Dognipelo

Mia madre era fisiologicamente incapace di raccontare storie. Non aveva fantasia. Da bambino non riuscivo a capire come mai alcuni adulti possedessero il taumaturgico potere d’incantarmi con l’affabulazione mentre altri ne erano totalmente sprovvisti. Per me bambino inventare storie costituiva non solo un piacere ma anche una necessità: creatura timida, scontrosa e fondamentalmente menefreghista, amavo appartarmi, sfuggire la compagnia sia di adulti che di bambini per isolarmi in un mondo tanto fantastico quanto incomunicabile.

Mia madre non vedeva di buon occhio questa mia precoce attività intellettuale. Consultò il mio pediatra riferendogli preoccupata che parlavo da solo. Ai suoi occhi probabilmente sarò apparso delirante. Ma si trattava solamente di una buona dose di fantasia condita con  immedesimazione: riuscivo per ore consecutive a intrattenermi elaborando storie e modellando personaggi a cui dare voce in una sorta di teatralità performativa in cui io non ricoprivo solamente il ruolo di narratore ma ero allo stesso tempo protagonista e antagonista, unico interprete nonché fruitore finale.

Mia madre è sempre stata una donna che non si perde d’animo. Per rimediare alla sua incapacità immaginativa decise di affidarsi ai classici. Comprò l’edizione dei Millenni Einaudi delle Fiabe dei Grimm. Una delle prime fiabe che mi lesse fu “Dognipelo”. La protagonista era una principessa a cui muore la madre. Il re padre aveva promesso in punto di morte alla regina moglie che non si sarebbe risposato se non con una donna che fosse bella perlomeno quanto lei. A questo punto della storia la narrazione si accende di un twist che io trovai inquietante e assolutamente spaventoso: il padre si innamorava a poco a poco della figlia, l’unica che potesse reggere in bellezza il confronto con la madre.

Quella fu la prima volta che mi trovai davanti all’immagine di un incesto. Anni più tardi avrei provato lo stesso disagio seguendo su una tv locale l’interrogatorio delle figlie di Pietro Pacciani, all’epoca accusato di essere il famigerato mostro di Firenze. L’idea del padre che diventa orco.

Dognipelo è una fiaba in cui una principessa deve sfuggire a moleste attenzioni paterne. Inizialmente la fanciulla tenta di dissuadere il padre e pone una condizione apparentemente impossibile: il padre dovrà procurarle un vestiario completamente inedito nella storia della moda. I capi che la principessa esige sono rispettivamente tre vestiti (uno d’oro come il sole, uno d’argento come la luna e il terzo scintillante come le stelle) più una pelliccia -patchwork composta dall’assemblaggio di pelli di ogni animale presente nel regno. Ora si presume che tali capi d’abbigliamento siano, per le loro connotazioni trinitarie e per le evidenti difficoltà che filare tali metalli preziosi costituiva nel Medioevo fiabesco, frutto di una qualche magia o tessitura alchemica e quindi prodigiosa, magica a tutti gli effetti, nonostante il testo dichiari che alla loro confezione provvedettero “le fanciulle più abili del regno”. La pelliccia racconta invece di una caccia furiosa contro l’intero patrimonio faunesco dell’area-regno.

