Nonsolofiabe: Il cane e l’osso. [Il cane e la sua ombra]

di Gianfranco Franchi

A Brocca

Con Il cane e l’osso si dà il via ad una serie di variazioni sul tema e scritti che vivono nei dintorni delle fiabe (in questo caso siamo dentro la favola). Saranno pubblicati il lunedì, a cadenza irregolare. Buona lettura! La mia storia forse la conosci già. Forse no. Poco importa. È la mia storia, e io te la devo raccontare. Stavolta tocca a me. Non è il caso di ringhiare. Sono nata in un prato, nel mese di novembre. Sono nata in un prato, e mia madre s’è stesa per darmi da mangiare. Eravamo io e tre fratelli. Lì per lì non ci vedevo bene, certo. Ma adesso so che stavo sull’erba. E so che quello era un bellissimo prato. Avevo freddo, ma non stavo male. Qualcuno aveva lasciato una coperta calda. Mamma, io e i miei fratelli abbiamo dormito là. Le prime notti.

Sono cresciuta in campagna. Mi piaceva, ogni mattina, giocare con i miei fratelli a un sacco di giochi diversi. Giocavamo a prenderci a mozzichi la coda. Giocavamo a fiuta l’estraneo. Giocavamo a chi arriva per primo a quell’albero. Giocavamo a correre in cerchio. La mamma ci aveva insegnato cosa mangiare e cosa no. La mamma ci aveva insegnato cosa fiutare e cosa no. La mamma ci aveva insegnato a cosa abbaiare e a cosa no. A me piaceva una cosa, più di tutte. Fare finta che non avevo capito. E fare un po’ di testa mia, pure per capire che senso avevano tanti ordini. Tutte quelle regole mi sembravano troppe.

Sono cresciuta in campagna, e col passare del tempo mi sono accorta che mi piaceva bighellonare. Andarmene un po’ in giro per i fatti miei. Le prime volte restavo più o meno nei paraggi. Vale a dire, che mi voltavo, ogni tanto, per sincerarmi che uno dei miei fratelli mi stesse guardando, o magari la mamma – papà era uno molto scontroso e molto chiuso, stava sempre col padrone: non mi ricordo di averci parlato tanto – e se non vedevo più nessuno, beh, tornavo indietro. Ma poi, ho provato ad andare avanti sin quando non sentivo più rumori, provenienti dalla casa e dal prato. E poi, sin quando non sentivo più l’odore di mamma, o dei miei fratelli. Quello di mio padre era normale non sentirlo. Non c’era mai.

E così, è venuto un giorno in cui mi sono sentita grande, e ho desiderato diventare qualcosa di diverso dal cane del prato, dal cane della villa. Non importava dove. Importava cosa sentivo, cosa pensavo di me. Sapevo cacciare. Sapevo badare a me stessa. Crescere con tre fratelli è come conoscere tutti i maschi di qualsiasi branco. Impari a tenerli a distanza. Impari a prenderli in giro. Impari a mordere quando è il momento. È una cosa sana.

Me ne andai nel bosco, perché volevo capire la mia essenza. Perchè volevo starmene da sola. Perchè volevo conoscere altri cani. Perchè volevo essere orgogliosa e libera. Me ne andai nel bosco, perché volevo scegliermi una nuova casa. E nel bosco conobbi la paura, e conobbi la rabbia. E nel bosco conobbi la gioia, e conobbi la tenerezza. E nel bosco conobbi la speranza, e conobbi la cattiveria. E infine, quando mi sentii pronta, e rinnovata, andai al di là del bosco, e m’avvicinai, con la coda tutta arricciata, al borgo.

Il borgo sembrava così grande, dal bosco. Con quelle mura alte e spesse, e tutte quelle torri. Forse era solo la mia fantasia. Da vicino sembrava tutto più a portata di cane. In quei giorni c’era stata festa, uomini e donne avevano scambiato oggetti, e per terra c’erano un sacco di cose da fiutare. Non credevo ai miei occhi quando spuntò fuori quell’osso, nel mezzo di un sacco di cose buttate da una parte. Era stupendo. Enorme. Profumato. Era pieno di tanti odori diversi. Era tutto solo, era abbandonato. Euforica, acchiappai quell’osso gigantesco e me ne andai a spasso, ringhiando felice a chiunque. Quello era il mio premio. I miei fratelli erano rimasti a casa, in villa, e allora niente premio. Io ero andata nel bosco, e nel borgo, e questa era la ricompensa. Un osso. Che osso. M’acquattai e morsicai per un tempo beato che sembrava interminabile. E poi mi addormentai. Con le zampe sull’osso. E poi mi risvegliai, e scodinzolai parecchio prima di stiracchiarmi. Ammazza che osso che avevo trovato.

