Il mondo ai miei piedi. Polisemia della scarpa nel racconto delle fiabe

di Cristina Babino

«Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose. Dove va, dove è stata… Quante scarpe che ho messo io. Scommetto che se mi sforzo tanto, riesco poi a ricordare il primo paio. Mamma disse che quelle mi portavano dovunque. Disse che erano le mie scarpe magiche.»

(Forrest Gump)

Possiedo pochissime paia di scarpe. Ne ho un paio da tennis piuttosto usurate, un paio di Converse alte comprate da poco (in un impeto incontrollato di nostalgia per gli anni della mia adolescenza), un paio comode e nere a tacco basso che vanno quasi su tutto, per la mezza stagione, un paio di sandali con la zeppa che fa tanto estate, un paio di stivali caldi per l’inverno. Tutto qui. Non ho mai, lo confesso, subito la diffusa, alquanto comune, fascinazione, largamente femminile, per le scarpe, specie col tacco. Sarà che io sui tacchi, semplicemente, non ci so camminare. Lo stesso per le borse. Ne possiedo un numero limitato, anche di quelle, perlopiù di genere sportivo, o neutro, buone quasi per tutte le occasioni, da abbinare senza stare troppo a pensarci all’ugualmente scarso repertorio di calzature.Un disinteresse verso i suddetti accessori che affonda le radici, credo, nella mia sostanziale indifferenza ai dettami della moda, ai precetti delle tendenze stagionali. Oppure, più profondamente, dovuto alla mia scarsa propensione ad attirare l’attenzione, a catalizzare su di me, per tramite di un dettaglio, sguardi e interessi. Calzare scarpe appariscenti e importanti – e in particolare di colore rosso – è da sempre, ancestralmente, un tratto distintivo, un segno di riconoscibilità personale, un indizio di rilevanza sociale e autorità. Purpurei erano i calzari degli imperatori, rosse erano le calzature portate dai nobili ammessi alla corte del re di Francia, rosse le scarpe papali e le vesti delle più alte cariche ecclesiastiche. Sarà un caso, ma io ho sempre avuto una particolare avversione per le scarpe di colore rosso. Le trovo eccessivamente segnaletiche, inutilmente pretenziose. Fastidiose all’occhio. Sì, ecco, fastidiose. Eppure, quando mi è stato chiesto di collaborare a questo progetto, e di scegliere un oggetto magico tra i tanti che popolano i racconti delle fiabe, non ho avuto alcuna esitazione. E ho scelto le scarpe. Per saperne di più sull’argomento, certo, per un desiderio – forse non del tutto consapevole – di capire meglio le ragioni di tanta irresistibile presa sul nostro immaginario condiviso.

Scarpette rosse, Michael Powell e Emeric Pressburger (1948)

