Un tozzo di pane

di Corrado Premuda

«Che metterai nel panierino, mamma?»
«Una pollastrina arrostita, una torta di pere, un vasetto di miele e un pane, il buon pane che fa crescere le bimbe savie.»

La comarina grassa e golosa protagonista della storia Pan di fate di Carola Prosperi[1] storce il naso quando la mamma le elenca il menù del pranzo che porterà a scuola: lei, piccola e vorace, non lo può proprio soffrire il pane.

Così il primo giorno la pagnotta finirà nello stagno delle oche, poi nel trogolo dei maiali, poi nella cuccia del cane, perché la bambina disprezza a tal punto il più semplice degli alimenti che non lo vuole neanche vedere. Il quarto giorno, rincasando, ad attenderla non c’è solo la mamma ma anche una brutta vecchiaccia, comare Carestia, che si è seduta sul camino. Durante la permanenza della sgradita ospite, tutte le leccornie di un tempo non sono più disponibili: il solo cibo rimasto nella madia è il pane. La bambina corre ad addentarlo ma, poiché lo aveva ripetutamente disprezzato e rifiutato, adesso il pane non si lascia mangiare da lei e sparisce.

L’unico modo per non far morire di fame la piccola è rivolgersi alle fate: solo il pan di fate può entrare nella bocca di una creatura così capricciosa. Ma per realizzare questa pagnotta speciale, la fata Fornaia chiede alla bambina di recuperare i tre panini che quest’ultima aveva gettato per spregio agli animali prima dell’arrivo della Carestia. La povera affamata vince la repulsione e raccoglie tutto il cibo scartato: con quelle croste ammuffite la fata prepara un panetto che la piccola trova bianchissimo, morbidissimo, saporitissimo, anche se è nero come la terra, duro come la pietra e sa di melma. Ma la prova è superata e da quel giorno il pane non sfugge più alla bocca della comarina, anzi diventa il suo cibo preferito… Il buon pane che fa crescere le bimbe savie.

Come si può disprezzare il più umile e prezioso dono “che ci viene da Dio”? Il pane non va sprecato, non va buttato, è una lezione di ieri che molti ricordano ancora oggi. Chi trasgredisce viene punito, come impara bene la protagonista della novella di Carola Prosperi che avrà salva la vita grazie a una pagnotta ottenuta con difficoltà, dura punizione per il suo comportamento dissennato.

Nelle fiabe e nelle storie per ragazzi il pane è spesso presente, simbolo del cibo dei poveri, primo elemento alla base di una famiglia, allegoria per eccellenza dello sfamarsi per non morire di fame. Raramente assume delle valenze magiche: nella maggior parte dei casi il pane rappresenta il quotidiano, la purezza, la generosità, rivendicando la sua origine dalle pagine della Bibbia.

Come nel caso di un racconto meno noto di Hans Christian Andersen, La fanciulla che calpestò il pane.[2] La protagonista è ben più cattiva della comarina della precedente storia: Inger è una ragazza povera, molto bella ma superba e orgogliosa. Sua madre prevede che la farà soffrire e infatti la fanciulla l’abbandona appena assunta a servizio da una famiglia ricca che la tratta con amore e la riempie di bei vestiti. Le dicono di andare a trovare sua madre ma quando Inger la vede nella piazza del paese, abbigliata da contadina di ritorno dal bosco con la legna, si vergogna di lei e non la saluta nemmeno. Tenterà una seconda volta di andare in visita alla madre, questa volta con una bianca pagnotta in regalo datale dalla padrona. Ma arrivata a un lago paludoso, per non sporcare scarpe e abito, non ci pensa due volte a sacrificare il pane che getta a terra per salirci sopra.

