Nonsolofiabe: La leggenda di Eco e Narciso

di Chiara Catapano

Quand’ero piccola e i miei genitori mi portavano in montagna, come tutti i bambini rimanevo affascinata dall’eco prodotta in certi particolari paesaggi. Quando, anni dopo , la mia passione mi portò a leggere le storie e i miti greci, riaffiorò alla memoria quella vecchia malia dolomitica, e mi sorpresi a legare attraverso un antico racconto due momenti interiori così evocativi e malinconici.Il grazioso fiore giallo che noi tutti conosciamo come ‘Narciso’, deve il suo nome ad un fanciullo vissuto -così ci racconta il mito- nell’antica terra di Grecia. Questo giovane possedeva una dote tanto straordinaria quanto effimera: la bellezza.

E fu il soffio crudo del Meltemi
Il soffio coricato lungo i crinali impazziti
che si fermò ai piedi di Narciso,
e Narciso lo colse e lo racchiuse nella mano,
fremendo fresco gli solleticò il palmo
e la bellezza la trascinò di terra in terra –
e a tutto l’arcipelago e più lontano
consegnò l’immagine del suo bel viso
così il popolo di Grecia conobbe
il nome di Narciso

La madre di Narciso, la ninfa Liriope (o Selene, secondo una variante) che paventava lo svanire di questa eccezionale qualità negli anni a venire, preoccupata –come tutte le mitologiche madri –per la sorte del figlio, si recò da Tiresia, indovino d’Apollo, (da Tiresia il cieco, perché la cecità esteriore coincideva precisamente nell’antica Grecia la visione interiore, come insegna Edipo il quale, scoperta tutta la raccapricciante verità dei suoi gesti, si acceca!) che dopo aver consultato l’oracolo così apostrofò la ninfa:

“Il giovane Narciso vivrà felice e molto a lungo, la sua bellezza non si offuscherà. Mai però dovrà vedere la propria immagine”

Ecco dunque!  a complicare le cose,  sempre il divino “ma” che prelude alla catastrofe.

In Grecia è usanza antica, entrando nella stanza del bambino
criticarne molto e a lungo il bell’aspetto, le fattezza tenere e immature
– si crede infatti che l’Olimpo non tolleri mortale o semidio
che il più bello tra tutti sia creato, e che per questo è buona usanza criticarlo
(che non sia un dì sacrificato) –

Narciso crebbe, avendo come sua occupazione preferita vagare nei boschi (rigorosamente da solo) o cavalcare il suo amato cavallo, oppure andare a caccia di animali selvatici. Così trascorsero le stagioni, così passarono gli anni, senza che nulla turbasse la vita del giovane. Era nel fiore degli anni (che strana combinazione linguistica, questa) quando, avventuratosi nel bosco, si intrattenne ad ascoltare una voce incantevole che riverberava tra le gole e le montagne: si trattava della ninfa Eco. Lei abitava in quei luoghi e lì vagava cantando, ma quel giorno trovatasi faccia a faccia col bel rampollo divino, se ne innamorò perdutamente.

A nulla valsero le invocazioni della ninfa, a nulla i pianti: Narciso ero troppo preso dalle sue occupazioni, troppo poco lo interessavano le attenzioni femminili, e mai s’accostò a Eco, che nel frattempo si consumava rincorrendo questo amore. La ninfa passò mesi e mesi a nascondersi nei luoghi dove Narciso era solito cacciare, seguendolo in ogni dove, tanto che la sua salute venne meno: il sangue le si sciolse nelle vene divenendo di materia così sottile da evaporare fuori dal corpo; poi trascolorò, imitando il candore di una colomba. Tanto la passione la consumava che in poco tempo il corpo le si assottigliò e persino l’ombra finì per abbandonarla.

Pan scioglieva la sua corsa col flauto – tentava di riconciliare
il cuore d’Eco, che giovane sì  e così bella si consegnava alla sventura –
Ma la musica del fauno, sulle cui modulazioni Eco era solita danzare
non raggiunse il cuore sciagurato ch’era deciso a non smetter più d’amare

Decise quindi di ritirarsi dentro una profonda caverna, e da quel momento dalla grotta si udirono provenire lamenti e invocazioni rivolte a Narciso, perché la salvasse ricambiando il suo amore.

Ma Narciso non venne mai da lei. Sentiva i lamenti, avvertiva lo strazio della fanciulla, ma troppo era preso da se stesso per preoccuparsene.

Passarono le stagioni, e della povera Eco rimasero soltanto bianche ossa e la voce, che, non riuscendo più per debolezza a chiamare in soccorso i passanti, rispondeva alla loro ripetendone soltanto l’ultima sillaba del nome.

Balbettava infine la sua ombra, poi neppure quella:
ebbe cura di raggiungere la foce soltanto la sua voce.
Ogni frammento ch’Eco componeva
si dissolse a margine di qualche dolce sera

Narciso non si curò affatto della misera fine della ninfa, e questa crudeltà non passò inosservata tra gerarchie alte dell’Olimpo. C’era pur sempre un “ma”, anticipato molti anni prima da Tiresia, e gli dei eterni hanno buona memoria per le loro profezie.

Capitò così che Narciso un bel giorno d’estate si accostasse ad una fonte per dissetarsi ed ecco! vide nello specchio d’acqua l’immagine di una giovane bellissimo, e se ne innamorò (come Eco) perdutamente. Non riusciva a staccarsi da quel giovane che lo guardava e che – come lui – cercava d’agguantarlo allungando la mano. Ma sempre il contatto sfuggiva loro, lasciandoli preda di una prostrazione indicibile.

Sostava Narciso ormai da giorni accanto alla fonte (mai avrebbe abbandonato quel volto radioso!), quando, svegliatosi, non resistette più al richiamo di quel folle amore: si sporse per abbracciare l’immagine, e l’immagine si getto tra le sue braccia. Finì sul fondo, annegato.

Ma gli dei, che fanno e disfano i destini di tutto ciò che si muove sotto e sopra le stelle, inteneriti dal pianto della madre Liriope, acconsentirono a che il giovane vivesse in eterno, trasformandolo in un profumatissimo, meraviglioso fiore giallo.

Ahi Narciso, anima cucita sulla pelle
che il Meltemi imbizzarrì
e ch’Eco morse, ogni cosa si disperde
quanto più è chiusa – e se si trova
anche si perde.

Immagine di copertina: John William Waterhouse, Eco e Narciso

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Autore: Chiara Catapano

Chiara Catapano dirige la rivista on line Olandese Volante assieme a Claudio Di Scalzo. Poetessa, alcuni suoi articoli sono apparsi su riviste di settore in Italia e all’estero. Tra gli altri, collabora con: Fierascena, compagnia teatrale e laboratorio per il teatro sociale; i musicisti Gaetano e Canio Speranza, e il fisarmonicista Rocco Nigro su alcuni progetti di teatro musicale. Si occupa da diversi anni dello scrittore ligure Giovanni Boine, del quale a breve uscirà a sua cura per la Fondazione del Museo della Storia di Trento la riedizione dei Discorsi militari, in collaborazione con il dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova, e dello stesso Di Scalzo. A Giovanni Boine è dedicata la sua raccolta poetica (La graziosa vita, Thauma, 2013).

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