Il mondo delle fiabe – come del resto quello della mitologia greca, basti pensare al sandalo dorato perduto da Elena di Troia o ai calzari alati di Hermes – è letteralmente costellato di scarpe, e soprattutto di scarpe rosse, a riprova dell’importanza atavica, anche profondamente simbolica, che questi accessori rivestono. Una delle fiabe più famose e iconiche di Hans Christian Andersen è proprio Le scarpette rosse, pubblicata per la prima volta in Danimarca nel 1845. Una storia oscura e disturbante, lontana da qualsiasi favolosa arcadia, e dal finale sanguinario, quasi pulp, su cui vale la pena soffermarsi perché reca in sé molti degli aspetti simbolici legati alla presenza delle scarpe quale elemento magico e fortemente metaforico nell’economia del racconto fiabesco. La trama è piuttosto semplice, nella sua terribilità. Una povera orfanella di nome Karen, il cui unico tesoro è un paio di scarpette rosse fatte di stracci con le sue mani – cosa di cui lei va immensamente fiera – incontra un giorno una ricca anziana signora che decide di adottarla, amandola come una figlia e dandole tutto ciò di cui ha bisogno. A cominciare da bellissimi vestiti nuovi, scarpe comprese, in sostituzione delle sue usurate calzature rosse, che finiscono gettate nel fuoco: un enorme dispiacere per la piccola, che da quel momento non smette di desiderare con tutte le sue forze di possederne un altro paio dello stesso colore. In occasione della cresima, la signora accompagna la bambina da un vecchio calzolaio per comprare delle scarpe nuove. Tra tutte, Karen ne sceglie proprio un paio rosse fiammanti che scintillano in vetrina. Il giorno della cerimonia, tutti ammirano le sontuose scarpe lustre della bambina. Disobbedendo all’ordine della signora di non indossare mai più quelle scarpe, la bambina se le mette orgogliosa anche la domenica successiva per la funzione in chiesa. Qui davanti incontra un vecchio soldato che con un inchino le spolvera le belle scarpe, strizzandole l’occhio e raccomandandosi di restare per il ballo che sarebbe seguito. Anche in questa occasione tutti guardano con ammirazione, ma anche con sospetto, le scarpe «rosse come lamponi, come melagrane». I piedi di Karen cominciano allora a danzare vorticosamente. Con enorme fatica, una volta sfilate finalmente le calzature, la vecchia signora le ripone su uno scaffale altissimo, ordinando alla bambina di non toccarle mai più. Ma questa, ormai ossessionata dall’oggetto dei suoi desideri, disobbedendo ancora, riprende le scarpette e, appena indossate, comincia di nuovo a ballare forsennatamente per tutto il villaggio e i boschi circostanti, senza alcuna possibilità di arrestare quella danza macabra – neanche al momento della morte della vecchia signora – né di dirigerne il corso, in completa balia di quelle scarpe tanto desiderate. Fino a che, disperata, alla bambina non resta che chiedere al boia del paese di tagliarle i piedi. I quali, una volta mozzati, come code di lucertole, continuano a muoversi, volteggiando dentro le scarpette stregate fino ad addentrarsi nella foresta, e sparire per sempre. Un angelo appare infine a Karen, veramente pentita della sua ambizione, e benedice la sua anima, che vola in cielo sopra un raggio di sole.

La centralità dell’elemento scarpa, evidente già dal titolo, si carica di un’accresciuta suggestione considerando lo stesso profilo biografico dell’autore. Andersen nasce infatti in una famiglia di umili origini, trascorre la prima infanzia in una modesta casa-bottega, suo padre un calzolaio – di qui la dimestichezza dell’autore con i metodi e i materiali di fabbricazione di questi accessori – e sua madre una donna amorevole e illetterata, dalla religiosità bigotta e superstiziosa, che cresce il piccolo Hans, dall’indole schiva e ostinatamente solitaria, sotto i dettami di una morale severa. Tutta la fiaba è incentrata, in maniera quasi ossessiva, sulla stigmatizzazione del desiderio – e sulla condanna della brama incontrollata dell’oggetto di quel desiderio – che se non domato dalla virtù e dal buon senso porta inevitabilmente a conseguenze nefaste. Il desiderio e la vanità come peccati mortali, quindi. Un ulteriore aspetto autobiografico della fiaba lo sottolinea lo stesso Andersen quando racconta, nelle sue memorie, di aver ricevuto il suo primo paio di stivali in occasione della cresima, e di esserne rimasto talmente ammaliato da non riuscire a concentrarsi, vergognandosene, sulla sacralità della funzione religiosa.

