La neve e la zia tipologica

di Licia Ambu

Ho in mano una mezza palla di vetro, di quelle a cui intorno a una casa, una città, un albero si mettono in moto mille coriandoli di neve con un solo movimento della mano. Dentro la mezza palla c’è una città in miniatura.

Un Natale nella palla di vetro, Dacia Maraini

Ci sono oggetti magici che scatenano mondi. Oggetti magici ben precisi intendo, capaci di evocare storie di vita che si potevano anche credere scomparse, o ricoperte da cose nuove: ricordi belli appena confezionati, biscotti, o numeri di telefono nuovi. La palla di vetro per me è un oggetto magico, per il fatto che fa cadere la neve su ogni cosa, naturalmente; da sempre, dall’infanzia, quando la neve cade è magia. Avevo una zia che collezionava palle di vetro con la neve dentro, non mezze ma intere nel suo caso, immagino sia lo stesso (come immagino si tratti di una tipologia di zia piuttosto diffusa). Dentro c’erano città, monumenti, oppure bambini o animali, slitte, angeli o fiori. L’unica regola era che dopo avergli fatto fare la capriola, su tutto cadeva la neve. Una fiaba in carne e ossa. Muta ma ben detta. E benedetta. Ecco, la neve e le fiabe per me sono esattamente questo: magie precise.

Mai vista tanta neve. Stamattina ci siamo svegliati e, aprendo la finestra, siamo stati accecati da tanto bianco, la neve era caduta durante tutta la notte e aveva coperto ogni cosa.

Mai vista tanta neve! Anche a guardare bene tutta questa neve, non si riesce più a vedere, a distinguere la cuccia del cane, i cespugli di bosso, la panchina di pietra, il contorno delle aiuole, il sentiero che conduce verso il bosco. Anche aprendo bene gli occhi non si riesce a vedere niente.

In mezzo a tutta questa neve si vedono solo gli occhi di Cappuccetto Bianco.

Cappuccetto Bianco, ad esempio, è neve pura. Nient’altro che del bianco a cui badare, si potrebbe dire parafrasando Rimbaud. Certo, ogni caso è a sé, ognuno si orienta con la neve a modo suo (in caso di bisogno qui trovate una guida per riconoscere i fiocchi di neve), non tutti gli orchi sono uguali, impossibile confondere una fata con l’altra, qualche volta ci scappano bambine che non sanno più chi sono da mattina a sera persino, figurarsi la neve. Che poi, la neve è muta? Voglio dire, a parte l’acustica tipica della palla di neve capovolta, la neve cosa fa? Muta di certo le cose, una (forse) muta mutazione nel senso di metamorfosi. La fiaba è una prospettiva, anche una parafrasi se si vuole. O una poesia delle molte parafrasi in circolazione. Parla d’amore, di buone maniere, di malinconia, di valori, di fate, di giganti, eccetera. Per restare in clima invernale, il 2 marzo del 1861 uscì Sneemanden, la fiaba di Andersen che racconta di un pupazzo (uomo, per la verità, nel titolo originale) di neve innamorato di una stufa. C’era un fondamento a questo sentimento, e la fiaba è malinconica a dire il vero, ma mi piace pensare al pupazzo di neve come una delle possibili incarnazioni di un amico immaginario in via generale. Un amico immaginario stagionale, come le zie che vedi solo a natale per le palle di neve, ma simpatico come gli amici migliori. Quello di Andersen ha avuto persino il tempo di innamorarsi, e nella mia testa abita circondato da quel tipo di neve che fa sentire molto freddo, quando cala la luce e i fiocchi volano in linea orizzontale, veloci e fitti: una neve che cambia tono. Sono diverse anche le ombre, tutti, noi e loro, i personaggi, siamo più vestiti e i suoni devono attraversare più fibre, perciò devono essere sferzanti o elegantissimi. Di sicuro esistono anche pupazzi felici, sia chiaro, abitano in palle di neve magiche, forse nella soffitta di una “zia tipologica”, in attesa di una rispolverata. Perché in effetti, a un certo punto, anche la neve ha bisogno di riposarsi dopo un inverno di racconti e immaginazioni. Poi torna, questione di mesi o bisogni, dato che le stagioni le fa il calendario ma pure il tempo. Le magie precise, che meraviglia.

Mi chiedo se la neve ama gli alberi e campi, che li bacia così dolcemente. E li copre come con una morbida trapunta bianca; e forse dice “Andate a dormire, cari, finché non arriva l’estate di nuovo”.

Lewis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie

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