Il sortilegio delle bambole

di Viviana Scarinci

Qual è la più irripetibile tra le ambasciate? Quella di cui soltanto un’entità al di fuori dell’umano si fa portatrice perché non esiste anima viva con la quale, quel segreto, può essere condiviso. Qual è quel mistero così irriferibile per cui le parole che lo esprimono non sono state ancora inventate? Supponiamo che ogni grave ambasciata, per arrivare ai destinatari, necessiti di un suo oggetto guida, ossia uno speaker prediletto che incarni il segno e il senso di un messaggio che potrebbe essere tanto meraviglioso quanto terribile. Un messaggio costituito in ogni caso dal legame enigmatico che c’è tra l’oggetto che esprime quel segreto e tutti coloro che in qualche modo ne sono misteriosamente coinvolti. Un oggetto che raccoglie in sé tutta l’oscurità di una condivisione profonda i cui termini però non sono chiari a nessuno. Come tutte le bambine grandi e piccole sanno, regista per antonomasia di quella complice fissità che pretendono i segreti, è la bambola. La bambola è un oggetto antichissimo, forse il più antico rinvenuto nelle sepolture delle bambine, che non dia adito ad essere confuso con una divinità cui la piccola veniva affidata per il suo solitario viaggio nell’al di là. Le bambole rinvenute in Egitto ad esempio, erano amiche, erano piccole dame di compagnia della giovane perita, e non dee. Erano confidenti mute di chissà quale segreto. Come probabilmente lo era la bambola rinvenuta il 6 febbraio 1964, durante i lavori di un cantiere edile sulla via Cassia, alla periferia nord di Roma.

In una tomba del II secolo d.C. insieme al corpo mummificato di una bambina di forse otto o dieci anni, fu trovata una bambola in avorio, con braccia e gambe snodabili. La bambola era nuda mentre il corpo della bambina era avvolto in un prezioso abito di seta cinese. I corpicini delle due erano sistemati all’interno di un sarcofago in marmo decorato con scene di caccia ispirate ad un episodio del IV libro dell’Eneide. Libro nel quale, tra l’altro, viene rappresentata la drammatica svolta del destino di Didone, attraverso le parole che costei confida a sua sorella Anna.

Nel mondo della romanità la sepoltura di quella che è meglio nota come la mummia di Grottarossa, costituisce un ritrovamento eccezionale. La tecnica di mummificazione della bambina, gli oggetti, gli abiti del corredo funebre della piccola, ci parlano di una famiglia ricca, colta, forse di origine egiziana. Una tomba inconsueta e una singolarità data anche dalla scelta dell’oggetto guida, una barbie ante litteram, che quasi certamente era stata la compagna di giochi della bambina e che dopo la sua morte, avrebbe assunto il compito di accompagnarla anche attraverso il più oscuro dei viaggi.

Qual è la missiva di cui la bambola può farsi portatrice nei viaggi al di qua e al di là dei confini delle storie ancora non scritte? Quali sono le confidenze di cui una bambola può essere depositaria se il linguaggio della sua bambina non ha trovato ancora parole? E quanta vita si arresta, in quella mancanza di parole, se nessun’altro salvo la bambola, è a conoscenza di quei segreti?

Vassilissa la bella, illustrazione di Laurel Long

È ancora una volta la favola, la strada più sicura, quella capace di creare corridoi segreti tra oscurità e luce, tra remoto e presente, tra il dentro e il fuori. Niente come le favole, del resto, risultano dalle questioni irrisolte delle generazioni che ci hanno preceduto. Fabula è un termine equivalente all’italiano favola, ma conserva nell’uso filologico e letterario il significato di «rappresentazione drammatica». Significato che nella lingua italiana è invece raro. L’uso corrente di questa modalità espressiva indica spesso una breve vicenda, narrata in versi o in prosa, i cui protagonisti possono essere persone, animali, cose o bambole come fossero . Tuttavia qualsiasi sfumatura di significato si scelga per riallacciarsi alla favola, niente come questo genere di narrazione risente con maggiore evidenza dell’utilizzo di strumenti retorici che possono farsi improvvisamente posticci.  Ingerenze ideologiche e false credenze che rendendo alla pelle di quel camaleonte che sono le storie tramandate, le scoloriture dei parati di tutte le stanze che ha attraversato secolo dopo secolo.