Il rosso, è risaputo, riveste un forte, molteplice valore simbolico: rappresentazione di vita e fertilità – imprescindibile è il richiamo al ciclo mestruale – colore legato all’espressione del potere, oltre che dalla spiccata connotazione religiosa, ma anche sinonimo di peccato e passione erotica, come ancora di sangue, dolore, pericolo e morte. Il colore rosso, dunque, associato all’oggetto scarpa – un accessorio dalla forma concava, non del tutto innocente, che assume l’impronta di chi la indossa, tanto da diventare un correlativo simbolico del sé – genera sorprendenti e inaspettati significati metaforici. In Sex and Sin: the Magic of Red Shoes, un approfondito studio sull’elemento delle scarpe rosse nella fiaba, Hilary Davidson mette in evidenza un’interessante similitudine tra la danza forsennata indotta dalle calzature stregate di Karen e l’esperienza dell’orgasmo. È evidente, del resto, come Andersen sottolinei quasi ossessivamente, benché implicitamente, la natura peccaminosa delle scarpe calzate da Karen (che porta non a caso lo stesso nome della sorellastra di Andersen, figlia illegittima di sua madre, la cui esistenza sarà sempre vissuta dallo scrittore come motivo di vergogna e afflizione) e, di riflesso, la sua stessa indole peccatrice, simboleggiata proprio dall’irrefrenabile impulso a danzare e dimenarsi, come in un amplesso. Un comportamento incompatibile con gli atteggiamenti richiesti a una bambina rispettabile, tanto che l’unica soluzione possibile al suo tormento risiede nella “castrazione”, cioè nell’amputazione dei piedi, e quindi, metaforicamente, nella sua de-sessualizzazione. Le scarpe rosse diventano, per estensione, in numerose rielaborazioni letterarie e artistiche, anche simbolo di donne che con la loro vitalità si discostano nei comportamenti dalla morale comune e dalle convenzioni di accettabilità sociale che il proprio ruolo femminile imporrebbe, pagandone sempre il prezzo dell’allontanamento, dell’emarginazione e della condanna. Su questo particolare aspetto pone l’accento una voce poetica non allineata come quella di Anne Sexton, in uno dei suoi testi più famosi, intitolato appunto The Red Shoes («All those girls / who wore the red shoes, / each boarded a train that would not stop.»), come pure Kate Bush, nell’omonima canzone, si concentra sulle ripercussioni negative, anzi fatali, che attendono la donna che ha l’ardire di indossare tali seducenti calzature («Oh the minute I put them on / I knew I had done something wrong / All her gifts for the dance had gone / It’s the red shoes, they can’t stop dancing / (…) These shoes do, a kind of voodoo / They’re gonna make her dance ‘till her legs fall off»).

Clarissa Pinkola Estés, nel suo acclamato Donne che corrono coi lupi, propone una suggestiva interpretazione delle scarpe rosse fatte a mano quale metafora della propria più autentica identità e dei propri bisogni più profondi (la psyché sauvage, istintiva, vitale, creativa), contrapposte alle scarpette rosse nuove, simbolo di tutto ciò che di sostitutivo e negativo, nella vita di una donna (tossicodipendenze di vario tipo, ma anche dipendenze emotive), sembra fornire un’immediata soddisfazione, ma che provoca alla fine soltanto dolore e perdita di contatto col vero sé, fino a conseguenze a volte estreme.

Richard Hook, La Regina delle Neve

Nella fiaba di Andersen, ma ben oltre essa, le scarpe diventano strumento di tentazione peccaminosa e, di conseguenza, quasi per contrappasso, di inflizione del dolore, fisico e interiore, quando non di autentica tortura. Qualcosa che ricorda molto da vicino il finale della storia di Biancaneve, così come ce la raccontano i Fratelli Grimm: nella versione originale, infatti, la Regina viene condannata, per punire le sue malefatte verso la fanciulla, nonché la sua vanità e superbia, a danzare su pantofole roventi, fino alla catartica morte. Per opposizione, in un’altra celeberrima fiaba di Andersen, La regina delle nevi (1844), è invece proprio privandosi delle proprie preziose scarpe nuove, anche qui di colore rosso, al momento di mettersi alla ricerca del perduto amico Kay – quale atto di sincera umiltà, quasi un voto di dedizione – che la protagonista Gerda rivela la sua indole candida e virtuosa. È interessante notare a questo proposito come nella narrazione fiabesca le scarpe rosse vengano spesso citate come un bene pregiato, anzi come il bene materiale più grande che si possieda: così è per Gerda e Karen, e non è un caso che nella fiaba Il ginepro dei Fratelli Grimm un paio di scarpette rosse sia proprio quello che viene offerto in splendido dono dal bambino trasformato in uccello alla sua amata sorellina.

