Wake up and smell the coffin. Biancaneve e le belle addormentate

di Cristina Babino

L’eroina delle fiabe, o in più generale dei racconti popolari (e successivamente pure dei cartoni animati-feuilleton con cui è cresciuta la mia generazione), molto spesso, è orfana. Suo padre è morto, per causa di guerra o malattia, o è al più una figura trascurata, e trascurabile, mancante di un’identificazione precisa, di una connotazione che lo caratterizzi come personaggio all’interno della trama. O ancora, più raramente, risulta relegato in un altrove indefinito e imprecisato, oltre i confini conosciuti (hic sunt leones…).

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Benjamin Lacombe, Blancheneige

Del padre di Biancaneve non sappiamo altro se non che, morta la Regina (di parto, come quasi sempre muoiono le madri nelle fiabe), «Un anno dopo, il Re riprese moglie ». Dopodiché la figura del padre scompare dalla storia, non si sa se muoia o se sia semplicemente un inetto senza alcun peso o interesse nello svolgimento della vicenda. L’eroina è quindi indifesa, sostanzialmente sola al mondo, proprio in quanto mancante delle figure genitoriali, morte, disperse, latitanti o non pervenute. Il che sarebbe anche abbastanza per condurre una vita miserabile. Ma non basta, e arriva di peggio. Una figura femminile negativa. Una matrigna.

Che manco a dirlo è perfida e gelosa fino alla monomania, invidiosa non tanto delle buone qualità della protagonista, ma in primo luogo e soprattutto della sua bellezza. Che nelle fiabe è il valore primo, il vero valore aggiunto e discriminante: l’avvenenza fisica come motivo di eccellenza, arma di riscatto e affermazione sociale. Bella è la matrigna, e solo per questo il padre la prende in sposa (il fatto che sia diabolica, crudele e palesemente squilibrata non lo influenza affatto nella scelta, come pure accade per il padre fresco vedovo di Cenerentola). Più bella di lei è però Biancaneve (« bianca come la neve, rossa come il sangue, e bruna come l’ebano », «  bella come la luce del giorno, e molto più bella della regina »), e più giovane, come non manca di ricordare ogni giorno, interpellato, lo Specchio magico, una sorta di correlativo oggettivo del subconscio, che svela la verità già conosciuta ma celata sotto la facciata, la superficie (e Jung non a caso si esercitò parecchio su questo aspetto).

Benjamin Lacombe, Blancheneige
Benjamin Lacombe, Blancheneige

Divorata dall’invidia e dalla superbia (meravigliosamente didascalico, a questo proposito, il trono reale in forma di pavone inventato da Walt Disney nel 1937 per quella versione animata della fiaba che resta il suo primo e assoluto capolavoro *), incapace di accettare la perdita del primato di regina di bellezza, la matrigna (per le cui fattezze Disney si ispirò all’austera statua della principessa Uta degli Askani di Ballenstedt conservata nella cattedrale di Naumburg in Germania) ordina al suo fedele cacciatore di uccidere Biancaneve, e di portarle come prova il suo fegato e i suoi polmoni.

Benjamin Lacombe, Blancheneige
Benjamin Lacombe, Blancheneige

Per farne cosa? Non un macabro trofeo, ci dicono i fratelli Grimm nella stesura ufficiale della fiaba, quella del 1819, ma per mangiarli. Ed è questo uno degli aspetti più truculenti della fiaba originale, che nel corso del tempo e delle varie riscritture e interpretazioni sono stati soppressi o modificati, resi più accettabili alla corrente morale comune, anche al fine di farne racconti per bambini (come pure il fatto che nell’originaria versione orale la terribile figura femminile non fosse una matrigna bensi la vera madre di Biancaneve, dettaglio epurato dai Grimm al fine di rendere meno spaventosa la storia). Le viscere diventano quindi nelle versioni successive il cuore, che la Regina tiene custodito in un cofanetto come prova della morte della rivale. Nella stesura ufficiale del 1819 invece, sostituiti con fegato e polmoni di un cinghiale – ché il buon cacciatore, è noto, non ha il coraggio di uccidere un’innocente – gli organi vengono cucinati ben bene, cotti e mangiati dalla Regina. Cannibalismo. Puro e semplice. C’è poco di fiabesco, poco di favoloso, nel cannibalismo. Un autentico tabù, una pratica vecchia quanto l’umanità, eticamente inaccettabile per noi e rivoltante quanto si vuole eppure reale, esercitata a scopo rituale ancora oggi. La Regina divora quelli che crede essere gli organi interni della sua rivale per uno scopo ben preciso, che è poi il fine che sottende simbolicamente ogni atto di cannibalismo rituale : trasferire in sé la virtù del defunto, nel caso di Biancaneve, appunto, la sua bellezza. Risparmiata dal cacciatore, la fanciulla fugge nello fitto buio della grande foresta, sola contro le sue paure (locus orridus, precursore di tutti i boschi orrifici, pure quello manzoniano) e le misteriose presenze che popolano quel luogo sconosciuto e pericoloso (memorabili sono gli alberi animati, ispirati a certe visioni dantesche di Gustave Doré, realizzati ancora da Disney per il suo primo lungometraggio animato). Scampata miracolosamente alle insidie della foresta, Biancaneve arriva a una casetta pulita e accogliente, in cui stremata si rifugia a riposare. E’ la casetta dei Sette Nani, presenze buone e laboriose (seppur nella fiaba prive di nome e di qualsiasi connotazione individuale, dettagli per cui dovremmo attendere le irresistibili caratterizzazioni dei nanetti forniteci dalla versione disneyana) che sembrano vivere in una dimensione fuori dal tempo, sospesa in un eterno loop di vita domestica condivisa e duro lavoro in miniera per estrarre pietre preziose (che pero non si vendono né si incastonano, vengono faticosamente estratte, pare, così juste pour le plaisir…). Sulle prime spaventati dalla presenza dell’intrusa che dorme su uno dei loro lettini, i nani accolgono infine bonariamente Biancaneve. Bonariamente sì, ma non gratis :