È ancora la favola che evidenzia in una sintesi perfetta come le storie, tutte le storie, si dibattano entro il sentimento del passato e del presente di donne e uomini o di luoghi precisi, in cui si sono avvicendati fatti che il tempo inevitabilmente trasforma. Perciò le favole sono qualcosa di terribilmente serio anche quando richiamano una visione del rapporto che sussiste tra le cose che di primo acchito, potrebbero sembrare risapute. Usarle per proferire un segreto, mostra come le storie convivano più o meno felicemente con l’immaginario di ciascuno di noi.

Nella mitologia russa esistono alcuni personaggi femminili il cui aspetto è in questo senso importantissimo perché viene posto in stretta relazione con quello di una bambola. Vassilissa è una bambina che ha a che fare con una strega. La Baba-jaga, colei che in questa bellissima storia, incarna la strega, ha un aspetto che è tutto un programma: «Veramente orrenda, viaggiava su un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con capelli di persone morte da gran tempo. E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba-jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno».

In apparenza la Baba-jaga è un personaggio terrificante ma riflettendoci non si sa niente di definitivo riguardo al fatto che la strega sia una presenza positiva o negativa rispetto all’economia del destino di Vassilissa e della sua bambola. La Baba-jaga, essendo una strega, è in necessari rapporti con l’oscurità, con l’invisibile e con l’omicidio. Ma soprattutto è colei che possiede il fuoco. È a lei che bisogna rivolgersi se questo viene a mancare. Inoltre è legata misteriosamente al ciclo circadiano e ai colori che si trovano tutti compresi nello spettro della luce: quando si è sulla buona strada per rintracciare la sua spelonca, se è l’alba, ciò ci viene segnalato da un cavaliere bianco che incrocia il nostro cammino. Se abbiamo proseguito sulla strada giusta, verso mezzogiorno, incroceremo un cavaliere rosso. E quando è ormai notte, e saremo nei pressi del covo della strega, ci doppierà un cavaliere nero che punta a capofitto verso la capanna della Baba-jaga per esserne inghiottito.

Quando la mamma di Vassilissa muore, lascia in dono alla figlia un oggetto importantissimo: non un ritratto di se stessa posto a perenne memoria ma una bambola. La bambola ha due caratteristiche, la prima è che somiglia a Vassilissa in modo impressionante, la seconda è che, come una bambina vera, per sopravvivere ha bisogno di mangiare: «Tienila sempre con te, e non mostrarla a nessuno; e se ti capiterà qualche malanno, dàlle da mangiare e chiedile consiglio. Essa mangerà e ti dirà come tirarti fuori dai pasticci» dice la mamma a Vassilissa prima di morire.

Vassilissa non è che abbia voglia di andare da una come Baba-jaga la quale ha soprattutto la fama di divoratrice che hanno streghe e donnacce. Ma obbligata dalle circostanze, si ficca la bambola in tasca, raggiunge la spelonca, e intavola con la Baba-jaga una conversazione pericolosissima in cui una risposta sbagliata o un ordine faticoso non evaso correttamente, sono rischio di morte.

Vassilissa, che è solo una bambina, la spunta perché non dimentica, nonostante la paura e la sua propria fame, di dare da mangiare per prima cosa alla sua bambola. Non dimentica di ascoltarla, anche se la bambola sembra muta. La bambola in cambio, risponde per lei alle domande a trabocchetto poste dalla strega e compie al posto della bambina tutti i lavori adulti e vessatori che la Baba-jaga impone a Vassilissa, se davvero lei vuole in cambio il fuoco.

Ma cos’è il fuoco in questa storia russa così remota e così attuale oltre che qualcosa che bruciando può uccidere, cuocere o riscaldare? Vassilissa ha tutti i motivi per essere arrabbiata: muore la madre, la matrigna le impone di andarsene con la scusa di dover procurare, da buona figlia, qualcosa che manca a tutti. E può essere pure che il fuoco della Baba-jaga in ultima analisi risulti rappresentare proprio quella rabbia tanto femminile e poco femminile. Quella brutta ombra che deturpa la visione angelicata delle bambine, rendendole tutte delle potenziali streghe. Ammesso che non facciano attenzione a mistificare certe sgradevolezze che la convivenza necessariamente prolungata con una Baba-jaga, potrebbe rendere indelebili.