Se l’essere senza scarpe, quindi, può essere letto come sinonimo di privazione e povertà – Andersen fa camminare La piccola fiammiferaia scalza nel freddo dell’inverno – ma anche di bontà e pulizia interiore, questo può simboleggiare inoltre, in senso più ampio, libertà e affrancamento dai dettami del vivere comune: scalza è la piccola, ribelle brigante incontrata da Gerda durante la sua quest per ritrovare l’amico fraterno, così come pure, nel celeberrimo romanzo di Mark Twain, Tom Sawyer invidia a Huckleberry Finn la sua allegra, autoaccordata emancipazione dall’obbligo sociale di dover portare le scarpe.

Se c’è poi una fiaba in cui l’elemento scarpa riveste, a un’analisi più approfondita, un’insospettabile ma a ben vedere evidente valenza sessuale, questa è Cenerentola. Storia celeberrima, le cui origini affondano lontano nel tempo – le prime versioni, trasmesse oralmente, si fanno risalire addirittura alla Cina del IX sec. a.C. e all’antico Egitto – oggetto di infinite versioni e trasposizioni quasi in ogni parte del mondo, tramandata sino a noi grazie in particolare alla redazione de La gatta Cenerentola di Giambattista Basile (pubblicata ne Lo cunto de li cunti, 1634-1636), in cui Cenerentola arriva a uccidere la matrigna, e alle riscritture di Charles Perrault (Cendrillon, contenuta nei Contes de ma mère l’Oye del 1697) e dei Fratelli Grimm (Aschenputtel, inclusa in Kinder- und Hausmärchen, antologia pubblicata tra il 1812 e il 1815).

A. J. Graham Johnstone, Cinderella

Tra le varie interpretazioni possibili della fiaba, quella psicanalitica suggerisce un parallelo tra il calzare la scarpina e la penetrazione propria dell’atto sessuale: la scarpa essendo una forma concava (come la vagina, secondo la celebre lettura freudiana), pronta ad accogliere l’elemento penetrante del piede (simbolo fallico), particolare anatomico che riveste notoriamente una forte valenza erotica. Maschile (piede) e femminile (scarpa) si uniscono quindi come in un amplesso, sancendo l’unione dei due corpi e dei due spiriti del principe e di Cenerentola, riuniti, dopo essersi perduti, proprio grazie al tramite magico della scarpetta.

Bruno Bettelheim mette in evidenza l’assoluta centralità della scarpa nella fiaba di Cenerentola, e i diversi significati simbolici che, toccando le corde più profonde del nostro inconscio, sono alla base dell’enorme successo di questa antichissima storia. A partire da uno degli aspetti più cruenti del racconto, quello della mutilazione – già incontrato in tutta la sua ferocia nella trama de Le scarpette rosse –  ricorrente in ognuna delle versioni più antiche della fiaba, ed espunto solo nella riscrittura canonizzata di Perrault e in quelle successive da questa derivate. Nella versione dei Fratelli Grimm, la maggiore delle sorellastre, non riuscendo a calzare la scarpina a causa del suo alluce troppo ingombrante, decide di amputarselo, su consiglio dissennato della madre («Taglialo! Quando sarai regina non avrai più bisogno di camminare!»).  Con questo macabro espediente, la ragazza riesce a indossare la scarpa e a ingannare momentaneamente il principe. Il quale, senza andare troppo per il sottile, la accetta come sua fidanzata e la conduce al castello, dove si accorge, però, del sangue che cola adesso vistosamente dalla calzatura. Riporta quindi l’impostora dove l’aveva trovata, e tocca ora alla sorella minore provare a indossare la magica scarpetta. Neanche lei riesce nell’impresa, per colpa stavolta di talloni troppo pronunciati, che vengono anch’essi amputati, su esortazione della matrigna, la cui smania di affermazione per le sue figlie è del tutto fuori controllo: nella più antica versione scozzese, dal titolo Rashin Coatie (che compare già citata nel 1548, all’interno del Complaynt of Scotland), è addirittura la stessa madre a realizzare la mutilazione. Secondo Bettelheim il sanguinamento prodotto dall’amputazione è una precisa metafora del ciclo mestruale e la scarpa diventa, per traslato, una vagina sanguinante: la stessa esibizione del proprio sangue, piuttosto ripugnante e volgare da parte dalle sorellastre, le mette in perdente contrapposizione con la delicata, “non-sanguinante”, e dunque pura, Cenerentola.