Il padre incestuoso però riesce a procurare alla figlia che intende portare all’altare (in barba a precetti morali, dogmi religiosi, comune buon senso) l’intero portentoso corredo, annunciandole oltresì che le nozze si svolgeranno l’indomani stesso. A questo punto la principessa fa la sola cosa sensata che una ragazza nelle sue condizioni potrebbe fare: se la da a gambe, non prima però di averci strabiliato riuscendo a riporre i suoi tre abiti in uno spazio angusto come un guscio di noce. Le principesse non si mettono in cammino allestendo un trolley Vuitton bensì stringendo nella mano un modesto guscio di noce, a riprova di una probabile origine fatata dei tessuti. Non solo: la principessa riesce a stipare il guscio di noce con ben tre dei duoi “gioielli in oro”. Il guscio di noce quindi diventa anche un portagioie, un beauty-case. I gioielli sono nell’ordine: un anello d’oro (che immaginiamo dotazione standard di ogni principessa che si rispetti), un fuso d’oro (strumento per la torcitura di fibre tessili che trasforma un’ammasso di fibre in un filato) e un aspo (altro strumento del cucito, tipica caratterizzazione dell’universo femminile, che serve per avvolgere il filo di una matassa). Ecco tre oggetti apparentemente inermi nel loro splendore ma in realtà tutti connessi con l’attività manuale e della fanciulla-principessa.

Prima di squagliarsela, la principessa provvede al camuffamento: non solo indossa la pelliccia composta dal pelo di ogni animale ma si strofina mani e faccia con la fuliggine, diventando insomma un po’ più animale anche lei. Si tratta di una metamorfosi salvifica. Il travestimento le consente infatti di intraprendere un lungo cammino in notturna che si concluderà con l’arrivo in un bosco (luogo di incantamenti quasi obbligatori, diremmo noi). L’anonima principessa trova riparo nel cavo di un albero e si addormenta.

La mattina dopo la principessa viene rinvenuta dai latrati dei cani dei cacciatori. Si tratta ovviamente di una battuta di caccia regale. I cacciatori nutrono dubbi sulla natura umana di quella creatura. Adesso Dognipelo è rivestita di una seconda pelle che in qualche modo ne mortifica la forma. Viene creduta un freak, uno scherzo della natura, una bestia rara. Tuttavia lei si dichiara come fanciulla smarrita e chiede asilo ai cacciatori presumibilmente cortigiani, i quali saranno pronti ad affibbiarle un sottoscala all’interno dell’alloggio reale e una mansione come “scopatrice di cenere”, in pratica bassa e umiliante manovalanza all’interno della cucina. Sarà proprio dalla cucina che inizierà la rivincita di Dognipelo.

Il palazzo del nuovo re si rivela immediatamente un ambiente più mondano: non tarda infatti l’organizzazione di una festa. Dognipelo, esattamente come la sguattera di Downton Abbey, chiede al superiore se può andare di sopra a dare un’occhiata. Lo chef le accorda trenta minuti di libera uscita. E lei, fulminea, si reca nel suo bugigattolo e aperta la magica noce indossa il vestito d’oro come il sole, si toglie dalla faccia la fuliggine, ritorna in un certo senso ad essere una creatura umana dignitosa.

Ovviamente alla festa, grazie alle sue innate doti da estetista, Dognipelo in versione golden sun gode di un’immediata popolarità, tanto che il principe ne è verosimilmente sessualmente attratto e trascorre mezz’ora a danzare con lei. Scoccati i trenta minuti, la principessa, ancora sulla falsariga di Cenerentola, scompare dalla sala da ballo. Si tratta della corsa forsennata di Dognipelo che fa ritorno nella sua cella effetto sarcofago, ripone nella noce l’abito-sole, si annerisce nuovamente faccia e mani riprendendo l’identità della lavapiatti animalesca.