La rappresentazione narrativa della rabbia femminile ha in sé qualcosa di poco femminile. Gli studi più recenti in ambito delle neuroscienze ci dicono che anche gli obiettivi biologici del femminile si legano al potere e sono quelli di creare legami, creare gruppi, organizzare orchestrare il proprio mondo in modo di esserne al centro, sia come rifermento che come punto nevralgico. Ma per le bambine il mondo da egemonizzare, e dal quale essere egemonizzate, è legato alla famiglia. La madre morente di Vassilissa orchestra positivamente le cose in modo che il primo riferimento della bambina non sia la sua propria madre ma Vassilissa stessa attraverso un rapporto speculare con una bambola che rappresenta una specie di origine oltre l’origine. Un luogo cui si accede nella stessa misura frequentando madri, matrigne, sorellastre, streghe ma soprattutto dando ascolto alla bambola che ci somiglia. È la bambola che rende invincibile Vassilissa perché la prima cosa che la ragazza non dimentica di orchestrare a sua volta, è quella di procurare il cibo alla sua bambola e quindi di giocarsi in modo vincente il rapporto con la propria rabbia.

Secondo Louann Brizendine, creare egemonie, seppure differenti da quelle degli uomini, sembrerebbe quindi una questione chimica innestata nel cervello delle donne, piuttosto che una necessaria presa di coscienza a posteriori. Su questo tipo di talento o iattura biologica di donne e uomini si sono diversamente formate tutte le società, sia che questo fosse esercitato nell’ambito ristretto e privato della propria cerchia, sia che l’ambito fosse allargato e si esercitasse all’interno di comunità più estese. La famosa aggressività femminile insomma emergerebbe nel proteggere quanto è più importante per ognuna, di qualsiasi cosa o persona si tratti. Come quella maschile del resto.

Dunque la bambola è quasi sempre di sesso femminile ed è un simbolo antichissimo che si situa a metà strada tra un oggetto votivo animato di tutti i poteri del caso e uno strumento di gioco, un’alleata della fantasia, una compagna nell’ambito dell’intimità di ciascuna.

Nel 1999 a Roma, in un’area situata nei pressi dell’attuale Piazza Euclide, durante i lavori per la costruzione di un parcheggio, ha avuto luogo un singolare ritrovamento, ancora una volta unico nel suo genere se ci si dovesse basare sulle caratteristiche di alcuni oggetti rinvenuti. Durante gli scavi sono emersi i resti di una fontana dedicata a una ninfa della quale si aveva avuto notizia solo dalla poesia di Ovidio e di Marziale. Attraverso questo ritrovamento si ebbe la certezza dell’importanza del culto legato a questa dea soprattutto per via dell’emersione del nome della ninfa in questione. Nome saldamente legato alla località a nord di Roma in cui si svolgevano i riti a lei dedicati. Riti che come minimo comun denominatore avevano quello di essere tutti consacrati all’acqua. Infatti dagli scavi lentamente emerse un altare che ornava il frontespizio della fontana e l’iscrizione in lingua latina rinvenuta su di esso non lasciò più dubbi su quale fosse la ninfa cui il luogo era dedicato. C’era infatti scritto: «NYMPHIS SACRATIS ANNAE PERENNAE».

 

All’interno della cisterna annessa alla fontana, furono trovati moltissimi oggetti di diversa natura, preservati nel tempo dallo strato di limo depositatosi sul fondo nel corso dei secoli: 549 monete, 74 lucerne intatte ossia mai accese, tavolette con incise delle maledizioni ma anche messaggi augurali che le acque della fontana avevano il compito di far filtrare nella terra, fino a raggiungere gli inferi, o attraverso i fiumi, di disperderli per il vasto mare.

Ma soprattutto furono rinvenuti nove recipienti di piombo alcuni dei quali contenenti delle minuscole bambole che sono risultate composte di materiale organico: soprattutto saliva e cera d’api. Senza dubbio la fontana veniva utilizzata per pratiche religiose direttamente connesse all’arcano mondo della magia nera legato al nome della divinità Anna Perenna, soprattutto in età tardo antica, protrattasi fino all’abbandono della fontana, avvenuto intorno al VI secolo d.C..