«Give a girl the right shoes, and she can conquer the world», diceva Marilyn Monroe. Ben devono averlo intuito ante litteram, e a loro spese, le sorellastre di Cenerentola che, impossibilitate a calzare la deliziosa scarpetta a causa dei loro piedi troppo grandi, vedono sfumare per sempre la possibilità di diventare principesse, a favore della tanto detestata e invidiata protagonista, alla quale la scarpetta va alla perfezione in virtù della sua dignità d’animo e del suo piede minuto e delicato. Non è un caso, del resto, che una delle primissime versioni della fiaba sia originaria della Cina, paese dove è nota l’antica pratica del Loto d’oro, consistente nel fasciare i piedi delle femmine fino a deformarli per mantenerli delle più piccole dimensioni possibili, quale carattere appunto di particolare bellezza e femminilità.

Va inoltre osservato come, nelle versioni più antiche, compresa quella del Basile, la scarpina sia di pelliccia animale (all’epoca così si usava) e di come un’erronea trascrizione del termine francese vair (pelliccia) in verre (vetro) abbia indotto Perrault a una forse inconsapevole sostituzione dei materiali di cui è fatta la calzatura (nella versione dei Grimm la scarpetta è invece d’oro, dunque una materia ugualmente rigida). La quale diventa così da morbida pantofola a scarpetta di cristallo, non adattabile quindi alle fattezze di chi la calza ma indossabile da una sola e unica persona, in virtù della sua purezza morale.

Se il ballo è un momento centrale nella storia di Cenerentola, in quanto avvicinamento fisico, preludio all’approccio sessuale, tra il principe e la fanciulla, l’atto del liberare il proprio corpo nel movimento della danza diventa elemento protagonista di un’altra nota fiaba dei Fratelli Grimm, Le dodici principesse danzanti, conosciuta anche, con un titolo ancor più didascalico, come Le scarpe logorate dal ballo. Qui, l’incontro tra principe e fanciulla su cui s’incardina la storia di Cenerentola viene moltiplicato alla dodicesima potenza (e non si può fare a meno di pensare al simbolismo del numero 12, multiplo dell’ancor più simbolico 3 – tante sono le notti in cui si svolge la vicenda). Dodici sono infatti le principesse che ogni sera sfuggono di nascosto al rigido controllo del padre, il quale le tiene chiuse a chiave nelle loro stanze, per incontrare altrettanti principi e danzare a perdifiato, fino a logorare le scarpe che portano ai piedi. Un povero soldato, aiutato da una vecchietta che gli fornisce un mantello per diventare invisibile, viene incaricato dal re di scoprire come le sue figlie possano uscire tutte le sere a divertirsi fino a far cadere a pezzi le proprie calzature. Grazie allo strumento magico del mantello di cui viene dotato, e all’astuzia nel non accettare di bere il vino offertogli dalle principesse – che lo avrebbe reso incosciente – il soldato riesce infine a scoprire che le dodici principesse si recano ogni notte, attraverso una botola posta sotto il letto di una di queste, all’appuntamento coi rispettivi principi per ballare fino all’alba in un castello sotterraneo. Al soldato è così concessa la mano della maggiore delle sorelle e con essa l’intero regno in eredità alla morte del re.

