno inorridite e cresciute, avranno preso il posto delle vecchie, su queste prendendosi la rivincita, di queste prendendosi la forza, mangiandosele come criste.

Dopotutto il rosso c’entra, sì. Traccia primordiale che sopravvive, mascherata nel cappuccio. Una cosa rossa è rotonda, è interna, poi emersa, è una falce di luna che allaga. Ritorna.

Coi Grimm la faccenda è un’altra. Sono loro per primi a rivolgersi ai bambini come li pensiamo oggi. In quel momento l’infanzia come età a parte è appena nata. Va plasmata, protetta. E poi c’è la questione dell’eredità culturale da riconoscere, lo slancio verso lo spirito della nazione. Erano scienziati romantici i due Grimm. Ma di fronte all’antenata medievale Rotkäppchen è ancora più annacquata. Amatissima, certo, nell’Ottocento il secondo libro più venduto dopo la Bibbia. Però. Qualche pensiero me l’ha sempre dato, con quello Jäger che viene a squarciare la pancia al lupo e sblup, ne escono fuori le due come pupazzette sulle molle. Che subito imparano la vendetta, tanto che nella pancia del lupo mettono delle pietre e poi la ricuciono. Tanto che in un’altra versione ne fanno morire un altro nell’olio bollente. A me viene sempre in mente chissà quante favole dei Grimm avrà letto da giovinetto Mengele.

“Many are the deceivers”, scrive Anne Sexton nel suo Red Riding Hood.

Nella seconda parte del secolo Ventesimo le riscritture abbondano. Arrivano quelle ambientate nelle metropoli, quella a fumetti con topi e lucertole, quella in cui la ragazza tira fuori la pistola e si fa una bella pelliccia, quella in cui lei si sposa col lupo, quella in cui scopa col lupo, quella in cui nonna e ragazza scopano col lupo. Ce n’è una gotica meravigliosa di Angela Carter dove lei diventa selvaggia e lecca via le pulci dal suo mantello. Ce n’è una thriller ambientata in California, dove il lupo è un violento che abusa della figliastra e viene fatto secco dalla nonna. Ce n’è una dove Cappuccetto ha la barba. Ce ne sono di cinesi, messicane, dall’Africa, dal vecchio West. Qualcosa resiste, continua a pulsare al fondo di questa storia, gheriglio di materia incandescente, cuore di mela. Distinguere tra bene e male? Saperli?
Arrivano di gran carriera la cultura di massa e riadattamenti di ogni foggia, arrivano Monty Python e Sam the Sham and the Pharaohs, arrivano quel falco di Disney, Chanel numero 5, Johnny Walker, la femme fatale, le maggiorate in cappa rossa e calzettone bianco su YouPorn, arriva il Nintendo, arriva Hollywood. Ce n’è una versione fantasy tipo Twilight, dell’anno scorso, non ho la forza di andare su Wikipedia per vedere di che si tratta. Arrivano i vari Shrek, e lì ritroviamo una Cappuccetto piccola e infida. Cattiva cattiva. Ecco, alla fine la colpa è tornata a essere della ragazza.

Una volta, avrò avuto nove anni, camminavo per un viottolo tra gli alberi all’oratorio. Era molto oltre il campo da calcio e la pista di pattinaggio, lontano dalle altalene e dall’unica giostrina. Dopo un grande campo di breccia dove pure giocavano a pallone, dopo gli spogliatoi. C’era quest’ultima striscia di terra prima del muro che confinava col cimitero, ai lati costeggiata da due filari di pini. Non era un posto particolarmente nascosto, anzi, mi ricordo che ero andata lì a bere la luce delle sei, il sole che riverbera tra gli aghi. A un certo punto ecco un tizio, me lo trovo di fronte dal nulla. Forse era solo un ragazzo, non so dirlo. Non ho memoria della sua faccia. Che muove la bocca e fa: Mi fai vedere la fica? A me prende a battere il cuore fortissimo, fisso il selciato senza dire una parola. Lo sai cos’è la fica? Insiste quello. Io esattamente non lo so, ma da qualche parte di me devo averlo saputo perché senza neanche guardarlo mi giro e corro. Corro come volando, corro così veloce che non ricordo la strada che ho corso, né le scale fino a casa di mia nonna. Arrivo in terrazzo dove lei sta lavando i panni e le chiedo trafelata: Nonna, cos’è la fica? Lei sorride – Non ci pensare – ma non risponde.

“E vissero tutti felici e scontenti”, diceva mio figlio da piccolino.

La storia delle sarte a volte non finisce, a volte finisce così. Lo bzou si accorge che è scappata. Le corre dietro per acchiapparla, corre lei per sfuggirgli, corrono fino al fiume. La ragazza arriva per prima e chiede alle lavandaie di aiutarla. Quelle stendono i lenzuoli sull’acqua, li tengono forte per gli angoli; lei passa sul ponte di stoffa, scende sull’altra sponda. Arriva di lì a poco lo bzou, anche lui chiede aiuto alle lavandaie. Quelle stendono i lenzuoli sull’acqua, lo lasciano arrivare a metà strada, abbandonano la presa. Lui cade e la corrente se lo inghiotte giù.

Ma tu continua a correre, ragazza, scappa. Tu continua a scappare. Continua.

