“Neve, neve, neve, i fringuelli.” La cosa giusta di Michele Cocchi

di Michele Cocchi

Un estratto del romanzo di Michele Cocchi La cosa giusta, edito Effigi e uscito a marzo, ambientato tra boschi e luoghi selvaggi in una storia di fughe e di riconciliazioni. Entriamo nel racconto del salvataggio di un fringuello caduto dal nido, di cui due personaggi vogliono prendersi cura.

Quando bussò alla stanza di Lucia la trovò distesa sul letto a leggere. Indossava calzettoni gialli di spugna, i pantaloni sdruciti di un pigiama e teneva le mani dentro le lunghe maniche di un maglione.
– Cosa leggi? – Domandò Gabriele.
Lucia abbassò il libro sul materasso. Aveva il volto pallido. – Niente di importante. Cosa vuoi?
– Ti ho portato una cosa.
Lei si girò su un fianco e si puntellò su un gomito, fece riemergere una mano e infilò un dito tra le pagine del libro.
Lui appoggiò la scatolina di cartone sulla scrivania, vicino alla statuetta di un gufo.
– Che cos’è?
– Vieni a vedere.
Lucia si sollevò dal letto e il maglione scivolò molle come un sacco vuoto sul suo corpo magro. – Oddio, che cos’è? – Domandò.
– Un fringuello.
– È piccolissimo.
– È caduto dal nido nel boschetto di alloro. – L’uccello frullò le piume sul dorso e accennò un passo incerto.
– Ha fame, ed è debole, – disse Gabriele.
– E io cosa dovrei farci? – Domandò lei.
– Prendertene cura.
– Che cosa?
– Hai detto che ti piacciono.
– Sì, ma che c’entra? Mi piace vederli volare tra gli alberi.
– È la stessa cosa.
– No che non lo è, – disse lei mentre non smetteva di fissare l’uccellino.
– Non lo vuoi?
La ragazza si abbassò sulla scatola e avvicinò un dito al fringuello.
– Non ho detto questo, ma è piccolissimo. Come fa a mangiare?
L’uccellino zampettò e nascose di nuovo la testa tra le ali spoglie.
Gabriele tirò fuori dalla tasca un pacchetto di carta di giornale, lo posò sulla scrivania e lo aprì. Dentro c’era una polvere sottile. – Ho tritato dei semi. Dobbiamo impastarli con l’acqua e poi dobbiamo trovare un contagocce.
La ragazza allungò di nuovo una mano verso il fringuello e lo toccò sul dorso. – È minuscolo, – disse. – Sei sicuro che non morirà?
– Se lo tieni al caldo e gli dai da mangiare forse non morirà. Ma abbiamo bisogno di un contagocce.
La ragazza tornò verso il letto e aprì uno dei cassetti del comò. Rovistò tirando fuori diverse scatoline di medicinali. Ne aprì un paio senza successo e finalmente, in una terza, trovò una pipetta graduata.
Gabriele uscì e tornò con una tazza, un bicchiere d’acqua e un cucchiaino. Si sedette alla scrivania, mentre Lucia non smetteva di fissare il fringuello. Si era rifugiato in un angolo della scatola, ritirando la testa e arruffando le piume sul dorso.
Gabriele mescolò la polvere con l’acqua facendone una poltiglia liquida e l’aspirò col contagocce. – Vediamo se funziona, – disse.
Prese il fringuello e quando quello gli fu nella mano frullò le piume e mandò due versi acuti. Gabriele gli appoggiò la punta della pipetta all’angolo giallo uovo del becco e premette sul gommino facendo uscire poche gocce della pappa. Ma l’uccellino piegò la testa di lato e serrò gli occhi.
– Non mangia, – disse Lucia.
Gabriele provò ancora e il fringuello scrollò con violenza la testa facendo schizzare la pappa, poi tornò ad appallottolarsi.
– Devi mangiare, – disse Gabriele. Mise via la pipetta e risistemò l’uccellino sul letto di foglie. – Facciamo diversamente. Tienilo tu, – disse a Lucia.
– Sicuro?
– Tienilo così. – Le prese la mano e la guidò. – Tienigli ferma la testa, in questo modo, tra due dita.
Col pollice e l’indice della mano, Gabriele gli afferrò la peluria sotto il becco e la tirò verso il basso.
– Stai attento, – disse lei.
Il becco si spalancò mostrando la parete rosata e la minuscola lingua giallastra. Gabriele infilò velocemente la pipetta e premette il gommino di plastica. L’uccellino deglutì e poi si contorse, scrollando la testa.
– Bravo piccolino, – sussurrò Lucia.
– Fai in modo che le zampe trovino una base sulle tue dita.
In questo modo si sente più sicuro.
La seconda volta fu sufficiente che Gabriele avvicinasse la pipetta all’angolo del becco perché quello si spalancasse e lui potesse spruzzarci dentro la pappa. Sorrisero entrambi. Era la prima volta che Gabriele la vedeva sorridere.
– Impara presto, – disse lei.
– Dovresti dargliene poco, ma spesso. Anche una volta ogni venti minuti. Le prime volte tienilo nella mano. Poi sarà sufficiente che stia nella scatola. Cambiagli le foglie e l’erba e coprilo con un panno.
Lucia guardava il fringuello appisolato in un angolo della scatolina. – Sembra molto solo, – disse.
– Lo è.
– Morirà?
– Spero di no.
La ragazza chiuse il coperchio della scatola. – Più tardi tornerai?
– Vuoi che torni?
– Sì.
– Allora torno.

Michele Cocchi, La cosa giusta, Effigi 2017

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