Le scarpe, si sa, sono fatte per andar lontano. Ancor di più lo sono gli stivali. «These boots are made for walkin’», potrebbe canticchiarci, sornione, Il gatto con gli stivali dell’omonima antica fiaba popolare, facendo il verso al famoso successo di Nancy Sinatra. Trascritta prima da Giovanni Francesco Straparola, poi da Giambattista Basile in Italia (in entrambe le versioni si tratta di una Gatta, dotata di sola parola) e da Ludwig Tieck in Germania, la storia è stata infine “canonizzata” da Perrault e dai Fratelli Grimm. In essa, è grazie all’utilizzo di queste particolari calzature – vero e proprio elemento antropomorfizzante dell’animale protagonista, il quale conquista così anche l’umanissima posizione eretta, oltre ad essere già dotato di eloquio e discernimento – che l’astuto gatto riesce nella sua ascesa sociale, passando da un’iniziale indigenza a un epilogo positivo sia per se stesso che per il suo padrone. Il miglioramento delle proprie condizioni materiali è del resto un tema comune a molte fiabe: prima tra tutte la già menzionata Cenerentola, ma anche fiabe “minori”, come quella che ha per protagonisti Gli gnomi dei fratelli Grimm: qui un umile calzolaio, a cui non era rimasto che un ritaglio di cuoio per fare un solo paio di scarpe, viene aiutato nottetempo e di nascosto da due gnomi, permettendogli di risollevarsi dal suo stato di estrema povertà.

Ancora più lontano sanno spingersi gli stivali delle sette leghe, così denominati perché permettono di percorrere tale enorme distanza in un sol passo; essi ricorrono non a caso in diverse fiabe, da La bella addormentata nel bosco (nella quale sono indossati da un nano) a Pollicino: qui gli stivali appartengono all’Orco, ma possiedono l’ulteriore particolarità magica di adattarsi al piede di chi li indossa, e sarà proprio grazie a questa caratteristica che Pollicino potrà vestirli e fuggire verso la salvezza.

Con ai piedi il giusto paio di scarpe, ci è permesso non solo di percorrere distanze più o meno grandi, ma anche di viaggiare avanti e indietro nel tempo, oltre che nello spazio: nella fiaba Le soprascarpe della felicità di Andersen, una fata regala a uno scettico sergente, durante un ballo in un sontuoso palazzo, un paio di soprascarpe capaci di esaudire ogni suo desiderio. Il sergente, convinto che solo vivere nell’affascinante epoca del Medioevo lo avrebbe reso felice, viene quindi esaudito calzando le fatate soprascarpe. Una volta trasportato in quell’epoca lontana, però, infestata di guerre, povertà e terribili malattie, l’uomo si rende conto di non avere in realtà bisogno di nulla e di essere felice proprio nella sua condizione abituale, nel tempo e nel luogo in cui vive: nell’accontentarsi di quello che si ha risiede la vera magia. Anche Dorothy, protagonista del romanzo Il mago di Oz, riceve in regalo dalla buona Strega del Nord delle scarpe incantate, stavolta d’argento (anche se nella vecchia versione cinematografica con Judy Garland esse diventano di un più abbagliante e “cinegenico” colore rosso) che le permettono, battendo per tre volte i tacchi, di spostarsi magicamente ovunque, e quindi di fare infine ritorno a casa.

La sorprendente, sfaccettata polisemia dell’elemento scarpa ci conduce allora a considerarla, di volta in volta, tra gli innumerevoli significati che è possibile attribuirle, come metafora del sé più profondo e delle proprie pulsioni più autentiche (Scarpette rosse), come simbolo della propria unicità e identità sessuale (Cenerentola), come mezzo di libertà e movimento, e spesso di allontanamento o fuga da una situazione negativa o di pericolo (Pollicino), come strumento di riscatto e affermazione personale (Il gatto con gli stivali). Ma le scarpe sono anche, per metonimia, il simbolo della persona che le ha portate, o donate: così il principe adora, quasi fosse un feticcio, la scarpetta della perduta Cenerentola, e Pippi Calzelunghe indossa le scarpe troppo grandi regalatele dal padre assente.

Tale inesauribile polivalenza di significati rende questo accessorio un pozzo magico, davvero senza fondo, di fascinazioni, simbolismi, incantesimi, immagini, metafore ed espressioni entrate nel nostro vocabolario comune: si pensi soltanto agli innumerevoli proverbi e modi di dire incentrati sulle scarpe  diffusi un po’ ovunque ma soprattutto, va notato, nei paesi nordici, dove il freddo e le condizioni climatiche avverse hanno da sempre reso particolarmente importante, anzi vitale, possedere delle calzature adeguate, facendone un oggetto indispensabile e di enorme valore nel quotidiano. Suggestioni potenti, quelle emanate dalle scarpe, che non smettono, anche a livello inconscio, di sedurci, nella letteratura, nella narrazione fiabesca e folkloristica, nella finzione cinematografica, nell’interpretazione musicale, come nella moda e nella vita di tutti i giorni. Anche in quella di chi, come me, resiste alla tentazione di accumularne paia su paia, raccontandosi ancora di non subirne in qualche modo il fascino.