 Benjamin Lacombe, Le Petit Chaperon Rouge, 2010
Benjamin Lacombe, Le Petit Chaperon Rouge, 2010

Nota bibliografica

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano: Feltrinelli, 2008 [1976].
Stefano Calabrese e Daniela Feltracco (a cura di), Cappuccetto Rosso: una fiaba vera. Roma: Meltemi, 2008.
Angela Carter, The Bloody Chamber. London: Gollancz, 1979.
Alan Dundes (ed.), Little Red Riding Hood: a casebook. Madison: Univ. of Wisconsin Press, 1989.
Anne Sexton, Transformations. Boston: Houghton Mifflin, 1971.
Yvonne Verdier, “Grands-mères, si vous saviez… : Le Petit Chaperon rouge dans la tradition orale”. Les Cahiers de la Littérature orale, IV, 1978 (oggi anche in: http://expositions.bnf.fr/contes/cles/verdier.htm )
Jack Zipes, The Trials and Tribulations of Little Red Riding Hood. New York: Routledge, 1993.

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Autore: Renata Morresi

Lavora come docente a contratto (ha insegnato Letteratura americana presso l'Università di Padova e Lingua e traduzione inglese presso l'Università di Macerata), traduce e fa ricerca, si occupa di critica culturale e poesia. Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste, cartacee e on-line; la sua prima raccolta organica di poesie, uscita per peQuod nel 2010, è Cuore comune (Premio Metauro 2011). Vive a Macerata con suo figlio.

15 pensieri riguardo “Sangue, spilli e ingannatori: le molte vite di Cappuccetto Rosso”

  1. Volevo fare un appunto. Niente d'importante ma mi sono documentata. Cappuccetto Rosso sceglie il sentiero degli aghi. Questo simbolicamente sta a significare che, sapendo usare gli aghi per cucire, è ormai una donna fatta. Ed è questo il messaggio che ella vuol trasmettere dunque al lupo.

  2. complimenti a Renata per questo scritto da leggersi in ogni direzione, a ritroso, in pezzi, a partire dalla bibliografia o addirittura dai commenti – e ricostruire come dopo tanti anni si fa con i racconti di quella volta che il lupo ci ha chiesto… e di quando delle lenzuola bianche, che qualcuno aveva steso, ci hanno salvato
    anche io ne voglio ancora, di storie così

  3. Grazie e onore a te, Rosaria – devo ricordare che ad aprire una strada inestimabile per la riscrittura (dei generi, sia letterari che sessuali) in Italia è stata Rosaria Lo Russo?

    Grazie anche a Cristina Babino (di cui sempre ricordo una raggelante Biancaneve abusata dai sette nani) – so bene del ritardo di cui parli (sapessi quanto lo condivido): non ti preoccupare, siamo tutti ancora qui 🙂

  4. Arrivo tardi ma arrivo (se ce la faccio…) come quasi sempre ultimamente, in questo periodo che dura per me da un po' troppo tempo ormai (come Francesca ben sa). Bellissimo e ispirato questo scritto di Renata, al pari degli altri pubblicati finora. Questo progetto mi pare si stia facendo sempre piu' interessante e denso, merito della qualita' dei contenuti (e degli scrittori!! e della generosa promotrice Francesca). A presto, Cristina

  5. èèèh, Renata sei sempre più brava, sempre più sagace e salace, sempre più letterata nel senso migliore (vivo) del termine. E poi riscrivere l'antropologia alla luce del pensiero femminista è importante; è, almeno per me che forse sono ignorante in materia, una nuova frontiera (forse per Francesca invece è materia quotidiana). Amo molto i lavori e il pensiero di Renata Morresi e Francesca Matteoni. Donne vive e vere, amiche simpaticissime e studiose di prima qualità. Grazie Renata, grazie Francesca. E complimenti per questo studio che dovrebbe continuare così, fiorire e fiorire con questi toni. Si impara divertendosi e spaventandosi. E stupire è dfficie oggi!
    Vostra Rosaria Lo Russo

  6. io colgo l'occasione per fare un saluto a tutti voi e specialmente a stelvio (a cui devo riscrivere da mesi, sono un disastro!) e a natalia e al suo bellissimo bimbo.
    socci lo salutiamo quando avrà studiato a modino.

  7. Ciao cari tutti, grazie della lettura e dei commenti generosi, grazie a Francesca per l'ospitalità e per la riflessione su queste storie che chiamano forte (da dentro lo stomaco, dall'infanzia, dalla storia lontana) – ne vogliamo ancora!

    ps: Luigi, poi un giorno che passi di qui te lo spiego… 😉

  8. ma insomma 'sta fica s'è capito poi cos'era? comunque a parte questi aspetti un po' criptici il pezzo è una fig(c)ata perchè renata c'aggiunge la sfrontatezza intelettual-popolaresca che le le (ri)conosciamo (COME VALORE!!!)
    GRAZIE
    L.

  9. Bravissima Renata! rileggendo il tuo pezzo, riflettevo ancora di più sulla sorte diversa che tocca ai "bambini nel bosco" delle fiabe. Pollicino, Hansel e Gretel, Cappuccetto Rosso, appartengono tutti a questa categoria, ma, in Perrault ovviamente in modo chiaro e spietato, CR è l'unica che si merita ciò che le capita, perchè non è abbandonata come gli altri, no, lei accetta una sfida. Accetta la sfida del lupo, una sfida a cui mamma e nonna (donne scellerate? non credo), in qualche modo acconsentono. E alla sfrontatezza della bambina che osa scegliere di lasciare il sentiero scatta la punizione.

  10. Complimenti! non solo per la ricerca approfondita e lo stile originale, ma anche perché riesci a far sentire in un unico testo tutte le emozioni del vivere. Mi hai fatto provare disgusto, curiosità, coinvolgimento, paura – risata liberatoria (Nonna, cos'è la fica?) – e alla fine solidarietà e commozione. Grazie! Natalia Paci

  11. Competenza e partecipazione al femminile, oltre ad una ironia sottotraccia di tipo sottilmente dissacrante sono le cifre della ruiflessione critica di Renata Morresi, alla quale vanno i miei complimenti per questo scritto. Stelvio Di Spigno

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