Se accetti di tenere in ordine la casa, di cucinare, rifare i letti, lavare, cucire e ricamare, e tenere tutto in ordine e pulito, allora potrai restare qui con noi e noi provvederemo a te.

Il patto è chiaro, e Biancaneve lo accetta di buon grado. E cos’altro avrebbe potuto fare una fanciulla nelle sue condizioni ? Cos’altro se non la domestica in cambio di sostentamento e protezione. Tra tutte, Biancaneve è forse la fiaba più marcatamente « paternalista », androcentrica (già il titolo affianca al nome della protagonista l’intervento dei nani, facendone qualcosa in più di semplici comprimari) in cui in assenza di una figura paterna, di una guida, l’ingenuità e la sprovvedutezza della protagonista causano conseguenze particolamente nefaste. I nani al lavoro, quindi, Biancaneve in casa a sbrigare le faccende (che poco altro, ci pare di indovinare, la bella potrebbe /saprebbe fare). I Sette Nani si scoprono allora nuove figure paterne per la fanciulla inerme e ignara delle cose del mondo, e la mettono in guardia sulle probabili cattive intenzioni della Regina – informata nel frattempo dal suo Specchio che la rivale non è morta – raccomandandole di non aprire la porta a nessuno per nessun motivo. Nella versione del 1819, dopo il fallimento del cacciatore, la Regina tenta infatti per ben tre volte di uccidere Biancaneve di sua mano.

Benjamin Lacombe, Blancheneige
Benjamin Lacombe, Blancheneige

La prima travestendosi da venditrice di nastri e stringendone uno cosi forte intorno alla vita della giovane da lasciarla senza fiato, la seconda con un pettine avvelenato che la Strega-Regina riesce a passare debitamente tra i capelli dell’ingenua ragazza, la terza con la famosa mela avvelenata (e qui l’eco biblica è irresistibile), che la fanciulla prontamente addenta. Nonostante le puntuali, persino severe avvertenze alla cautela dei nanetti, costretti poi ogni volta a rianimare la poverina con qualche stratagemma, Biancaneve cade dunque puntualmente nei tranelli orditi dalla regina, denotando in questo una non troppo spiccata arguzia, anzi una credulità devastante, c’è da dire. Di più. Gli inganni intessuti dalla perfida matrigna riconducono alla sfera della bellezza e della vanità tutta femminile : il nastro per adornare, il pettine per far risplendere la chioma, la mela per far avverare i propri desideri. E la mela pare infine il rimedio giusto per liberarsi della rivale, che cade in un sonno senza più risveglio, tanto che i nani stessi la credono morta per sempre. Non avendo cuore di seppellirla però, tanto è ancora bella la fanciulla pure nella morte, i nani la ripongono in un’urna di cristallo trasparente, per poterla sempre ammirare. Biancaneve si fa allora una sorta di objet trouvé duchampiano, presa e messa così telle quelle nella teca come un oggetto da ammirare. Passa di là un giorno il fatidico principe, commosso da tanta grazia e bellezza, e, assai insistendo, ottiene di poterla portare via con sé. Caricata a spalla la bara dai suoi servitori, a un sussulto il pezzetto di mela avvelenata mangiata da Biancaneve salta fuori di bocca, e la fanciulla miracolosamente si risveglia dall’incantesimo. Il principe, innamorato ovviamente solo in virtù di quella bellezza senza pari, subito sposa la fanciulla (anch’ella innamorata a prima vista, manco a dirlo) e in spregio invita al matrimonio la Regina… che per tremenda vendetta viene costretta a ballare su delle scarpe roventi finché non cade a terra, morta. Particolare, anche questo, modificato nelle varie versioni della fiaba giunte sino a noi : nella narrazione cinematografica di Walt Disney, ad esempio, la regina muore cadendo in un burrone inseguita dai nanetti, mentre Biancaneve viene risvegliata più dolcemente dal bacio d’amore del principe e non da un fortuito e molto poco romantico sussulto della bara. Le figure salvifiche di Biancaneve, non sarà un caso, sono tutte maschili. A differenze di quelle femminili, che nella fiaba si restringono a una riduttiva dicotomia tra bella-buona (Biancaneve) e bella-cattiva (matrigna). Perduto il padre in qualche oscuro modo, infatti, a prendere il suo posto di guida o protettore sono prima il cacciatore (che risparmia Biancaneve e le intima di fuggire via), quindi i sette nani (il cui numero, sicuramente non casuale e dal fortissimo valore simbolico, ricorre nella fiaba, tanto che Biancaneve ha proprio sette anni quando si fa così bella da suscitare per la prima volta la gelosia della matrigna), infine il Principe, il cui intervento quasi messianico addirittura redime Biancaneve dalla morte, garantendole una sorta di resurrezione, il ritorno insperato dall’Ade del sonno. E’ implicito, ma del tutto evidente nel racconto, che la sventurata da sola non ce l’avrebbe mai fatta, che senza l’intervento a vario titolo di questi uomini Biancaneve sarebbe irrimedialmente capitolata di fronte agli inganni della matrigna. Consegnandoci quindi un personaggio memorabile più per la sprovveduta leggerezza del suo essere, per il suo candore infantile e disarmato, che per la sua pur grande avvenenza.