A quel punto la ragazza comincia a sprofondare nel lago e finisce nel regno della donna della palude, presenza nera e minacciosa, che quel giorno, per caso, ha due ospiti: il Diavolo e la sua bisnonna. La vecchia capisce all’istante di trovarsi davanti “una ragazza che ha buone disposizioni” e decide di prenderla con sé come cariatide per l’atrio dell’inferno. La povera Inger si ritrova così prigioniera di un mondo cupo e malato, circondata da esseri spaventosi. Sulla terra solo sua madre la piange mentre la sua storia viene raccontata ai bambini come monito. Una bambina si commuove per la sventurata: – Povera Inger!, sospira e quando, molti anni dopo, quella piccola ormai vecchia è in fin di vita, il suo ultimo pensiero è per Inger. Le lacrime e le preghiere della pia donna raggiungono la scellerata nelle profondità dell’inferno e Inger, trasformata in un uccellino, è libera di volare via. Da allora, imparata la lezione,  apprezzerà ogni singola briciola di pane che riesce a beccare e non sarà avida, ne lascerà sempre un po’ per altri uccellini bisognosi.

Il pane, insomma, non va disprezzato: è il più umile degli alimenti ma non per questo deve essere sprecato. Mancargli di rispetto equivale a rinnegare la famiglia e gli affetti, è atto di altezzosità, di egoismo, qualcosa che va contro la morale e la religione e la storia di Andersen presa in esame è molto chiara nel messaggio: Inger calpesta il pane che dovrebbe portare in dono a sua madre per non sporcarsi e finisce all’inferno.

Il tema dello spreco del cibo ritorna spesso nei romanzi, nelle storie del folklore e nelle fiabe del passato, racconti di un’epoca in cui era molto comune morire di fame. L’abisso tra i poveri e i ricchi era enorme e il cibo, sintetizzato dall’umile tozzo di pane, rappresentava un bene assoluto. Guai a chi butta o maltratta questo bene, verrà punito. Nell’odierna era consumistica sopravvive ancora questo ricordo quando le nostre nonne, sparecchiando la tavola dopo il pasto, ci raccomandano di non buttar via il pezzetto di pane rimasto.

Ma il pane è, prima di tutto, il cibo dei poveri, il minimo per sfamarsi, l’emblema del nutrimento, del mettere qualcosa sotto i denti. È qualcosa che ogni bambino può avere in tasca e che nella sua semplicità diventa d’aiuto nelle situazioni più terribili.

Due fiabe classiche e conosciutissime hanno per protagonista, ciascuna, un bambino che si trova nella stessa spiacevole condizione di venir abbandonato nella foresta dai genitori troppo poveri per continuare a prendersi cura di lui. In entrambi i casi il piccolo utilizza le briciole di pane per salvare sé e i fratelli. In entrambi i casi il pane, scelto come ripiego per sostituire i sassolini bianchi che non sono più a portata di mano, dimostra tutti i suoi limiti di oggetto commestibile: viene mangiato dagli uccelli del bosco vanificando il suo potere salvifico.

Ci riferiamo ovviamente a Hänsel e Gretel dei fratelli Grimm[3] e a Pollicino di Perrault[4]. L’inizio delle due storie è lo stesso, cambia solo il numero dei fratelli: uno per Hänsel, sei per Pollicino. Sia Hänsel che Pollicino, ascoltando il tragico piano dei genitori decisi ad abbandonare i figlioletti nel bosco, si ingegnano di trovare un modo per far ritorno a casa e i sassolini bianchi da lasciare lungo il cammino sono la soluzione vincente. Ma, per entrambi, la seconda volta sarà fatale in quanto la porta di casa sarà sprangata e ai piccoli non viene data la possibilità di uscire in cortile a raccogliere i sassi. Saranno costretti a ripiegare sul pane da sbriciolare per tracciare la strada. L’intervento, questa volta inopportuno, degli uccellini affamati segna fatalmente l’inizio della disavventura per entrambi, con la differenza che mentre Pollicino resterà fino alla risoluzione finale il punto di riferimento per i suoi fratelli nell’incontro-scontro con l’Orco e la sua famiglia, Hänsel cederà alla sorella il ruolo di eroina nella seconda parte della storia quando i due diventeranno prigionieri della vecchia strega.