Me ne andai per il borgo, parecchie persone sorridevano e mi accarezzavano, perché erano orgogliose di me e del mio osso. E tanti cani mi guardavano con l’aria di chi era semplicemente ammirato, magari un poco invidioso. Nessuno era più felice di me. Me ne andai per il borgo, e a un certo punto sentii il rumore dell’acqua. Ci doveva essere un fiume. Puntai il fiume, stringendo forte l’osso tra i denti. Il mio osso. Avrei, magari, nuotato nel fiume.

Trovai il fiume, e trovai un ponte. Passai sul ponte. Tutto era fantastico. Mi piaceva il borgo. Mi piaceva il fiume. Camminavo su un ponte. Avevo il mio osso. E che osso. Ringhiavo. Ma proprio in quel momento, guardai dentro il fiume. E nel fiume vidi qualcosa che non avevo mai visto. Un osso grande due volte almeno quanto il mio. Un osso che avrei sgranocchiato per chissà quanto tempo. Quell’osso stava in bocca a un cane tutto sporco e tanto magro che mi fissava. Senza ringhiare. Senza scodinzolare. Abbassai le orecchie. Dilatai gli occhi. Cominciai a ringhiare. Niente. Tirai su la coda. Niente. Ringhiai più forte. Niente. Volevo il suo osso. Quell’osso era il mio. Quello adesso era il mio territorio. Il mio osso non era più abbastanza. Quello era un osso. Quello.
Che rabbia. Che voglia. Che fame. E niente, mollai il mio osso, cominciai ad abbaiare. E mentre il mio osso cadeva in acqua, perduto per sempre, sorpresa: l’altro cane, povero e sporco e magro e sconsolato, mi guardava dal fiume, con l’aria sbigottita. Neanche lui aveva più l’osso. Doveva poteva essere finito? In acqua, sicuro.

Non so cosa è successo, quel giorno, sul ponte. So che prima avevo un osso, e che adesso non avevo più niente. Forse sarebbe bastato accontentarsi del mio osso. E ammazza che osso che era. Forse sarebbe bastato non volere più di quel che già avevo. Questo non so dirlo. Sapevo solo che adesso stavo nel borgo. E che avevo fame. E che tutto a un tratto non mi divertivo più a sentirmi tanto sola. Avrei ringhiato alla luna, per un po’. E questo è quanto.

Variazione sul tema de “Il cane e l’osso”, favola di Esopo, circa VI secolo avanti Cristo.

Illustrazione di Fiamma Franchi.

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Autore: Gianfranco Franchi

(Trieste, 1978) Narratore e critico letterario, fondatore di Lankelot, ha collaborato con diverse case editrici comelettore e scout. Ultime pubblicazioni: i saggi "L'arte del Piano B" [Piano B, 2011] e "Radiohead. A Kid" [Arcana, 2009] e la raccolta di racconti "Monteverde" [Castelvecchi, 2009].

6 pensieri riguardo “Nonsolofiabe: Il cane e l’osso. [Il cane e la sua ombra]”

  1. ciao rose! grazie per il commento – pardon ma soltanto oggi sono riuscito ad accorgermene. L'antica favola è veramente ridotta all'osso – non mi ricordavo fosse così breve. Sono soltanto pochi versi. Ma riesce a restare impressa con immediatezza unica. Io ho inventato e alterato ed empatizzato e provato a scrivere ragionando come un cane. Felice che il gioco ti sia piaciuto. Scrivere così è stato molto piacevole, questo posso assicurartelo.

  2. Piacevolissimo racconto, complimenti. Occorre amare un animale, per riuscire a mettersi nei suoi panni e farlo parlare. Lo stile, le ripetizioni concorrono a far 'suonare' il racconto molto verosimile. Hai saputo arricchire l'antica favola. 🙂

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