Nonsolofiabe: Le fiabe irlandesi di James Stephens

di Giovanni De Feo

Il primo ricordo che ho delle fiabe irlandesi di James Stephens è legato alla mia vecchia casa di campagna: un odore ottobrino di foglie accartocciate, di argilla umida, di castagne bollite nell’alloro.

StephensFolkTalesHo con me ancora il vecchio libro che leggevo in quel patio, con il frontespizio originale all’interno; un vecchio incappucciato da una parte, una ragazza incoronata dall’altra, insieme formano un’apertura, un portale intrecciato di rami. Sicchè, a tredici anni, capii subito che quel libro era una porta. Non solo era un passaggio in un altro tempo e in un altro luogo; era l’ingresso in un modo di sentire sè stessi e il mondo diverso da qualsiasi altro avessi mai fatto esperienza.La prima storia narrava della conversione che l’abate Finnian opera nei confronti del pagano Tuan MacCarill, signore dell’Ulster. All’inizio il racconto sembra ruotare intorno a Finnian; ma a un certo punto della storia Tuan comincia a raccontarsi. Il re pagano ha due genealogie: una dai signori dell’Uster; e un’altra –scopriamo– remota.“Nei tempi remoti ero conosciuto come Tuan mac Starn Mac Sera, fratello di Partholon, venuto in Irlanda dopo il Diluvio”.

E così il racconto sterza bruscamente, e noi ci ritroviamo a osservare la storia dell’Irlanda nel trascorrere di venti secoli. Unico sopravissuto al morbo che stermina la sua gente Tuan conosce una solitudine inimmaginabile; e quando infine sull’isola arrivano altri uomini, scopre di essere davvero una bestia: e diventa cervo. Così di mutazione in mutazione –prima cervo, poi cinghiale, poi falco, infine salmone– Tuan guarda il tempo spianare le città, e genti leggendarie invadere l’isola e scontrarsi in battaglia: i figli di Mì, i Fir Bolg, i Tuatha Dè Danann, gli Andè.

Sempre Tuan sopravvive, sempre scappa dall’Ulster per poi ritornarvi, vittima di una Sensucht che lo riporta lì dove sbarcò con il fratello di Noè. Fino all’ultima trasformazione, quella in Salmone (il Salmone della Conoscenza di Fionn?). Sotto forma di pesce viene catturato, e divorato dalla moglie di Carrill. E come figlio di Carill rinasce, uomo moderno eppure antichissimo, erede di tutte le genti invasori dell’irlanda, di tutte le loro storie, di tutte le loro religioni.

Le storie di Stephens sono così: parlano dell’Irlanda e dei suoi miti, ma con una universalità così cristallina da attraversare tutte le tradizioni, tutti i tempi, tutti i luoghi. Perché noi siamo davvero come Tuan, siamo moderni e nel contempo antichi; e nel nostro sangue scorrono tutte le solitudini che hanno mai attraversato il mondo.

Torniano a Stephens. E a Fionn, che è il personaggio intorno al quale ruotano quasi tutte le storie della raccolta. Fionn è l’eroe per antonomasia: bello, allegro, comandante della Fianna, gran poeta, mago sapiente, guerriero sublime. Eppure leggendo le Irish Folk Talesnon c’è un Fionn uguale all’altro: bambino bizzoso, adolescente spavaldo, vecchio testardo, uomo maledetto da un cupo destino d’amore. Sono tutti Fionn ovviamente, ma così diversi da stupirci sempre; in ogni storia troviamo una sfumatura che non sospettavamo.

Intendiamoci, le storie di Stehens sono secche, terse e nitide quando comanda l’azione, elegiache e di rara intensità quando si descrive un stato d’animo. Sono tutte folk tales ma appartengono a loro volta a sottogeneri diversi. C’è il romanzo di formazione (La fanciullezza di Fionn); il racconto tragico-erotico (La madre di Oisin); la commedia rabeliesiana (Lo zotico dalla pandrana stinta); il racconto epico-avventuroso (Becuma dalla bianca pelle).

Eppure qualcosa le unisce. E non è solo il tono, non i ‘fatti’ di queste vite leggendarie, ma un modo di essere nel mondo, che poi è il modo con cui Stephens fa sentire la sua presenza di autore.

Nell’edizione della BUR che leggevo a tredici anni c’era una mini-introduzione per ogni racconto. Leggendole scoprii che quelle storie non erano originali. Si trattava di manoscritti medievali ‘tradotti’ da un autore moderno. Ricordo bene la delusione; e la curiosità. Va bene questo Stephens non ha inventato niente, pensavo, non ha che copiato e tradotto. Ma poi mi colpì una frase: “Nel suo rifacimento l’interesse del racconto è spostato…”.

Quindi non era solo una traduzione. Era un ‘rifacimento’. Insomma, Stephens ci aveva messo del suo. Pare una cosa ovvia oggi, ma all’epoca fu una rivelazione. Che delle storie non si è mai degli autori totali, si è sempre dei ‘rifacitori’. E che invenzione questo vuol dire: saper trovare il nuovo in quello che già c’è.

Nulla sapevo dello Stephens teosofico, della golden dawn o della sua vicinanza a Joyce. Però sentivo, come sento ancora oggi, la sua presenza. Potrei parlare di temi (la trasformazione, per dirne uno), di un certo gusto per il racconto puro, ma sento che farei un torto al me stesso tredicenne che leggeva con felice gusto anti-scolastico. Forse l’essenza delle Irish Folk Tales sta semplicemente in questo: parlano tutte di avventura. Avventura in senso esistenziale, un modo di porsi nel mondo. Tutto è stupore, tutto è incanto se si ha il coraggio di lasciare che il mondo ti venga incontro.

Ad-venio, ad-venire, venire incontro: avventura. Questo è lo spirito di Fionn, e di tutti i personaggi (Tuan, Morgan) che sono in qualche modo una sua incarnazione. Vivono per l’avventura; nella intepretazione mistica di Stephens la più passiva delle virtù; e la più grande. Su questo chiudo, lasciando al nostro l’ultima parola.

Una volta in una sosta della caccia sorse una discussione su quale fosse la musica più bella del mondo.
“Diccelo tu” disse Fionn rivolto a Oisìn.
“Il richiamo del cuculo dall’abero più alto al limitare del bosco” esclamò suo figlio.
“È un bel suono” disse Fionn “E tu Oscar” domandò “qual è per te la musica più bella?”
“La musica più eccelsa è il risuonare di una spada su uno scudo” esclamò il giovane.
“È un bel suono” disse Fionn.
Anche gli altri campioni dichiararono quello che più piaceva loro: il bramito di un cervo al di là dell’acqua, il latrato armonioso di una muta di cani in lontananza, il canto di un’allodola, la risata di una fanciulla allegra o il sussurro di una fanciulla commossa.
“Sono tutti bei suoni” disse Fionn.
“Dicci capo” osò domandare uno “Cosa ne pensi tu?”
“La musica di ciò che avviene” disse il grande Fionn “quella è la musica più bella del mondo”.
Amava “ciò che avveniva” e non lo avrebbe evitato nemmeno scansandosi di un capello.

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