I rituali magici praticati presso la fontana di Anna Perenna sono strettamente connessi alle bambole rinvenute e cambiano le conoscenze sul rapporto degli antichi con la sfera magico-religiosa, testimoniando una volta per tutte la presenza di vere e proprie maghe professioniste. Donne che nei pressi delle acque della fontana emersa dagli scavi in prossimità degli allora boschi sacri del quartiere Parioli, fabbricavano bambole, che il tempo e le acque avrebbero corroso se non fossero state sigillate in appositi contenitori di piombo allo scopo di conservare missive arcane che potevano essere tanto augurali quanto iettatorie.

Ma perché il culto di Anna Perenna è così legato alla bambola come messaggera di ciò che sta oltre, che sta sotto? Ovidio ne I fasti ci racconta chi fosse Anna e perché da ninfa dell’acqua diventa dea o strega suprema, a seconda dai punti di vista.

Anna Perenna secondo Ovidio non è altri che la sorella di Didone, la confidente e interlocutrice della suicida regina di Cartagine che Virgilio colloca nel già nominato IV canto dell’Eneide. Dopo la morte della sorella Didone, Anna fu cacciata dal palazzo regio da Iarba, re dei numidi, e arrivò a Malta dove fu accolta. Ma Pigmalione, suo fratello, assediò l’isola e pretese di avere indietro la sorella. Allora Anna per sfuggirgli, si imbarcò nuovamente e seguendo il vento e le onde del mare giunse nel Lazio dove Enea con la moglie Lavinia già regnava sui latini e i troiani. Enea accolse Anna benevolmente, memore dell’estremo sacrificio di sua sorella Didone. Ma Lavinia forse gelosa o forse smaniosa di tornare ad avere mano libera sul buon consorte, tramava insidie nei confronti della sua sgradita ospite.

Nel tentativo di scongiurare il peggio, di notte, nel sonno, davanti al letto di Anna si materializzò il fantasma di Didone che avvertì la sorella delle cattive intenzioni di Lavinia. Subito Anna scappò terrorizzata nella notte, corse per i campi, arrivò alle rive del fiume e cadde tra le onde. All’alba gli abitanti del villaggio, seguendo le tracce di Anna giunsero al fiume. Solo allora poterono sentire la voce di Anna proveniente dalle onde che già si dichiarava ninfa del placido Numico con il nome di Anna Perenna.

L’identità di una persona si lega alla memoria ma anche allo sforzo di ammettere nel quadro della propria memoria quegli elementi fastidiosi, ambigui, dimenticati perché rispetto a altri sono a volte proprio quelli i responsabili di svolte tanto determinanti quanto attribuite all’imponderabile. Questo spazio così remoto alla volontà ma così intrinseco ad ognuno, esiste, si tratta di una quota di fuoriuscita dal mondo in cui, stare immobili, veramente compresi nella fissità della nostra bambola, significa comprendere tutto il resto che non lo è. Una quota fatta di parole che nominano tutto ciò che fluisce, senza legarsi a niente. Senza legarsi a nessuno, salvo che a una piccola voce che quando eravamo bambine, sapeva già tutto di noi.

FONTI

  1. Il santuario della musica e il bosco sacro di Anna Perennna, a cura di Marina Piranomonte, Electa e Ministero per i beni e le attività culturali Sovrintendenza archeologica di Roma, 2002
  2. Antiche fiabe russe, a cura di Aleksander Nicolavič Afanasjev, Einaudi, 1953
  3. L. Brizendine, Il cervello delle donne. Capire la mente femminile attraverso la scienza, BUR Rizzoli, 2007, Milano
  4. Ovidio, I fasti, BUR Rizzoli, 1998, Milano
  5. Virgilio, Eneide, BUR Rizzoli, 2002, Milano
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Autore: Viviana Scarinci

Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (Libro e CD con musiche originali di Edo Notarloberti per l’etichetta discografica ARK Records, selezionata per la partecipazione al Wave-Gotik-Treffen di Lipsia nel 2013), Piccole estensioni (Anterem, 2014) e Annina tragicomica (Formebrevi, 2017). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte della poetessa finlandese Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice dell’ebook monografico Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Ha scritto tra gli altri per Doppiozero, Il lavoro culturale, Nazione Indiana. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È redattrice di Formebrevi Edizioni. È direttrice dell’aperiodico Zer0Magazine. Il suo sito è https://vivianascarinci.com/

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