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Bibliografia

Hans Christian Andersen, Fiabe e storie, Roma, Donzelli, 2014.
Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti, Milano, Adelphi, 2010.
Bruno Bettelheim, The Uses of Enchantment (1976), trad. francese:  Psychanalyse des contes des fées, in Parents et Enfants, Paris, Robert Laffont ed., 1995 (pagg. 101-423).
L. Frank Baum, The wonderful Wizard of Oz, Chicago, George M. Hill Company, 1900.
Kate Bush, The red shoes, Emi, 1993.
Hilary Davidson, Sex and Sin: the Magic of Red Shoes.
Jacob Grimm e Wilhelm Grimm, Tutte le fiabe, prima edizione integrale 1812-1815, a cura di Camilla Miglio, Roma, Donzelli Editore, 2015.
Astrid Lindgren, Pippi Långstrump, Stockholm, Rabén and Sjögren, 1945.
Paul Nathanson, Over the Rainbow: The Wizard of Oz as a Secular Myth of America, State University of New York Press, 1991.
Julia Nicholson e Anne-Laure Mercier, a cura di, In Their Shoes. Fairy Tales and Folktales, London, Pushkin Children’s Books, 2016.
Charles Perrault, Tutte le fiabe, trad. di Maria Vidale, Roma, Donzelli, 2011.
Clarissa Pinkola Estés, L’instinct de conservation : identifier les pièges, cages et appâts empoisonnés – Les Souliers rouges, in Femmes qui courent avec les loups, Paris, Le Livre de Poche, 2015 (pagg. 301- 350).
Clarissa Pinkola Estés, The Red Shoes. On Torment and the Recovery of the Soul, Sounds True, Inc., 2006.
Anne Sexton, The Red Shoes, in Complete Poems, New York, Houghton Mifflen Co., 1981, (pag. 315).
Mark Twain, The Adventures of Tom Sawyer, Hartford, Conn., The American Publishing Company, 1876.
Percorsi, simboli e psicologia

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Autore: Cristina Babino

Cristina Babino è nata ad Ancona nel 1976. Tra le sue pubblicazioni: il poemetto bilingue italiano/inglese “Ophelia” (Carteggi Letterari, 2017), la cura e traduzione del volume “Pastorali”, del poeta americano John Taggart (Vydia, 2013, premio Achille Marazza 2014 per la traduzione poetica sezione giovani), la raccolta di scritti letterari “Letture” (Ed. Arcipelago itaca, 2016, Premio Nazionale “Arcipelago itaca” 2015), la monografia critica “La Ferita. Opere di Walter Angelici 1994 – 2009” (La Via Lattea, 2010). Ha curato inoltre i volumi collettanei “Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche” (Vydia, 2014), “S’agli occhi credi. Le Marche dell’arte nello sguardo dei poeti” (Vydia, 2015) e, in collaborazione con Francesca Matteoni, “Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi” (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016). Ha collaborato con testi critici e recensioni a riviste letterarie quali “Poesia”, “Le voci della luna”, “Stilos”. Suoi testi sono inclusi, tra l’altro, nelle collettanee “Nodo Sottile 5” (Le Lettere, 2007), “Registro di Poesia #4” (D’If, 2011), “Poetry of the World/6” (Università di Coimbra, Portogallo, 2010), nelle riviste “Aesthetica” (UK), “Trivio”, “Nostro Lunedì” e in numerose altre antologie e periodici letterari italiani e stranieri. Nel 2007 ha rappresentato l’Italia al VI International Meeting of Poets organizzato dall’Università di Coimbra, Portogallo, ateneo dove è stata ospitata nel 2008 in qualità di European Poet in Residence. E’ responsabile editoriale della collana di poesia “Licenze” di Vydia Editore.

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