Nel suo rifacimento in versi della fiaba, Anne Sexton pone l’accento, con apparente rassegnazione e distaccato sarcasmo, proprio sulla sprovvedutezza di Biancaneve, sul suo sconfortante disarmo intellettuale, (the dumb bunny, la definisce), non prima però di averla caratterizzata, proprio in apertura del testo, più o meno come un soprammobile, oggetto tra gli oggetti, qualificabile attraverso l’accostamento a una bambola di porcellana:

cheeks as fragile as cigarette paper,
arms and legs made of Limoges,
lips like Vin Du Rhône,
rolling her china-blue doll eyes
open and shut.

Più dei tanti trattati socio-antropologici scritti sulla dimensione femminile nella fiaba, il testo di Anne Sexton mette in luce – in discussione – col suo linguaggio irriverente e contemporaneo, la convenzionalità con cui vengono proposte le figure di donne protagoniste di questi testi che affondano le radici nel folklore e nel racconto popolare. E lo fa senza proporre modelli comportamentali alternativi, senza sparare invettive o avanzare possibili soluzioni. Il distacco con cui viene tratteggiata Biancaneve, l’apparente mancanza di empatia per il personaggio e l’ironia implicita in ogni verso costituiscono già in sé una ferma denuncia, se non una condanna vera e propria.

La Sexton ripercorre infatti più o meno fedelmente la vicenda narrata dai fratelli Grimm, dipingendo una Biancaneve « lovely virgin» – unendo quindi le due qualità principali per una ragazza, docile bellezza e verginità soprattutto – soggiogata (inconsapevolmente) alla matrigna e incapace di opporre resistenza alcuna ai suoi sordidi inganni nonostante le raccomandazioni profuse dai nanetti. Arriva come sempre il principe salvatore, che redime Biancaneve dalla morte fisica ma anche da quella sociale, garantendole un ottimo matrimonio (quindi una posizione sicura e confortevole). E riportandola però, fatalmente, alla medesima condizione in cui si trovava all’inizio (ristabilendo l’equilibrio iniziale, per dirla con Propp):

Meanwhile Snow White held court,
rolling her china-blue doll eyes open and shut
and sometimes referring to her mirror
as women do.

Di più. Biancaneve, garantita materialmente e socialmente dal contratto matrimonio, sembra trasformarsi in chiusura in un clone, meno crudele ma non meno agghiacciante, dell’odiosa matrigna, non riuscendo neanch’ella ad evitare di rivolgersi allo specchio, ripetendo così suo malgrado un copione che pare già scritto, predeterminato dal ruolo femminile (as women do) che l’impianto e le convenzioni sociali hanno stabilito nel corso dei millenni. Come a dire, nonostante peripezie e avventure, mirabolanti twists of faith, la donna è destinata, e relegata, al suo ruolo domestico, alla vanità come modus vivendi imposto non tanto dalla volontà femminile (ma allora anche la matrigna è una vittima ?), ma dalla struttura stessa della società, dalla sua impronta culturale inesorabilmente maschio-centrica, che inquadra e prevede la donna costretta nella cornice del suo focolare. O, se le va bene, del suo specchio.