Un semplice tozzo di pane, ricevuto in famiglia come ultimo atto d’amore prima dell’abbandono nel bosco, prima del tradimento peggiore che si possa immaginare, quello dei genitori verso i figli, non può rappresentare la salvezza per i bambini. Essi sono chiamati a prove ulteriori, devono industriarsi per sopravvivere da soli in un mondo popolato da adulti-mostri. Sono chiamati a crescere all’improvviso ed è chiaro che nessun aiuto, simbolico o reale, arriverà loro dalle casalinghe briciole rimaste in tasca.

Illustrazione di Marco Somà

La storia più edificante con protagonista il pane è senz’altro La gallinella rossa,[5] racconto popolare della tradizione russa, per altri di provenienza britannica, reso celeberrimo dal corto animato musicale di Walt Disney The Wise Little Hen (1934) in cui fa la sua prima comparsa sul grande schermo Paperino in un ruolo secondario. La gallinella del titolo trova dei chicchi di grano e decide di piantarli per ottenere delle spighe. Chiede aiuto agli altri ospiti della fattoria in cui vive: un gatto, un’anatra e un maiale (in qualche caso quest’ultimo è sostituito da un cane) ma tutti e tre rispondono negativamente. Allora lo farò da sola, risponde la gallinella. Dopo un po’ di tempo deve mietere il grano e interpella i tre animali che però non l’aiutano, ma lei non si scoraggia. I passi successivi sono trebbiare il grano, portarlo al mulino per farlo macinare, preparare la pasta con la farina, cuocere il pane, tutte operazioni che la gallina compie sola perché i tre compagni non muovono un dito. Quando infine il pane è pronto, lei domanda chi voglia mangiarlo con lei. Stavolta tutti e tre in coro rispondono di sì. Ma la saggia e paziente gallinella non è certo sciocca: Voi non mi avete aiutato e adesso il pane me lo mangio da sola.

In questo caso il pane è strettamente legato al lavoro, alla voglia di fare, di impegnarsi, alla pazienza che ci vuole nel seguire dall’inizio alla fine un processo e alla giusta ricompensa di chi gode dei frutti della sua fatica (guadagnarsi il pane…). Chi non ha dato una mano non si merita di mangiare a sbaffo, la lezione è fin troppo ovvia. A questa, però, si unisce qui un’altra morale: chi fa da sé fa per tre. Si intuisce da subito che le risposte dei tre svogliati amici saranno negative, anche la gallinella probabilmente lo sa ma continua a domandare come se volesse dare ancora un’opportunità agli scansafatiche.

Non propriamente il pane ma il produttore della farina, il mugnaio, è un personaggio ricorrente nelle fiabe e nei racconti del folklore. Un mestiere comune e diffuso, una volta, quello del mugnaio, ideale aggancio con la quotidianità per inserire situazioni fantastiche. Un esempio c’è nella celebre fiaba Il gatto con gli stivali di Perrault[6]: Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto. Semplicissimo inizio per dare al lettore tutte le informazioni di cui ha bisogno: il primo figlio eredita il mulino che produce la farina con cui si fa il pane, quindi è il più fortunto perché riceve un’attività, un lavoro, un mezzo per continuare a produrre e a vivere. Il secondo figlio riceve l’asino, anch’esso uno strumento da lavoro anche se meno stabile e redditizio del mulino. Il terzo figlio riceve qualcosa di inutile, un gatto, un animale che può essere di compagnia ma a cui non è collegata nessuna fonte di guadagno. Anzi, è una bocca in più da sfamare. Naturalmente non è questo il caso: il terzo figlio non si pentirà affatto del regalo del padre perché, come sappiamo bene, il gatto farà in breve tempo e con un’astuzia rara la vera fortuna del suo padrone.