Una volta tornata nelle reali cucine, A Dognipelo viene chiesto di occuparsi della zuppa del re mentre il suo superiore andrà a dare un’occhiata da vicino alla festa dei padroni. Dognipelo viene lasciata sola in cucina a preparare la zuppa per il sovrano. Il cuoco che le affida tale mansione l’avverte categoricamente: “Fa’ in modo che non vi caschi nemmeno un capello”. Dognipelo evidentemente prende tutte le precauzioni del caso affinché i suoi capelli non finiscano nel reale pancotto, ce la immaginiamo fuligginosa e sporca nella cucina del palazzo, con tanto di retina sulla chioma. Ed è a questo punto che Dognipelo fa una cosa apparentemnte senza senso ma di grande impatto iconografico: prende dalla mitica noce il suo anello d’oro e lo lascia cadere nella zuppa. Siamo in realtà portati a livello subliminale a credere che l’aggiunta dell’anello abbia avuto sul pancotto l’effetto di un dado Star, che lo abbia insomma pervaso di un sapore talmente marcato che il re, nell’assaggiarlo, non può che constatarne la qualità superiore. Può darsi che Dognipelo sia davvero più brava con la zuppa di quanto lo sia il cuoco in carica, tuttavia ella grazie all’inserimento dell’anello riesce non solo a procurarsi i complimenti del re ma viene persino ammessa alla sua presenza. Una volta faccia a faccia, il re le chiederà “Chi sei?”. E presa da un attacco di autodenigrazione come solo la protagonista di una fiaba tragica saprebbe infliggersi, Dognipelo dichiarerà di essere solamente una buona a nulla, capace solo “ di prendersi gli stivali in testa”.

Dognipelo non vuole rivelare la sua identità. Dopotutto, del re, non conosce molto. Passa il tempo e arriva l’occasione di una nuova festa in cui ovviamente il copione si ripete identico a se stesso: cambia l’abito della protagonista, per l’occasione il modello “Luna d’argento” mentre nella zuppa viene fatto cadere il fuso. Invariata la  rapidità nei cambi d’abito.

Arriviamo così alla terza riedizione degli eventi, in genere il punto finale del processo “magico” di questo recupero della propria identità di principessa. Sembrerebbe quasi a livello junghiano che per riabilitarsi dopo il trauma causato dal desiderio d’incesto del padre, Dognipelo abbia voluto  sintetizzare  con la magia dei suoi abiti,  i passaggi di un recupero identitario in cui l’oro-sole sarebbe metafora dell’animus maschile , l’argento-luna rappresenterebbe l’anima femminile e lo splendore dell’abito stellare fosse l’emblema di  una ritrovata armonia con la propria pluralità interna.

Nell’ottica schifosamente maschilista della fiaba, gli oggetti d’oro di Dognipelo potrebbero rappresentare una sorta di “dote” in offerta al maschio-re. L’anello potrebbe alludere alla fedeltà matrimoniale, il fuso all’intelligenza/acume della fanciulla e l’aspo alle qualità meramente fisiche di una fanciulla dell’epoca fiabesca vale a dire la fertilità muliebre.

L’obbligatorio happy-end avviene in concomitanza col definitivo disvelamento: Dognipelo non fa in tempo a togliersi l’abito lucente come le stelle e si limita ad indossare la pelliccia-patchwork sopra di esso. Inoltre compie anche un errore dimenticando d’annerirsi un dito. È come se i dettagli congiurassero per far trapelare la lucentezza stellare e l’umanità (dignità) ritrovata di Dognipelo.

Ovviamente si celebrano le nozze (le principesse e i re non sono tipi da unioni civili): è il rito dell’unione che prelude alla copula fiabesca benedetta – sospettiamo- da Santa Romana Chiesa. L’unica opzione possibile adesso è vivere felici fino alla morte. Così, come se si soffrisse di una paresi emotiva e si avessero sempre al massimo i livelli di serotonina.

Finché, un giorno, di botto,  muori.

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Autore: Marco Simonelli

Marco Simonelli (Firenze, 1979) ha pubblicato Sesto Sebastian - Trittico per scampata peste (Lietocolle, Como, 2004), Palinsesti - Canzoniere catodico (Zona, Arezzo, 2008), Will - 24 sonetti (d'If, Napoli, 2008), L'estate sta finendo (Leconte, Roma, 2011), Poesie d'amore splatter (Sartoria Utopia, Milano, 2015), Il pianto dell'aragosta (d'If, Napoli, 2015). Suoi testi sono in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano (Marcos y Marcos, Milano, 2012). Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente (Old Europa Cafe 2015).

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