* Il ricorso all’elemento del pavone come simbolo di vanità viene ripreso e riproposto con sorprendente ed originale eleganza dal giovane e talentuoso illustratore Benjamin Lacombe (Parigi, 1982) per una delle sue splendide illustrazioni della favola Blanche Neige (Milan Jeunesse, Toulouse, 2010) qui riprodotte (in Italia edita da Rizzoli).

Bibliografia

I brani citati sono tratti dal testo Snow White and the Seven Dwarfs, contenuto in Anne Sexton, Transformations, Boston, Houghton Mifflin, 1971, reperibile online anche qui.
Opie. P & I. The Classic Fairy Tales, Granada, Oxford, 1980.
Vladimir Propp, Gian Luigi Bravo (a cura di), Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino, [1928], 2000.
Stephen Flynn, Analysis of Snow White And The Seven Dwarves, 2005, reperibile online su cgjungpage.org, qui.
Stefano Poggi, La vera storia della regina di Biancaneve, dalla selva turingia a Hollywood, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.
Matilde Martin Gonzalez, Fairy tales revisited and transformed: Anne Sexton’s critique of social(ized) femininity, Revista española de estudios norteamericanos, No. 17–18, 1999, pp. 9–22, reperibile online anche qui.

Immagine di copertina: Benjamin Lacombe, Blancheneige

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Autore: Cristina Babino

Cristina Babino è nata ad Ancona nel 1976. Tra le sue pubblicazioni: il poemetto bilingue italiano/inglese "Ophelia" (Carteggi Letterari, 2017), la cura e traduzione del volume "Pastorali", del poeta americano John Taggart (Vydia, 2013, premio Achille Marazza 2014 per la traduzione poetica sezione giovani), la raccolta di scritti letterari "Letture" (Ed. Arcipelago itaca, 2016, Premio Nazionale "Arcipelago itaca" 2015), la monografia critica "La Ferita. Opere di Walter Angelici 1994 - 2009" (La Via Lattea, 2010). Ha curato inoltre i volumi collettanei “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche” (Vydia, 2014), "S'agli occhi credi. Le Marche dell'arte nello sguardo dei poeti" (Vydia, 2015) e, in collaborazione con Francesca Matteoni, "Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi" (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016). Ha collaborato con testi critici e recensioni a riviste letterarie quali "Poesia", "Le voci della luna", "Stilos". Suoi testi sono inclusi, tra l’altro, nelle collettanee "Nodo Sottile 5" (Le Lettere, 2007), "Registro di Poesia #4" (D’If, 2011), "Poetry of the World/6" (Università di Coimbra, Portogallo, 2010), nelle riviste "Aesthetica" (UK), "Trivio", "Nostro Lunedì" e in numerose altre antologie e periodici letterari italiani e stranieri. Nel 2007 ha rappresentato l’Italia al VI International Meeting of Poets organizzato dall'Università di Coimbra, Portogallo, ateneo dove è stata ospitata nel 2008 in qualità di European Poet in Residence. E' responsabile editoriale della collana di poesia "Licenze" di Vydia Editore.

7 pensieri riguardo “Wake up and smell the coffin. Biancaneve e le belle addormentate”

  1. che sarai sconosciuta, che sarai mediamente conosciuta, che sarai una scrittrice di nicchia o che venderai come quella di harry potter di cui non mi ricordo il nome, per me non cambia nulla..sei e rimarrai una delle mie scrittrici preferite, in assoluto.. un bacio a fortunadrago ..

    andrea da castel sant'elia (pittore del 400, allievo del Verrocchio)

  2. "una sorta di objet trouvé duchampiano": geniale

    rivendico per Biancaneve almeno la capacità di arrangiarsi! e le perdono (dopo molti anni, lo ammetto) i suoi vizietti di ragazzina vanitosa 🙂 è che certe eroine contemporanee, sempre sagge, secchione, perfettine, puritane ormai mi danno un po' sui nervi…

    grazie e un saluto caro,
    r

  3. Bella davvero quest'analisi, di cui mi colpisce, tra le varie, la chiusa sconfortante e che ahimé condivido appieno: nelle favole non c'è rimedio all'essere donna, all'adattamento ad un ruolo precostituito (speriamo che nella realtà vada meglio).
    Io amo molto anche la versione di Puskin, dove non sono sette nani a prendersi cura di Biancaneve, ma sette giovani e affascinanti cacciatori che la adottano come sorella minore, salvo nutrire uno spirito molto poco fraterno e molto più predatorio nei suoi confronti. Lì però Biancaneve tiene duro per fedeltà al fidanzato principe (anch'egli assente nella favola dei Grimm).
    Complimenti ancora!
    Francesca

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