Anche nella fiaba Il lupo e i sette capretti dei fratelli Grimm[7] il mugnaio, insieme al fornaio, entra nella vicenda come personaggio secondario. La mamma capra prega i suoi piccoli di non aprire la porta di casa in sua assenza: potrebbe infatti trattarsi dello scaltro lupo, intenzionato a divorare i sette fratelli. Il lupo si presenta puntualmente alla porta dicendo di essere la madre ma i capretti non si fanno abbindolare: ha una voce cavernosa che la capra non ha. Così il lupo mangia un pezzo di gesso per assottigliarsi la voce e torna all’attacco. Ma stavolta appoggia una zampa nera alla finestra e i capretti non gli aprono in quanto la madre ha le zampe bianche. Allora il lupo va dal fornaio e si fa spalmare della pasta sul piede; poi va dal mugnaio e si fa spargere farina bianca sulle zampe. A quel punto il suo travestimento è completo e la belva riesce a ingannare i capretti.

Fornaio e mugnaio entrano in gioco qui come personaggi accessori, involontariamente complici del piano del lupo. Il pane c’entra poco, sono coinvolti in virtù della loro professione. Il fornaio odora che ci sia qualcosa sotto ma i Grimm ci spiegano che la paura fa fare brutte cose: Il mugnaio pensò: il lupo vuol metter di mezzo qualcuno, e gli disse di no, ma il lupo lo avvisò: – Se non fai come ti dico ti mangio. Il mugnaio s’impaurì e gli imbiancò le zampe. Eh sì, la gente è fatta così.

Ritroviamo invece il pane in due romanzi per ragazzi, amatissimi e sempreverdi anche per il pubblico adulto. Il primo è Le avventure di Pinocchio di Collodi[8] e il pane compare in due diverse parti della storia. La prima volta il pane è sinonimo di miseria, la seconda volta di abbondanza. Nell’ottavo capitolo, Geppetto rifà i piedi a Pinocchio dopo che il burattino se li è bruciati e poi vende la sua giacca per comprargli l’abbecedario e mandarlo a scuola. Pinocchio ha da ridire: – Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza d’albero e un berrettino di midolla di pane.

L’amore di Geppetto verso il figlio fa sì che l’uomo si tolga letteralmente il pane di bocca per donare a Pinocchio il famoso cappello a punta che il falegname modella con la mollica rimasta in casa. Più avanti nella storia, invece, il pane è utilizzato da Collodi per raccontare del benessere e dell’abbondanza che il burattino vive per un certo periodo ospite della Fata quando si impegna a fare il bravo ragazzo. Siamo al capitolo ventinovesimo e Pinocchio, l’indomani, dovrebbe venir trasformato in un bambino (cosa che non succederà perché il nostro eroe se ne andrà con Lucignolo al Paese dei balocchi). La Fata decide di festeggiare l’avvenimento del giorno fatidico e il buon rendimento scolastico del burattino: Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra.

Quattrocento panini imburrati: il massimo della festa per i bambini di fine Ottocento!

Illustrazione di Jessie Willcox Smith

È così anche per una bambina contemporanea di Pinocchio, la protagonista di Heidi di Johanna Spyri[9], il secondo dei due romanzi presi in esame. Quella di Heidi è l’unica storia realistica tra quelle qui prese in esame: l’unica che non prevede eventi magici o figure fantastiche o animali parlanti.

Il pane per Heidi è uno degli alimenti che caratterizzano la sua vita sulle Alpi. Pur se ancora piccola, la bambina è ben consapevole del valore del cibo anche perché, vivendo col nonno in montagna, impara presto la lavorazione delle materie prime che si trasformano in pasto. Heidi conosce la vita semplice a contatto con la natura e arrivata in un grande città, a Francoforte, nota subito le differenze dei due ambienti. Nella ricca casa di Klara in cui è ospitata vengono serviti ogni giorno panini bianchi e morbidi, ben più gradevoli del duro pane che la vecchia nonna del suo amico Peter è costretta a mangiare sulle Alpi. Heidi, che non vede l’ora di tornarsene in montagna con grande dispiacere di Klara che insiste perché rimanga, è frenata solo da un intento: Solo un pensiero, di cui la bimba si rallegrava segretamente, l’aiutava a cedere e a rassegnarsi: ogni giorno in più le avrebbe permesso di aggiungere ancora due panini da portare alla nonna, quelli che a mezzogiorno e alla sera trovava accanto al piatto e che lei metteva immediatamente in tasca, pensando alla vecchia donna che non ne aveva. Come sarebbe stata contenta di mangiare quel pane morbido al posto di quello nero e duro da masticare!

Una volta di più la bontà d’animo di Heidi è mostrata al lettore con il suo impegno nella raccolta di cibo per la vecchietta. E questa azione ha lo scopo anche di rivelare l’ingenuità della nostra eroina di cinque anni che non immagina che il pane, che lei nasconde quando è fresco, diventerà immangiabile nel giro di qualche giorno.

Ma il più delle volte il pane, per la sua valenza religiosa, riveste un ruolo altamente simbolico nella tradizione delle storie popolari. È così nell’antica fiaba polacca Il battesimo del pane[10] i cui protagonisti sono due giovani sposi che portano il loro figlio neonato a battezzare in chiesa ma il prete vede un fuoco al posto del bimbo e si rifiuta di compiere il battesimo. I poveri genitori ci riprovano dopo non molto tempo ma questa volta il prete vede un pesce e nuovamente non porta a termine il sacramento. La terza volta il sacerdote vede del pane e decide di procedere per risolvere la vicenda. Allora il pane si trasforma nel bimbo e dice: – Se tu mi avessi battezzato come fuoco, io avrei bruciato il mondo. Se tu mi avessi battezzato come pesce, avrei allagato il mondo intero. Ma mi hai battezzato come pane, e questa è la tua fortuna, perché il pane è vita e io darò pane al mondo intero.

Ecco che il potere salvifico del pane, in cui a seconda delle culture si può scorgere il corpo di Dio o la sintesi del nutrimento, si esprime qui come in una parabola biblica: il pane è il dono più grande, la base per costruire e veder prosperare qualunque comunità.

Per concludere questa breve analisi sulla presenza del classico “tozzo di pane” nelle fiabe e nella letteratura per ragazzi, eccoci davanti a una storia d’inizio Novecento, italianissima, siciliana per l’esattezza, come Spera di sole di Luigi Capuana[11]. La protagonista è Tizzoncino nella cui descrizione, all’inizio del racconto, Capuana indica subito il tono divertente e l’indagine psicologica che si prefigge di utilizzare: C’era una volta una fornaia, che aveva una figliuola nera come un tizzone e brutta più del peccato mortale. Campavan la vita infornando il pane della gente, e Tizzoncino, come la chiamavano, era attorno da mattina a sera: – Ehi, scaldate l’acqua! – Ehi, impastate! – Poi, coll’asse sotto il braccio e la ciambellina sul capo, andava di qua e di là a prender le pagnotte e le stiacciate da infornare; poi, colla cesta sulle spalle, di nuovo di qua e di là per consegnar le pagnotte e le stiacciate bell’e cotte. Insomma non riposava un momento.

Tizzoncino è una ragazza brutta e sempliciotta, le vicine deridono lei e sua madre che, al pari di una strega, ogni sera di nascosto da tutti compie una specie di rituale ripetendo una formula: – Spera di sole, spera di sole, sarai regina se Dio vuole! La voce di questo intrigo giunge al Re che decide di incarcerare le due donne. Ma poi il Consiglio della corona delibera che in fondo non fanno niente di male e madre e figlia tornano a lavorare al forno. La Regina si diverte di fronte alle stramberie di Tizzoncino, che non ha affatto cura del suo aspetto e della sua persona, mentre il Reuccio sedicenne prova disprezzo per la bruttona e le riserva solo dispetti. Però poi il giovane, che non riesce a trovare moglie, finisce nelle grinfie di un mago e l’unica soluzione per la sua libertà sembra essere il suo matrimonio con Tizzoncino. Il Reuccio, come è immaginabile, prima non vuole neanche vederla, poi decide che la ucciderà. Ma giunto alla porta della ragazza e sbirciato dal buco della serratura, scopre che dentro c’è una bellezza unica, una vera Spera di sole. Quella sera si fecero gli sponsali, e il Reuccio e Tizzoncino vissero a lungo, felici e contenti… E a noi ci s’allegano i denti.

Considerata da tutti la scema del villaggio, Tizzoncino, umile figlia della fornaia, compie gesta eroiche: conquista la Regina per la bravura nel suo mestiere, libera il Reuccio dalla prigionia del mago e riesce a convolare a giuste nozze. Sembra quasi che siano le sue pagnotte e le stiacciate a renderla bellissima, luminosa come il sole, la degna signora di qualsiasi regno.

Il pane, nelle fiabe e nelle storie fantastiche, assume valore proprio in virtù del fatto di essere alla base dell’alimentazione, difficilmente ha bisogno di animarsi di un potere speciale: la sua forza sta nella purezza, nel candore, nella capacità di sfamare. Sembra che basti trattarlo con rispetto per ricevere fortuna, protezione, felicità. Mangiarlo non può fare che bene, come imparano molte delle eroine che abbiamo incontrato fin qua, dal momento che si tratta di pane, il buon pane che fa crescere le bimbe savie.

[1]    Provenzal, Dino (a cura di), Il buon cammino, Lattes, Torino 1954, pp. 109-112.
[2]    Andersen, Hans Christian, Fiabe, traduzione di Alda Manchi e Marcella Rinaldi, volume II, I grandi classici della fiaba, Fabbri Editori, Milano 2001, pp. 459-465.
[3]    Grimm, Jacob e Wilhelm, Fiabe, traduzione di Elena Franchetti, volume I, I grandi classici della fiaba, Fabbri Editori, Milano 2001, pp. 131-138.
[4]    Perrault, Charles, Fiabe, traduzione di Myriam Cristallo, I grandi classici della fiaba, Fabbri Editori, Milano 2001, pp. 169-178.
[5]    La piccola gallina rossa, libro-disco, Walt Disney Productions, Arti Grafiche Colonna, 1969.
[6]    Castello, Antonella (a cura di), L’altra metà delle fiabe, Abeditore, Milano 2016, pp. 39-47.
[7]    Grimm, Jacob e Wilhelm, Fiabe, traduzione di Elena Franchetti, volume I, I grandi classici della fiaba, Fabbri Editori, Milano 2001, pp. 83-85.
[8]    Collodi, Carlo, Le avventure di Pinocchio, Newton Compton Editori, Roma 1992.
[9]    Spyri, Johanna, Heidi, traduzione di Luca Lamberti, Einaudi, Torino 2016.
[10]  Associazione culturale Larici, www.larici.it, Milano 2001.
[11]  Capuana, Luigi, C’era una volta…, I grandi classici della fiaba, Fabbri Editori, Milano 2001, pp. 11-21.

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Autore: Corrado Premuda

Corrado Premuda (Trieste, 1974) è scrittore e giornalista, autore di testi teatrali e cataloghi d’arte. Tra i suoi libri per ragazzi, tradotti anche in inglese e croato: Felici e contente (Luglio Editore, 2013), Un pittore di nome Leonor (Editoriale Scienza, 2015), La Barcolana dei bambini (Nutrimenti, 2017) e A bordo di un guscio di noce uscito in Croazia (Gradska knjiznica Pazin, 2017). Ha tradotto dal francese Murmur. Fiaba per bambini pelosi (Arcoiris, 2013) di Leonor Fini e su questa artista ha realizzato con Giampaolo Penco il documentario Mais où est Leonor? (Trieste Contemporanea – Videoest, 2009) acquisito dal Centre Pompidou di Parigi e ha scritto il testo teatrale Guardiana dei sogni (Bonawentura, 2017) andato in scena al Museo Revoltella di Trieste. Dopo aver lavorato nella redazione milanese del quotidiano la Repubblica, collabora con Il Piccolo e dirige la rivista Turisti a Trieste. Tiene da anni il corso di scrittura Il Temperamatite. Il suo sito web è Corrado Premuda

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